Comunicato stampa
VALENTINA DE’MATHÀ
Sulla persistenza imperfetta delle cose amate, 2026
Collezione YVN - Palazzo Agliardi, Bergamo
La ricerca di Valentina De’Mathà si configura come un’indagine intimista e autobiografica. Attraverso una pratica multidisciplinare, l’artista si concentra sul concetto di memoria: una memoria nostalgica, spesso legata all’anemoia, onirica e riformulata, intesa principalmente come esperienza emotiva e inconscia. Si interessa ai processi di mutevolezza e alla perdita di controllo, che analizza attraverso una continua decostruzione e ricostruzione, sia formale sia concettuale. Utilizza materiali legati alla fotografia analogica, seppur in modo non ortodosso, e alla tessitura, entrambi intesi come recipienti di memoria e tradizione. Il suo lavoro si muove entro una visione dialettica tra ciò che tentiamo di preservare e ciò che inevitabilmente scivola via, mutando costantemente in una forma altra.
L’esposizione si articola attraverso una selezione di opere realizzate tra il 2009 e il 2026, in un percorso che costruisce un dialogo per libere associazioni basato su rievocazioni di memorie profonde e frammentate, legate alla sfera personale e familiare. I lavori in mostra, quasi interamente inediti, comprendono installazioni, sculture, opere pittoriche, libri d’artista e video. In sintonia con il concetto di rêverie di Gaston Bachelard, l’artista trasforma questi ricordi in forme poetiche capaci di contenere una realtà complessa. Emergono immagini simboliche e ricorrenti che rimandano all’archetipo della casa: non solo luogo esplicativo fisico vissuto, ma spazio mentale, affettivo, tradizionale e psichico, portavoce di un radicamento culturale e identitario.
La casa d’infanzia, a cui l’artista fa costante riferimento, rappresenta il centro emotivo da cui si irradiano i ricordi: in bilico tra senso di appartenenza e ciò da cui vogliamo fuggire, in tensione con la pulsione del perpetuo ritorno.
Il risultato è un’esperienza espositiva mnestica costruita per risonanze, configurata come un intreccio di narrazioni metaforiche e processi percettivi instabili, di un vissuto sempre aperto, che impone di essere costantemente rielaborato.
Radicalmente ancorata al “fare” in prima persona, inteso come pratica quotidiana necessaria, i lavori di De’Mathà si compiono attraverso un tempo dilatato che si annulla a se stesso attraverso gesti reiterati di fare e disfare, divenuti parte integrante del linguaggio. La sua pratica è intima e non delegabile: ogni opera è rapportata alla capacità di gestione del lavoro, da parte dell’artista, rispetto al suo corpo, al tempo e alle abilità tecniche che le appartengono, configurandosi come esito diretto della sua presenza fisica e della sua esperienza. Il limite si configura così come misura operativa: non vincolo, ma condizione che definisce e orienta il lavoro.
Prendendo in esame alcune opere in mostra, il percorso si apre con un’installazione site-specific intitolata Ho sognato che ero nella mia camera da letto ad Avezzano, vicino la finestra che dà sul giardino. L’opera è composta da dodici coperte usate della tradizione abruzzese, ripiegate su se stesse, sulle quali è adagiato un intreccio - 838 × 37 × 1 cm, realizzato tra il 2025 e 2026 - in carta emulsionata dipinta attraverso procedimenti chimici e cucita con filo di cotone. Le coperte custodiscono una memoria fisica e familiare stratificata: contengono tracce di vita, calore, odori, sogni, aspettative e paure dei corpi che hanno avvolto. Diventano così per l’artista un diario fisico personale e contenitore di una memoria segreta, ma anche culturale e tradizionale.
Attraverso gli intrecci invece l’artista ha voluto realizzare una scomposizione cromatica nostalgica dei colori del giardino della sua casa d’infanzia: il verde della natura copiosa e degli scarabei sul violetto delle rose e dei lillà, il terracotta del tetto della voliera, il bianco delle pietre che delimitano le aiuole, il blu dei non ti scordar di me. Ma simboleggiano anche i tentativi di tenere insieme i pezzi della propria esistenza che riemergono in superficie in tracce emozionali inattese, disordinate, aggrovigliate e sfilacciate.
Il titolo dell’opera nasce da un sogno ricorrente: da quando vive in Svizzera, l’artista sogna ogni notte di trovarsi nella camera da letto della casa materna. Come James Joyce, che lascia Dublino ma la trasforma nella sua “casa mentale”, De’Mathà parte dalla pulsione del ritorno a casa come luogo di un passato che necessita ancora di essere rielaborato
Gli intrecci, Entanglement, costituiscono una delle cifre stilistiche dell’artista e attraversano l’intero percorso espositivo. Li ritroviamo sotto forma di bassorilievi che narrano paesaggi onirici; altre volte su un piedistallo, palcoscenico della vita, ripiegati su se stessi, seduti dignitosamente scomodi sul proprio costruito, su quel che uno è, accettando la propria fragilità e caducità, fino a cedere al proprio peso esistenziale e collassare. Altre volte diventano cangianti pelli di serpente appese che rievocano il culto della dea Angizia e di San Domenico a Cocullo, spesso citati dall’artista nel suo lavoro.
La mostra è attraversata da ulteriori nuclei di opere. Nella prima sala, due Album di famiglia, libri-sculture componibili realizzati in poliestere emulsionato trasparente, si configurano come fragili contenitori di memorie evanescenti: una narrazione non lineare, ma reticolare, che viene riscritta e rimane impigliata in tracce tra i solchi che l’artista ha inciso sulla superficie. Nella sala successiva, un altro album si trasforma: si capovolge, cambia forma e colore e si richiude su se stesso, assumendo una posizione verticale e spigolosa che rievoca il velo delle madonne processionali dei ricordi d’infanzia, introducendo una dimensione più esplicitamente culturale e tradizionale.
Questi lavori si ampliano ulteriormente nelle due installazioni di fasce sospese e scomposte che richiamano vecchi rullini fotografici: superfici fluide e sfaccettate su cui tentano di aggrapparsi ricordi instabili e scivolosi, che si ridefiniscono continuamente in un gioco di cangianze e trasparenze. Chiazze di luce bruciata e nebulose di colore, come flashback impressi sulle superfici, costruiscono un racconto fatto di astrazioni psicologiche e sentimentali. I titoli di questo nucleo di lavori prendono spunto dalle date di fotografie della sua infanzia conservate negli album familiari.
L’esposizione si conclude con un dialogo tra due opere: Trincee (2009–2026), installazione pittorica a parete, e il video Ninnananna (2025), in cui al centro dell’attenzione c’è il corpo che si rivela attraverso lo stesso soggetto: le smagliature. Una rappresentazione fisica e simbolica di uno stato psicologico.
La superficie di Trincee è attraversata da tonalità rosa pallido e carnale, e richiama immediatamente la dimensione del corpo, della pelle e delle viscere, del fuori e del dentro. Le trincee diventano uno spazio esistenziale segnato dall’impossibilità di prevalere, in cui si lotta per la sopravvivenza tra paura, attesa e isolamento. Il contrasto tra l’estetica delicata del lavoro e il titolo evidenzia la tensione tra innocenza e violenza psicologica.
Ninnananna si sviluppa come una narrazione identitaria in forma di flusso di coscienza: diretta, imperfetta, emotivamente esposta, simile a un diario notturno aperto, non revisionato, immediato, inconscio. L’atto del raccontarsi diventa esso stesso opera, ed è un atto di coraggio. In questo processo emerge la tensione tra Es e Io in senso freudiano: l’Es affiora come traccia e segno non controllato, mentre l’Io interviene a nominarlo sottolineandolo.
Le smagliature appaiono come visibili lacerazioni psicofisiche emerse e cicatrizzate in superficie. L’artista le ripercorre una a una, marcandone i segni con la biro, in un gesto quasi ossessivo che restituisce visibilità a traumi spesso inosservati. Il macro dell’inquadratura enfatizza dettagli altrimenti trascurabili, impedendo al segno di dissolversi. In parallelo, la voce narrante attraversa episodi, mancanze e ferite familiari, componendo un racconto frammentario e instabile.
Si crea così una corrispondenza tra parola e superficie: ciò che viene detto trova un’eco immediata nel corpo. A differenza della delicatezza formale di Trincee, qui l’immagine rinuncia a ogni idealizzazione: è cruda e aspra, invasiva ed esplicita. In questo scarto si apre una tensione ulteriore, in cui il titolo si fa lieve, quasi consolatorio, fino al limite dello stucchevole, come un tentativo fragile di addolcire ciò che resta irriducibile.
The exhibition brings together a selection of works created between 2009 and 2026, forming a journey that establishes a dialogue through free association, based on the evocation of deep and fragmented memories connected to the personal and family sphere. The works on display, almost entirely previously unseen, include installations, sculptures, paintings, artist’s books, and videos. In keeping with Gaston Bachelard’s concept of rêverie, the artist transforms these memories into poetic forms capable of containing a complex reality. Symbolic and recurring images emerge, evoking the archetype of the house: not merely a physical place of lived experience, but a mental, emotional, traditional, and psychic space that embodies cultural rootedness and identity. The childhood home, to which the artist constantly refers, represents the emotional centre from which memories radiate: suspended between a sense of belonging and that from which we wish to escape, and held in tension with the impulse towards perpetual return.
The result is a mnemonic exhibition experience constructed through resonances, conceived as an interweaving of metaphorical narratives and unstable perceptual processes, emerging from a lived experience that remains open-ended and demands constant reinterpretation. Radically grounded in hands-on making, understood as a necessary daily practice, De’Mathà’s works unfold through an extended duration that folds back upon itself through repeated gestures of making and unmaking, which have become an integral part of her visual language. Her practice is intimate and cannot be delegated: each work is shaped by the artist’s ability to manage the process in relation to her body, time, and own technical skills. Each work thus emerges directly from her physical presence and lived experience. Limitation consequently becomes an operational measure: not a constraint, but a condition that defines and guides the work. Among the works on display, the exhibition opens with a site-specific installation entitled Ho sognato che ero nella mia camera da latto ad Avezzano, vicino la finestra che dà sul giardino (I Dreamt I Was in My Bedroom in Avezzano, by the Window Overlooking the Garden). The work consists of twelve used blankets from the Abruzzese tradition, folded in on themselves, upon which rests a woven piece measuring 838 × 37 × 1 cm, created between 2025 and 2026 from emulsion-coated paper painted through chemical processes and sewn with cotton thread.
The blankets preserve a layered physical and family memory: they contain traces of life, warmth, smells, dreams, expectations, and fears belonging to the bodies they have enveloped. For the artist, they thus become a personal physical diary and a vessel of secret memory, as well as of cultural and traditional heritage. Through the woven pieces, the artist has sought to create a nostalgic chromatic decomposition of the colours of the garden at her childhood home: the green of abundant vegetation and beetles against the violet of roses and lilacs; the terracotta of the aviary roof; the white of the stones bordering the flower beds; and the blue of forget-me-nots. The pieces also symbolise attempts to hold together the fragments of one’s existence, which resurface as unexpected, disordered, tangled, and frayed emotional traces.
The work’s title derives from a recurring dream: since moving to Switzerland, the artist has dreamt every night of finding herself in the bedroom of her mother’s house. Like James Joyce, who left Dublin but transformed it into his “mental home”, De’Mathà begins with the impulse to return home as a place belonging to a past that still requires reinterpretation.
The exhibition encompasses several further bodies of work. In the first room, two Album di famiglia (Family Album) works, modular sculptural books made from transparent emulsion-coated polyester, take shape as fragile containers of evanescent memories. They offer a non-linear but reticular narrative that is continually rewritten and remains caught in traces between the grooves incised by the artist into the surface. In the following room, another album undergoes a transformation: it is turned upside down, changes shape and colour, and folds back in on itself, assuming a vertical, angular position that evokes the veils worn by statues of the Madonna in religious processions, as remembered from childhood. This introduces a more explicitly cultural and traditional dimension. These works are further developed through two installations of suspended, fragmented strips that recall old photographic film rolls. They are fluid, multifaceted surfaces upon which unstable, elusive memories attempt to cling, continually redefining themselves through an interplay of iridescence and transparency. Patches of burnt-out light and nebulas of colour, like flashbacks imprinted on the surfaces, construct a narrative composed of psychological and emotional abstractions. The titles of this body of work draw on the dates found on photographs from the artist’s childhood, preserved in family albums.
The exhibition concludes with a dialogue between two works: Trincee (Trenches) (2009–2026), a wall-mounted painterly installation, and the video Ninnananna (Lullaby) (2025), both of which focus on the body through the same subject: stretch marks. Together, they offer a physical and symbolic representation of a psychological state. The surface of Trenches is traversed by pale pink and flesh tones, immediately evoking the body, skin, and viscera, as well as the relationship between exterior and interior. The trenches become an existential space marked by the impossibility of prevailing, where the struggle for survival unfolds amid fear, waiting, and isolation. The contrast between the work’s delicate aesthetic and its title highlights the tension between innocence and psychological violence.
Ninnananna (Lullaby) unfolds as a narrative of identity in the form of a stream of consciousness: direct, imperfect, emotionally exposed, resembling an open, unedited nocturnal diary, immediate and unconscious. The act of narrating oneself becomes the work itself and constitutes an act of courage. In this process, the tension between the Id and the Ego, in the Freudian sense, emerges: the Id surfaces as an uncontrolled trace and mark, while the Ego intervenes to name it by tracing over it.
The stretch marks appear as visible psychophysical ruptures that have emerged and healed at the surface. The artist retraces them one by one, marking their lines with a ballpoint pen in an almost obsessive gesture that restores visibility to often-overlooked traumas. The macro framing emphasises otherwise negligible details, preventing the mark from dissolving. In parallel, the voice-over moves through episodes, absences, and family wounds, composing a fragmentary and unstable narrative.
A correspondence thus emerges between word and surface: what is spoken finds an immediate echo in the body. Unlike the formal delicacy of Trincee (Trenches), the image here relinquishes all idealisation: it is raw and harsh, invasive and explicit. Within this discrepancy, a further tension opens up, as the title becomes gentle, almost consoling, to the point of being cloying, as though attempting, however precariously, to soften what remains irreducible.
Valentina De’Mathà Sulla persistenza imperfetta delle cose amate, 2026
Collezione YVN - Palazzo Agliardi, Bergamo
Installation view