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Vol 36. Gennaio 2020






SPAZIO
Lo scorso ottobre ho inaugurato un progetto installativo al Macro Asilo, Macro Museo d’Arte Contemporanea di Roma, intitolato #INTHESPACE. Il progetto è nato da una riflessione sulla complessità e sul disordine della realtà narrati ne “Le città invisibili” di Italo Calvino, e sui grafi, che sono delle strutture relazionali e organizzazione dati che troviamo nella vita quotidiana e nella comunicazione virtuale. Quello che mi interessava era volgere poi, di conseguenza, l’attenzione sul modo di esprimersi della società di oggi attraverso principalmente i social network, sul concetto di spazio/luogo e sulle relazioni interpersonali. Attraverso la globablizzazione, le migrazioni di massa, e internet, c’è stato l’abbattimento di molte barriere con tutti i pro e i contro che ne sono susseguiti. I luoghi, i nostri spazi, sono il punto in cui viviamo e comunichiamo e, al giorno d’oggi, attraverso internet, possiamo avere costantemente una vita collettiva e pubblica ovunque ci troviamo; i confini sono diventati fluidi e relativi più che mai. L’installazione comprendeva una serie di poliesteri emulsionati che ho dipinto in camera oscura attraverso chimici fotografici e che poi ho arrotolato su se stessi creando simbolicamente delle bocche; all’interno poi ho posto degli specchi che, illuminandoli, creavano immagini caleidoscopiche irripetibili. La bocca è per antonomasia lo strumento che utilizziamo per la comunicazione verbale, ma può essere anche un mezzo attraverso cui guardare all'interno e lasciarsi sorprendere e accogliere. Si dice “rimanere a bocca aperta”, quando si prova meraviglia. Se pensiamo anche solo a ciò che introduciamo al suo interno, o al bacio con cui ci doniamo e accogliamo, sono atti di fiducia. Attraverso la bocca concediamo noi stessi all'altro, lo facciamo entrare a contatto con la parte più intima che abbiamo, il nostro interno, e, di rimando, noi facciamo la scoperta e la conoscenza dell’altro attraverso i sensi che ci pervadono grazie a questo varco. Le aperture sono un atto di amore e di fiducia. L'etimologia della parola "spazio", viene da Spatium, ovvero "essere aperto”. I poliesteri che ho utilizzato, sono levigati, perfettamente lisci, è un materiale asettico, inorganico, io ho voluto crearci sopra delle incisioni, delle sfumature, dei cambi di direzione, a simboleggiare le reti sociali e la frammentazione dell’individuo attraverso le scomposizioni indette da una realtà dei fatti sempre più distorta, e dalla raccolta dati che, volontariamente e involontariamente, forniamo nel quotidiano. Queste superfici riprendono proprio la levigatezza degli schermi luminosi su cui siamo abituati a comunicare nei giorni d’oggi: quelli dei pc e quelli degli smartphone. Questi ultimi, funzionano proprio attraverso il tatto, accarezzandoli, toccandoli, premendoci sopra. Ma sono asettici, non hanno calore umano, né odore. Ormai la comunicazione è quasi esclusivamente questa: a distanza e illusoria. Il messaggio era quello di utilizzare questi apparecchi cercando di andare a fondo, di non fermarsi alle apparenze, ma di prendersi il giusto tempo per conoscere e scoprire ciò che si nasconde all'interno delle cose e di lasciarsi meravigliare. L’installazione è stata ospitata nella Black Room del museo e, il mio intento è stato quello di portare il visitatore, in maniera naturale, ad utilizzare la luce del proprio smartphone per illuminare l’interno di questi cilindri. Il passo successivo è stato quello di realizzare una rete sociale postando le immagini e video realizzati attraverso la propria esperienza, sui principali social network con l’hashtag #INTHESPACE.

RIFLESSI
Molti dei miei lavori riflettono l’ambiente circostante, tutto si somma fino a diventare una forma altra. Sono opere dinamiche e cangianti, fluide. Mutano in base alla luce e all’ambiente che le ospita, anche il fruitore che le osserva si somma ad esse, le caratterizza e relativizza. Uso spesso materiali lucidi perché non sono mai definibili fino in fondo, ma aumentano la soggettività della percezione.
Viviamo di riflessi, ci specchiamo ovunque, la nostra immagine è sempre diversa, frammentata, parziale. Se pensiamo a quando camminiamo per strada, ad esempio, la nostra figura si moltiplica specchiandosi ovunque: nelle vetrine dei negozi, negli specchietti delle vetture, nei finestrini delle auto che passano... Ovunque ci sono occhi che ci guardano e ognuno vede cose di noi sempre diverse, continue sfaccettature e tasselli della nostra personalità. Anche quando ci specchiamo immobili a figura intera, diventa sempre tutto relativo perché lo specchio ritrae solo una porzione di noi, ritrae anche il fondo dell’ambiente, ritrae noi come siamo in quel preciso momento, con quella luce, ma anche solo respirando, la nostra immagine è in ogni istante inesorabilmente diversa.
Ad esempio, nella mia serie di lavori Se puoi guardare fuori, gli altri possono guardare all’interno, ho simulato delle vetrate a simboleggiare l'assenza di segreti e misteri. Il vetro frantumato scompone la nostra interezza, la frammenta, tutti possono guardarla a porzioni, ma non c'è mai una rivelazione totale della nostra intimità, anche quando viene violata. È un guardarsi a vicenda, ognuno con la propria percezione.

CORPI
Il corpo è il mezzo attraverso cui percepiamo e misuriamo il mondo. Come scrive Umberto Galimberti, “Non si accede al mondo se non percorrendo quello spazio che il corpo dispiega intorno a sé nella forma della prossimità o della distanza delle cose”. Io sono una donna molto fisica, tattile e olfattiva, e nel mio lavoro questa fisicità è sempre evidente in un modo o nell’altro, anche quando il corpo non è esplicitamente rappresentato. In Stretch Marks ad esempio, volevo parlare dei segni sulla pelle con cui convivo dall’adolescenza e di come continuano a mutare nella narrazione del mio stare al mondo. Nello specifico volevo parlare di smagliature, di linee, solchi e fratture, come anelli di un albero. Volevo parlare di come la pelle possa cambiare in base ad uno stress fisico, ormonale, in base all’alimentazione, alla luce, alla crescita o aumento e diminuzione improvvisa di peso; insomma, a quei cambiamenti improvvisi e inevitabili che tutti, in un modo o nell’altro, subiamo grazie allo svolgersi degli eventi. Quindi ho utilizzato delle carte emulsionate vergini, che sono poi sbiadite e hanno cambiato colore nel tempo in base a fattori esterni, come la luce.

SIMBIOSI
Vivo circondata da libri e opere in costruzione: sul tavolo della cucina, sul divano in biblioteca, sulla poltrona, sul pavimento della camera da letto, in studio, sul tappeto, in borsa. Ho bisogno di leggere e lavorare ovunque mi sposti, altrimenti mi sembra di aver buttato via il tempo, anche se si tratta solo di cinque minuti. Questi elementi si sommano alle opere avvolte su se stesse. Credo di avere addirittura migliaia di lavori arrotolati, impilati, archiviati, dimenticati o sbagliati. Avvolgerli mi viene naturale, è una pratica e una visione quotidiana. Paradossalmente alcuni lavori credo che abbiamo più forza quando sono appena imbastiti o chini su se stessi, credo che abbiano un senso e una naturalezza maggiore anziché dispiegati, e credo che suscitino maggiore rispetto durante la contemplazione. Nella realtà nessuno si rivela totalmente, tutti tuteliamo e proteggiamo parti del nostro vissuto che è comunque in continuo divenire. Quando li termino e li apro la narrazione viene rivelata totalmente, quasi in modo pornografico, senza misteri, un po’ come quello che stiamo vivendo oggi attraverso internet: è lì, tutti possono prendersi il proprio tempo per “leggerla”, ma quando sono arrotolati hanno un senso, non più misterioso, ma forse più umano. Penso che nella loro sedimentazione, abbiano una loro maggiore dignità.

FLUSSI
Quando cucio i miei arazzi, i nodi mi fanno perdere un sacco di tempo, anche se ammetto che sono un modo in più per stare china su me stessa a elaborare nuove idee mentre con ostinazione li sciolgo. Del resto anch’essi fanno parte della metafora della narrazione.
Fortunatamente c’è la cera d’api che li districa, tutela il filo e lo fa scorrere più velocemente.
La storia dei miei arazzi è un discorso in divenire. Taglio la carta, la intreccio, la dipingo in camera oscura, la passo al fissaggio, la riassemblo e poi la cucio a mano. È un rito, un mantra. Alcuni di questi lavori hanno una storia lunga anni. A volte li lascio lì, arrotolati, e me ne dimentico, poi li riprendo e il flusso continua a scorrere con idee diverse, diventando altro.
Posso affermare che hanno davvero un vissuto, alcune di queste opere occupano superfici del mio studio e della mia casa anche per anni, a volte sono come un libro importante che non vedi l’ora di scoprire come va a finire, ma nello stesso tempo, vorresti che non finisse mai perché i personaggi sono entrati a far parte della tua quotidianità. Tutto ciò che mi passa nella mente, è intrecciato e cucito lì. Sono contenitori di segreti indicibili. Mi siedo per ore, passando da una sedia all’altra, non accorgendomi che è già sera, spesse volte mi scopro a cucire al buio senza rendermi conto che il tempo si è dilatato in un alternarsi di sedie, pensieri e cambi di filo.

DIGRESSIONE
Mi piace molto la parola errore, perché viene da errare, vagare, perdersi.
I miei lavori sono pieni di errori. È sempre importante trovarsi dove non ci si aspettava.

CONFINE
Da più di 11 anni vivo in Svizzera, un luogo non luogo al centro dell’Europa benché non ne faccia parte. È un posto a sé, con le sue leggi e il suo modo di stare alle regole e di calcolare le cose con precisione. Questa nuova cultura ha influenzato enormemente la mia quotidianità e ha in qualche modo condizionato il mio modo di vivere. Di conseguenza il mio lavoro è diventato molto più asciutto e lineare, più pulito e ordinato, insomma, continua a vivere con coerente simbiosi ancorato a me. Faccio ancora un po’ fatica a stare dentro i limiti, ad organizzare meticolosamente tutto, ad essere più ordinata e sintetica, anche se a volte sembra che mi riesca bene, ma mi rendo conto ogni giorno che è contro la mia natura. Vivo costantemente in contrasto con ciò che sono e ciò che cerca di contenermi, di schematizzarmi. Io stessa tento di tenere a bada il mio lavoro, di dargli un ordine, anche se in realtà, vorrei che urlasse fuori in una serie di esplosioni. Non ho ancora capito perché io stessa continui a pormi tutti questi limiti. Ma una bestia rimane pur sempre una bestia, anche se ha imparato a stare composta e ritta su due zampe.

AMORE
Un discorso troppo complicato, intimo e segreto. Ma anche estremamente facile.

PAROLE
Le uniche parole che contino sono i fatti.
Tutte le frasi che finiscono con un “ma” o con un “forse”, sono prive di valore.

ELUCUBRAZIONE
Noi siamo processi in divenire. Tutto ciò che progredisce e si muove è vivo, tutto ciò che si ferma è morto. Questo è insito nella natura dell'uomo, eppure, paradossalmente, cerchiamo sempre di fermare il flusso delle cose: il tempo, un attimo felice, un addio, i nostri figli che vorremmo che rimanessero sempre cuccioli da accudire e stringere a noi. Anche per questo motivo scattiamo milioni di fotografie.
Ammetto che mi hanno sempre affascinato e terrorizzato l'imprevedibilità e la mutevolezza degli eventi e di come ciò influenzi gli stati d'animo delle persone, o viceversa, di come le volubilità emotive delle persone, cambino lo stato degli eventi.
Mi ha sempre affascinato e terrorizzato vedere come qualcosa che appare ai miei occhi in un modo, attraverso gli occhi di un'altra persona appaia con un significato totalmente diverso.
Io sono una donna molto concreta, credo fortemente nel potere decisionale di ogni individuo, nella sua volontà di andare per la strada che ha deciso di percorrere e di prendere ciò che vuole. Diciamo che non sono una donna che aspetta la provvidenza. Per me tutto è possibile e fattibile. Ma è anche vero che esistono dei meccanismi non deterministici, come vengono definiti dalla fisica quantistica, che non si possono controllare, avvengono e basta. Da qui l’utilizzo di materiali sui quali non posso avere del tutto in controllo. Da qui anche la volontà di creare sempre “forme altre”, opere che sono concepite in un modo, ma che possono diventare altro.
Ho sempre lavorato a strati: nella pittura, nelle sculture in papier-mâcché, con i chimici in camera oscura. Mi ha sempre affascinato la stratificazione degli eventi e della storia. Il nostro vissuto è un accumulo di cose a strati, dai vestiti che portiamo addosso, ai primi pavimenti, costruiti come atto di civilizzazione, ai mosaici, ai sampietrini, al cemento, alle resine, e poi i piani delle case, i tappeti, i tavoli sopra i tappeti, i libri sopra i tavoli, le tazze di tè sopra i libri, la polvere e così via.
In camera oscura lavoro per sovrapposizioni di chimici, di acqua e di luce, il mio intento è quello di fermare un processo, un istante, proprio come fa la fotografia tradizionale, ma io cerco di fermare un attimo astratto. Questa, ovviamente, è solo un’illusione, una possibilità che mi concedo. Io cerco di fermare un attimo per paure che vada via, ma sono felice di non riuscirci e che quell’attimo si sia già trasformato in questo preciso istante in qualcos’altro. Così come succede nelle relazioni interpersonali.

VALENTINA
Non posso dirlo, credo che nessuno mi abbia ancora intuita realmente. Lo lascio fare a chi avrà coraggio e la giusta cura e attenzione.

Marco De Crescenzo
Hestetika Magazine
Vol.36
gennaio 2020



VALENTINA DE' MATHÀ
#INTHESPACE

Macro Asilo-Museo Macro  Museo d’Arte Contemporanea di Roma

01-03 Ottobre 2019


Il progetto #INTHESPACE nasce da una riflessione sulla complessità e sul disordine della realtà narrati ne “Le città invisibili” di Italo Calvino, i cui racconti di luoghi immaginari e paradigmatici si intersecano e si proiettano nella società contemporanea, dove tutto sembra apparentemente “levigato”, ma che in realtà, questa levigatezza, spesso cela disfacimenti senza fine né forma. Altro elemento di riflessione sono i grafi: strutture relazionali e organizzazione dati che troviamo nella vita quotidiana e nella comunicazione virtuale [dal latino communico = mettere in comune, far partecipe]; volgendo, di conseguenza, l’attenzione sul modo di esprimersi della società di oggi, gli scambi culturali, le relazioni interpersonali, il concetto di spazio/luogo e stratificazione degli eventi e della storia.

L’uomo è sempre stato diviso dal desiderio di stabilirsi e mettere radici, e quello di volgersi altrove per trovare stimoli sempre nuovi.
I Greci dicevano che la città inizia appena fuori dalle mura della nostra casa, dove la nostra vita diventa pubblica. I luoghi sono il punto in cui viviamo e comunichiamo e, al giorno d’oggi, non abbiamo più necessariamente bisogno di uscire fuori: attraverso internet e i social network, possiamo avere costantemente una vita collettiva ovunque ci troviamo; i confini diventano fluidi e relativi più che mai.

I riflessi e la lucentezza dei poliesteri emulsionati utilizzati per questo progetto installativo, sono, appunto, attraverso un’attenta analisi del filosofo coreano Byung-Chul Han sulla società di oggi, un rimando agli schermi lucidi e levigati degli smartphone attraverso i quali siamo abituati a comunicare.
Le intersezioni delle incisioni praticate su queste superfici, stanno a simboleggiare le reti sociali e la frammentazione dell’individuo attraverso le scomposizioni indette da una realtà dei fatti sempre più distorta, e dalla raccolta dati che, volontariamente e involontariamente, forniamo nel quotidiano.Ma queste “città invisibili” come spiega Italo Calvino “ sono anche un’indagine alle ragioni segrete che portano gli uomini a vivere certi luoghi, al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: memoria, desideri, segni di un linguaggio; luoghi di scambio, non soltanto di merci, ma anche di parole, desideri e ricordi”.



Il passo successivo alla realizzazione di queste mappe, “città impossibili”, “nonluoghi”, nell'accezione e nella visione di Marc Augè, pavimentazioni, confini geopolitici, collegamenti neuronali.... è stato quello di renderle tridimensionali avvolgendole su se stesse fino a creare una forma altra: involucri di esperienze vissute, e bocche, simbolo per antonomasia dal quale fuoriesce la comunicazione verbale; ma anche mezzo di apertura attraverso cui ci si può lasciare sorprendere dal suo contenuto guardando all’interno.

Queste bocche/colonne/alberi andranno a formare simbolicamente un bosco, elemento di evidente rimando ad un ritorno alla natura umana più intima, logo dove lo spettatore può esplorare ed esperire l'opera proiettando il suo sguardo all’interno di ogni “cilindro”, anziché rimanere in superficie e vagare nel buio. 

L’installazione verrà ospitata nella Black Room del Museo Macro e, questo stato di penombra, porterà il visitatore, in maniera naturale, all’utilizzo della luce del proprio smartphone: estensione fisica ormai inscindibile da noi. A tal proposito, l’ intento è quello di invitare il fruitore a creare una nuova rete sociale, scattando fotografie e video a queste “aperture”, munito di flash e postando le immagini sui vari social network, con l’hashtag #INTHESPACE.

Spàzio s. m. [dal lat. spatium, forse der. di patēre «essere aperto»] 


Con testi critici di
Pier Paolo Scelsi - Direttore GAD, Giudecca Art District, Venezia
Ignazio Licata - Fisico teorico presso Isem, Palermo (Italia) e RIIAM, Iran

01.02 Ottobre 2019 Ore 10:00 - 20:00
03 Ottobre ore 10:00 - 18:00

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Black Room
Via Nizza 138 Roma
Ingresso Libero





VALENTINA DE' MATHÀ
#INTHESPACE

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma

1st - 3rd October 2019

The #INTHESPACE project arises from a reflection on the complexity and disorder of reality narrated in Italo Calvino’s "Invisible cities" - tales of imaginary and paradigmatic places that intersect and project themselves into contemporary society, where everything is seemingly "smooth”. In reality this smoothness often conceals an endless and shapeless decay. Another element of reflection are the graphs: relational structures and data organization found in everyday life and in virtual communication [from the Latin term communico = to put things in common, to make one feel part of something]; thus, paying attention to how today’s society expresses itself, to cultural exchanges, to interpersonal relationships, to the concept of space/ “place”, and to the stratification of great events and history.

The human being has always been torn between the desire to settle and put down strong roots, and that of turning elsewhere in a constant search for new motivation. According to the ancient Greeks, a city begins just beyond the walls of our own home, where our lives become accessible to all. Places are where we live and communicate and, today, we do no longer necessarily feel the need to get out of them: through the internet and social networks we can continuously and everywhere have a Community life; borders become fluid and relative more than ever before.

The reflections and the shine of the emulsified polyesters used for this installation project are, indeed, through a careful analysis by Korean philosopher Byung-Chul Han on today's society, a reference to the glossy and smooth smartphones screens through which we are used to communicate. The intersections of the incisions made on these surfaces symbolize social networks and the fragmentation of the individual through breakdowns proclaimed by an increasingly distorted reality, and from the data collection that, voluntarily and involuntarily, we provide in daily life. But these "invisible cities" as Italo Calvino explains "are also an investigation of the secret reasons that lead humans to live in certain places, beyond all crises. Cities are a collection of many things: remembrance, desires, signs of a language; places of exchange, not only of goods, but also of words, wishes and memories”.

The next step to the realization of these maps, "impossible cities", "nonplaces", in the sense and vision of Marc Augè, pavements, geopolitical borders, neuronal connections ... is to make them three-dimensional by wrapping them on themselves to create another shape: casings of experiences, and mouths, symbol par-excellence from which emerges verbal communication; but also, the medium through which one can let oneself be surprised by its content by looking inside.



These mouths / cylinders / trees will symbolically become a forest, element of obvious reference to the return to the most intimate human nature, a place where the viewer can explore and experience the work by projecting its gaze inside each "trunk", instead of remaining on the surface and wander in the dark.

The installation will be set in the Black Room of Macro museum. The semi darkness of the room will bring visitors to use the light of their smartphone flashlight: the physical extension from which we have become inseparable. In this regard, the intent is to invite the visitor to create a new social network, taking photographs and videos at these "openings", equipped with flash and posting the images on the various social networks, with the hashtag #INTHESPACE.

Spàzio s. m. [from lat. spatium, perhaps der. of patēre «to be open»]

Critical essays by
Pier Paolo Scelsi - Director GAD, Giudecca Art District, Venice
Ignazio Licata - Theoretical physicist Isem, Palermo (Italy) e RIIAM, Iran

1st 2nd October 2019 from 10:00 to 20:00
3rd October from 10:00 to 18:00

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Black Room
Via Nizza 138 Rome
Free admission



Macro Asilo-Museo Macro
Museo d’Arte Contemporanea di Roma


#INTHESPACE

di Valentina De’ Mathà


IL SOGNO DI BORGES


Il lavoro di Valentina De’ Mathà è sempre stato caratterizzato da due direttrici complementari che guidano la costruzione delle forme. Da una parte c’è un’attitudine istintuale, la necessità e l’urgenza fisica di avere un rapporto sensibile con superfici e colori attraverso un’immersione gioiosa e caotica, una fase di simbiosi preverbale, quasi selvaggia, con la propria produzione. Sull’altro versante una natura concettuale e sottilmente analitica, attenta alla forma delle idee, ed alla loro universalità. Queste due curve tratteggiano lo spazio dell’opera, sono forze concorrenti che uniscono l’intuizione dell’artista medium con il suo lato sottilmente speculativo. #INTHESPACE, in una galleria ideale della sua storia, è il lavoro che intercetta tutte le esperienze precedenti, le pone in prospettiva, crea attorno a loro un labirinto. È la città invisibile della sua opera, la proiezione del suo metodo in forma d’arte, quasi un paradosso di sapore russelliano sul filo dell’appartenenza.

Si tratta di una riflessione sulla costruzione dei saperi, radicata fin nell' esperienza e nel concetto di “spazio fisico”, quello da noi quasi inconsapevolmente abitato e percorso, con la sua apparente semplicità di contenitore levigato in una tridimensionalità passiva di coordinate. Come sempre, le “semplicità” rivelano ad ogni tentativo d’indagine, una complessità vertiginosa. Dalla disputa tra Newton e Leibniz sullo spazio assoluto contro uno spazio relazionale definito dai rapporti tra le cose materiali, fino alle arditezze delle fisica quantistica, abbiamo imparato che lo spazio è prodotto dalle dinamiche sottili del mondo. Non è un caso se il pensiero di Leibniz è una delle più alte espressioni del Barocco, tutto teso a stipare ogni vuoto possibile di ideogrammi cinesi, monadi, macchine logiche. Ma è forse Cartesio ad aver fatto il passo decisivo con le sue architetture di coordinate. Come dirlo, questo spazio? Mentre pregava la Madonna di dargli segni della sostanza ontologica del mondo, osservando una mosca tra le pareti della stanza, Cartesio ci rivela che ogni conoscenza è costruzione di relazioni. La conoscenza non è mai conoscenza del mondo “in sé e per sé”, ma tessitura di rappresentazioni, reti di relazioni entangled, labirinti, modelli, mappe e dizionari. Ed ogni mappa è una prospettiva dell’osservatore che svela nella misura in cui costruisce. E’ questa la lezione ultima della complessità: non abbiamo l’occhio di Dio, siamo osservatori e costruttori, Il reale ci si rivela facendo resistenza alle nostre rappresentazioni. Diremmo che il reale è questa cosa tra noi e i modelli. Il valore di una rappresentazione o di un modello consiste proprio nel non essere isomorfo al territorio, ma piuttosto nel fornire un territorio. Per i punti del mondo passano infinite mappe.

Non è soltanto lo spazio dei saperi condivisi a scaturire dal rapporto relazionale e dialogico tra noi e l’indefinita ricchezza del mondo. Anche le storie personali passano per stratificazioni di mappe legate a contesti, periodi, scale: giochi di bambini, baci apposti in calce a lettere, tribù musicali, partiti politici, abitudini di consumo, pratiche artigianali, comunicazioni, transazioni finanziarie ad alta frequenza, identità plurali. La mente umana è un groviglio di mappe entangled scritto sui fogli volanti del labirinto neuronale.



Le bocche/colonne/alberi di poliesteri emulsionati di Valentina sono una foresta di mappe, un intrico di segni che vanno illuminati per rivelare parte dei loro tesori. Sempre assolutamente contemporanea, anche quando tratta i temi arcaici del sesso- corpo- sangue, la De’ Mathà si rivela in questo lavoro sempre più vicina alle Lezioni Americane di Calvino. In equilibrio tra fiamma e cristallo, sceglie il tratto più breve per la leggerezza- rapidità-esattezza, visibilità e molteplicità. Riconoscendo all’Arte la sua dimensione relazionale, il suo ruolo di codice per decrittatori delle risonanze estetiche, si può pensare che nell’occhio di una di quelle emulsioni si possa vedere l’intero suo percorso, dalle mappe organiche ai misteriosi legacci della non località. L’artista è un sistema che si auto-osserva.

Ed è sulla “consistenza” incompiuta di Calvino che Valentina De’ Mathà evita la trappola ontologica. Ogni rappresentazione infatti definisce un confine, un luogo altro da sé, un esterno che fissa i limiti di validità di quella specifica descrizione. I confini possono essere chiusi, aperti, più spesso sono porosi. Ci si chiede se questa porosità nella foresta di bocche/colonne/alberi possa essere la chiave per realizzare la mappa delle mappe, quella che le contiene tutte e che si può mettere in corrispondenza 1/1 con il mondo, e dire finalmente: “questo è il mondo, chiuso nei miei modelli”. Il punto d’accesso all’Aleph, il sogno di Borges. Ma l’arte è un fatto creaturale ed umanissimo, la foresta resta foresta, e il mondo inesauribile. La sua unità e consistenza reali risiedono nell’osservatore, nello sforzo certosino del suo essere costruttore e del decifratore. E’ nel gesto dell’arte la verità silenziosa delle cose.

di Ignazio Licata



Valentina
De’ Mathà
e il suo progetto #INTHESPACE
al Macro





Letteralmente, la parola ”spàzio” deriva dal latino ”spatium”, nel significato di «essere aperto». Con l’installazione di Valentina De’ Mathà #INTHESPACE, visitabile sino ad oggi e che ha animato la Black Room del Macro Asilo di Via Nizza per tre giornate intere, l’arte si è concettualmente aperta e adeguata ad un’ era digitalizzata: lo stato di penombra induce il visitatore, in maniera del tutto spontanea e naturale, ad utilizzare la luce del proprio smartphone, oggetto d’ormai imprescindibile uso quotidiano. L’artista invita addirittura a scattare fotografie e video servendosi del flash, a postare immagini sui social network usando l’hashtag che è il titolo stesso del suo lavoro, per un’esperienza di totale interazione e fidelizzazione con il pubblico. La genesi del progetto #INTHESPACE si è avuta dalla riflessione sulla complessità e sul disordine della società odierna così come profeticamente narrati ne Le città invisibili di Calvino, i cui racconti di luoghi immaginari e paradigmatici si intersecano e si proiettano nella società contemporanea: le strutture relazionali e organizzazione dati che troviamo nella vita quotidiana e nella comunicazione [dal latino communico = mettere in comune, far partecipe] influenzano modo di esprimersi della società di oggi, gli scambi culturali, le relazioni interpersonali, il concetto di spazio come luogo di aggregazione sociale, come agglomerato di persone. Attraverso i riflessi e la lucentezza dei suoi poliesteri emulsionati, De’ Mathà crea la sua città invisibile ma reale, tangibile, perfettamente al passo coi tempi, un hortus conclusus di tecnologia: un chiaro rimando agli schermi lucidi e levigati degli smartphone attraverso i quali inevitabilmente siamo soliti comunicare. Le tramature generate dalle incisioni praticate sulle superfici in poliestere simboleggiano infatti apertamente le reti social e la conseguente frammentazione dell’Io di ognuno oltre una realtà sempre più rarefatta e distorta, che continuamente ci connette per sconnetterci dal vero.

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
03.10.2019

LA MERAVIGLIA NELLO SPAZIO ESTESO DI VALENTINA
DE’
MATHÀ



“In un Paese delle Meraviglie essi giacciono, Sognando mentre i giorni passano, Sognando mentre le estati muoiono: Eternamente scivolando lungo la corrente.... Indugiando nell'aureo bagliore... Che cosa è la vita, se non un sogno?“

Alice in Wonderland - Lewis Carroll

L'installazione #INTHESPACE di Valentina De' Mathà per il progetto MACRO ASILO trascina il visitatore a un dialogo continuo con la “Meraviglia”.

La “Meraviglia” (dal latino Mirabilia, dal verbo Mirare, Guardare) è nodo focale del racconto artistico tout court; in questa circostanza, entrando nella sala della black-room del MACRO, è reazione e sensazione al percorso esperienziale visivo immaginato dall'artista tramite l'utilizzo del medium della fotocamera e della luce del telefono cellulare. 


Una meraviglia personale, intima, un viaggio in uno spazio altro e alterato, una lunga caduta nella “Tana del Bianconiglio” di Lewis Carroll e un lungo e personale monologo con la “gatta Dina” nel quale lo spettatore da un lato è portato a confrontarsi con sé stesso, con le proprie reazioni, dall'altro diviene soggetto costituente di una rete relazionale composta dalle molteplici singole e uniche esperienze.


Un rapporto e una relazione con lo “stupore” termine che porta in seno il prefisso (s)tup, colpire, percuotere, sensazione fisica che nasce da un'esperienza visiva da una epifania; una commozione, (cum-movere) un muoversi assieme come concetto perfettamente calzante al lavoro di concerto che porterà alla creazione della suddetta comunità virtuale racchiusa dal hashtag scelto come titolo dell'installazione.


La meraviglia è una sensazione violenta nella sua leggerezza, che unisce l'inaspettato, l'improvviso, al riconoscimento di una parte di noi, della nostra identità personale traslandole e mischiandole con il sogno, la dimensione onirica, la proiezione dello spazio e del tempo che smettono di essere limiti fisici e divengono variabili duttili, modificabili.

Avviene ciò ne “Le città Invisibili” di Italo Calvino, quando le parole di Marco Polo diventano fonte di meraviglia, di sogni, di architetture e di città di pensieri nella mente del Gran Khan.
La meraviglia è ritmo costante, tambureggiante nel viaggio Dantesco. Ne “La Commedia” la metafora e il fantastico si uniscono nel più limpido e crudo racconto della specifica contemporaneità della storia della letteratura.


La meraviglia è spesso base, obiettivo e strumento dell'arte visiva. Le “sette meraviglie” dell'antichità sono i monumenti con i quali si può raccontare la storia dell'umanità.
La meraviglia meta e compimento artistico nelle favole sospese, nelle tiepide notti russe di Chagall come nella violenza del messaggio contemporaneo di Damien Hirst.


La meraviglia è elemento trasversale, comune alla produzione artistica di Valentina De' Mathà: è meraviglia della gestualità, studio formalmente ed esteticamente delicato ed ordinato, frutto di enorme e costante ripetizione in una virtuosa manualità, quando si esprime con il ciclo degli Entanglement laddove viene studiata indivisibilità dell’ umano co-esistere tramite riferimenti specifici alla teoria dell’”Aggrovigliamento" portata dalla fisica quantistica.

La gestualità della tessitura diventa strumento non solo del creare, ma anche medium del narrare e del tramandare il nostro vissuto.

E' volontà di racconto, strumento e insegnamento. laddove il filo tessuto e intrecciato si trasforma in stoffa. Materialità dell'oggetto che nasce da un elemento materno; fisico nell'atto di chinarsi, piegarsi, accovacciarsi e nell'affaticare e spingere al limite il senso della vista: è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose: i legami, la cultura; è intreccio di fili e carta, paradigmatici e metafora di relazioni, dipendenze, sentimenti e tradizioni.


Similare ma arricchito da una riflessione sul “disordine umano” è il progetto che ha portato all' installazione del 2011 Hair and Wool nel quale l'artista raccoglie, aggroviglia, cuce e intreccia capelli insieme a lana di pecora. 

Quello che si ottiene è una struttura complessa, fusa, confusa, non dipanabile che racconta la verità di un DNA meticcio, aperto e in continua trasformazione e addizione del quale è composto un mondo in cui la moltitudine di etnie vivono, e convivono.


La meraviglia diviene silenzio, meditazione, fiato trattenuto e sospiro; studio e produzione artistica violenta, forte, visivamente commovente, racconto della simbiosi e del provenire e ritornare dell'uomo alla Terra, nell'installazione del 2013 Silenzio.
Opera portata in mostra al Padiglione Italia regione Abruzzo nel 2013, Silenzio è un progetto installativo in memoria delle 308 vittime del terremoto di L’Aquila costituito da
308 corpi realizzati con la tecnica del papier-mâché con all’interno ritagli di giornali quotidiani dell'epoca i cui titoli e articoli trattavano questa catastrofe.

L'elemento umano nel suo vivere in aggregazioni sociali, l'introspezione e estroversione dell'esistere, su questi temi il percorso di Valentina De' Mathà affonda le sue radici e attorno a questi concetti arrivando fino allo studio intenso e preciso tramite il medium artistico dell'elemento urbano della città: come luogo fisico, incrocio e punto di partenza di “vie” ma anche come umano incrocio di desideri e sogni, regole e leggi, inganni e sentimenti, scambi e confronti.

L'arte di Valentina De' Mathà è sì “luce” ,ma anche prepotentemente “segno”: secondo elemento essenziale e primario della sua produzione e della sua identità artistica.
Dal concetto di segno come pura demarcazione e limitazione delle coordinate cartesiane in funzione del possesso, dell'identificazione in quanto comunità, della personalizzazione e della suddivisione dello spazio- vita. Il “limite”, il “confine”, l'accettazione di esso e il “de- lirare” nell'accezione latina del termine, strettamente legata alla terra, l'andare con l'aratro oltre il solco e superarlo, sono elementi evidentissimi e originali nella produzione di De’ Mathà. 


di Pier Paolo Scelsi



Pasinger Fabrik
Mediterran

Das Mittelmeer als Brücke und Kluft zwischen den Kulturen gestern und heute

Ein Ausstellungs- und Diskussionsprojekt

Kuratoren: Luigi Viola und Thomas Linsmayer


Culture and civilization are born of compa- rison, of dialectical visions, of interpersonal exchanges and relationships.

Just from its ancient history Mediterranean Sea linked civilizations and peoples, marking their evolution through the encounter and the contamination between different traditions, religions and cultures that have been enriched and turned into something else.
Everything through interaction and mutual comparison.

The artistic technique I used for this artwork starts from this vision: I took emulsified papers and folded them into spirals to symbolize the DNA structure, then I painted them in the dar- kroom where all the aesthetic effects are reve- aled through the free interactions of chemical processes.

Then I unfolded them, creating another form that would bring with it the signs of the starting structure.
Through the folds of the spiral, the action of chemical agents has given rise to a kaleidosco- pic succession of anthropomorphic, primitive and alien faces, in a dreamlike and ancestral dimension composed of elements that are always new, often completely symmetrical, sometimes the negative of the other, but always generated from the contact and the interaction of two flaps.



Elle Decor
Italia


     

Febbraio 2016