Ninnananna, 2025
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Ninnananna si sviluppa come una narrazione identitaria in forma di flusso di coscienza: diretta, imperfetta, emotivamente esposta, simile a un diario notturno aperto, non revisionato, immediato, inconscio. L’atto del raccontarsi diventa esso stesso opera, ed è un atto di coraggio. In questo processo emerge la tensione tra Es e Io in senso freudiano: l’Es affiora come traccia e segno non controllato, mentre l’Io interviene a nominarlo sottolineandolo.
Le smagliature appaiono come visibili lacerazioni psicofisiche emerse e cicatrizzate in superficie. L’artista le ripercorre una a una, marcandone i segni con la biro, in un gesto quasi ossessivo che restituisce visibilità a traumi spesso inosservati. Il macro dell’inquadratura enfatizza dettagli altrimenti trascurabili, impedendo al segno di dissolversi. In parallelo, la voce narrante attraversa episodi, mancanze e ferite familiari, componendo un racconto frammentario e instabile.
Si crea così una corrispondenza tra parola e superficie: ciò che viene detto trova un’eco immediata nel corpo, qui l’immagine rinuncia a ogni idealizzazione: è cruda e aspra, invasiva ed esplicita. In questo scarto si apre una tensione ulteriore, in cui il titolo si fa lieve, quasi consolatorio, fino al limite dello stucchevole, come un tentativo fragile di addolcire ciò che resta irriducibile.