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Nomadic Roaming – Collectible DRY Magazine Vol.5



Abruzzo is a land rich in traditions, history and authenticity. I discovered it in greater depth only when I moved away from it. When I lived there, in my place of birth, my work was packed with all kinds of things, riotous colors, overlapping materials, dissonance, the restless teenage desire to escape.

When I moved to Rome a whole world opened up for me. Matter became liquid and paper took the place of canvas. I began to work horizontally. When the paper is on the floor there is more contact, you can sense and experience the material more intensely, in a relationship of symbiosis between equals, of give and take, and you can see things from another perspective. Everything changes. I liked to go barefoot, my feet were always stained with ink, it made me feel good. I began to drink tea and lived without a schedule. Rome reflected my way of living, of feeling free. It clung to me and captured me with sunshine, beauty and the music of day and night, until the day returned. Everything became possible in a timeless city, suspended between an always present past and an instant in which anything can happen. In which everything happens.

When I came in Switzerland everything became the opposite of what it was. For almost 10 years I have lived in a non-place where time is stretched and nearly always adds up to the same sum. I work a lot. Always. Often with more patience, which is something I have learned to do by living here. My work speaks of the symbiosis of man, nature and change. It explores places and traditions, the cause and effect of events. Switzerland is at the center of Europe, yet it is outside of it. It is a place apart, near but far from everything, extraneous to the typical things of the south. People don’t sing in the square here; there is lots of silence. My studio is near the border, in a place where there are customs barriers and a forest that expands like a multitude, while paradoxically setting a boundary. I live with two passports in my pocket, always with a book in my hands. I like to watch the helicopters that transport trees in the spring. I still drink tea, and being here I feel increasingly anchored to the traditions of my motherland, the floor of my mother’s house, the sum of the silhouettes of the mountains that always surrounded me and of those that surround me now. In all these years I have taken millions of photos: of myself, my books, my works, my cups of tea, floors, forests, everything that surrounds me. I still do it. Every day.My work has gotten cleaner. The cotton paper has become emulsion paper, and the material has become even more liquefied. Everything has become more linear. I try to organize the material, with the illusion of putting it into some order. This is something new for me. I still work on the floor, in the darkroom, but maybe with a more mature, measured, calculated approach. At times. Maybe. But a passionate character never changes, even after learning that it’s best not to get one’s fingers into everything.
CH – 22nd Aug 2017

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L’Abruzzo è una terra ricca di tradizioni, storia e genuinità. Io l’ho scoperto più da vicino quando mi sono allontanata. Quando vivevo lì, lì dove sono nata, il mio lavoro era carico di tante cose, colori chiassosi, sovrapposizioni di materia, dissonanze, e l’inquieta voglia adolescenziale di fuggire via.
Quando mi sono trasferita a Roma mi si è aperto un mondo. La materia è diventata liquida e la carta ha preso il posto della tela. Ho iniziato a lavorare in modo orizzontale, quando il foglio è sul pavimento c’è più contatto, riesci a sentire e a vivere più intensamente la materia, si instaura un rapporto di simbiosi, alla pari, un dare e ricevere, e riesci a vedere le cose da un’altra prospettiva. Tutto cambia. Mi piaceva camminare scalza, avevo i piedi sempre sporchi di inchiostro, mi faceva star bene. Ho iniziato a bere tè e vivevo senza orari. Roma ha rispecchiato il mio modo di vivere, e sentirmi libera. Mi si è stretta addosso catturandomi con il sole, la bellezza e la musica di giorno e di notte, fino al giorno. Tutto è diventato possibile in una città senza tempo, sospesa tra un passato sempre presente e un attimo in cui tutto può accadere. In cui tutto accade.

Quando sono arrivata in Svizzera tutto è diventato il contrario di ciò che era. Da quasi 10 anni vivo in un luogo non luogo in cui il tempo si è dilatato e si somma quasi sempre uguale. Lavoro tanto. Sempre. Spesso con più pazienza, è una cosa che ho imparato stando qui. Il mio lavoro parla della simbiosi tra uomo, natura e mutamento, esplora luoghi e tradizioni, e la causa effetto degli eventi. La Svizzera è al centro dell’Europa eppure ne è fuori. È un posto a sé, vicino ma lontano da tutto, estraneo a quelle fattezze tipiche del sud. Qui non cantano nelle piazze, c’è molto silenzio. Il mio studio è vicino al confine, in un posto dove ci sono dogane e c’è un bosco che si espande in moltitudine ma che, paradossalmente, traccia un limite. Vivo con due passaporti in tasca e sempre un libro tra le mani. Mi piace vedere gli elicotteri che trasportano gli alberi in primavera. Bevo ancora tè e, stando qui, mi sento sempre più ancorata alle tradizioni della mia terra materna, al pavimento di casa di mia madre, e alla somma dei profili delle montagne che mi hanno sempre circondata, con questi che mi attorniano ora. In tutti questi anni ho scattato milioni di fotografie: a me, ai miei libri, ai miei lavori, alle mie tazze di tè, i pavimenti, i boschi e tutto ciò che mi circonda. Lo faccio ancora. Ogni giorno. Il mio lavoro si è pulito ulteriormente, la carta di cotone è diventata carta emulsionata e la materia si è liquefatta ancora di più. Tutto è diventato più lineare, cerco di organizzare la materia con l’illusione di darle un ordine. È una cosa nuova per me. Lavoro sempre sul pavimento, in camera oscura, ma con un approccio forse più maturo, più misurato e calcolato. A volte. Forse. Ma un passionale rimane pur sempre un passionale, anche se ha imparato a non poter toccare tutto con le dita.

Svizzera. 22 agosto 2017










 

Art on Paper
New York




Art on Paper Art Fair in New York
March 3rd-6th, 2016

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Flashback
intervista a
Valentina De’ Mathà



Flashback è il titolo della nuova personale di Valentina De’ Mathà accolta fino al 14 dicembre negli spazzi della Nellimya: light art exhibition di Lugano. Per l’occasione abbiamo scelto di fare un passo indietro e di affidare all’artista il racconto di questa esperienza.




YOG: Partiamo dal principio, se è il principio. Come maiFlashback?
VDM:Flashback è un’antologica che comprende una selezione di 34 opere “pittoriche/fotografiche” realizzate in camera oscura su carte emulsionate e che evocano paesaggi luminosi, fantastici, epifanie, causati da distorsioni della psiche, déjà vu, visioni oniriche e, appunto, flashback.
Queste tipologia di opere sono una costante nel mio lavoro e per la prima volta ho deciso di focalizzare l’attenzione solo e unicamente su di esse concentrandole in un’unica mostra.






YOG: Uno degli aspetti più potenti dell’arte è forse la capacità di esprimere aspetti dell’animo umano, altrimenti confinati a pure sensazioni. Nel tuo caso, se volessimo indagare i tuoi “grandi temi”, quali potremmo citare? Sei più interessata agli aspetti oggettivi o quelli più ambigui e nascosti, come le sensazioni e le emozioni?
VDM:La mia ricerca si basa sul legame tra l’uomo, la natura e tutto ciò che è in divenire e la causa-effetto degli eventi, lasciando però ampio margine soprattutto a quella percentuale di imprevedibilità che caratterizza e sorprende la vita di ognuno di noi e tutto ciò che ci circonda.



YOG: In ogni mostra proponi un progetto completamente diverso dai precedenti. In questi anni hai lavorato con molti materiali e con altrettante tecniche di lavorazione. Quali ti hanno più affascinato e perché?
VDM:I miei progetti espositivi sono diversi l’uno dall’altro perché comprendono installazioni, scultura, pittura, fotografia e video, ma sono tutti legati tra loro da un unico filo conduttore che è sempre quello su cui è bastata la mia ricerca.
I materiali che utilizzo sono quasi sempre gli stessi, solo lavorati ogni volta in maniera differente.
La carta in primis è per me uno degli elementi più importanti e la maggior parte delle mie opere sono realizzate con questo materiale arcaico e versatile: di cotone, Nepalese, papier-machê, carta emulsionata. Quest’ultima elaborata in camera oscura, incisa, strappata, corrosa, intrecciata…
La cosa che mi affascina maggiormente è la dimensione pittorica che ho introdotto in camera oscura attraverso sostanze chimiche, come nelle opere presenti in Flashback. La pittura impone una maggiore solennità e offre orizzonti più vasti e variegati sempre nuovi.

YOG: Le tue opere come in una fotografia fissano il momento. Quanto del processo tradizionale di sviluppo fotografico rimane in questi lavori?
VDM:In realtà ben poco, se non il concetto base di fissare un processo e l’utilizzo di alcune sostanze chimiche tipiche della fotografia tradizionale, sommate ad altri materiali.

YOG:Dall’organico all’inorganico, dalla deperibilità del cibo (penso alla tua mostra Entropia alla Limonaia di Villa Saroli del Museo d’Arte di Lugano, o Humus Vitae, opera finalista al Premio San Fedele) alla immutabilità del fissaggio fotografico come nelle opere proposte in Flashback: cosa guida le tue scelte artistiche? Da chi e da che cosa trai ispirazione?
Una delle componenti più importanti nei miei lavori è il concetto di mutamento e di imprevedibilità, per questo spesse volte mi avvalgo di materiali deperibili, o materiali non del tutto controllabili nelle fasi di lavorazione.
VDM:La mia ispirazione trae nutrimento dal quotidiano, gli incontri, i tempi della natura, i cambiamenti, la voglia di differenziare un giorno dall’altro, la freschezza, e le letture di testi importanti.
L’idea iniziale di Entropia è nata da un testo di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine, Humus Vitaeha riferimenti biblici, Flashback è collegato a Dostoevskij.

Miriam Sironi
Your own guide 


27 novembre 2014





Intrecci d’artista


Hestetika Magazine n°22 Luglio 2016



L’arte di Valentina De’ Mathà tesse i fili di quei momenti chiamati vita. Un complesso lavoro a confine tra pittura, fotografia e scultura.


Storie di incontri predestinati e poi voluti, come quello tra me e Valentina De’ Mathà davanti a un caffè a Milano un anno esatto di distanza dalla festa di compleanno di un amico comune. Giovane artista italiana, nata ad Avezzano nel 1981, vissuta a Roma e residente in Svizzera dal 2008, Valentina mi racconta come nasce la sua ricerca, quali campi indaga e dove si sta volgendo.

Il tuo più recente lavoro è legato al concetto di non-separabilità (entanglement), fenomeno della fisica quantistica che ha ispirato le tue riflessioni sulle relazioni e interazioni inevitabili tra gli esseri viventi e il mondo. Ce ne parli brevemente?

Attraverso questo lavoro analizzo simbolicamente le capacità reattive degli esseri umani di fronte a eventi inesplicabili che si svolgono nella loro quotidianità e il collegamento con il Tutto. Credo fortemente nel potere decisionale dell’uomo, nella causa-effetto degli eventi, ma è anche vero che esistono dei fenomeni non deterministici che scompongono e sconvolgono i nostri ritmi. Per questo mi avvalgo quasi sempre di materiali che non mi permettono di avere su di essi una padronanza totale. Infatti da un lato c’è la tecnica, la tessitura, la ritualità, l’esecuzione prestabilita, dall’altra una dose di imprevedibilità dovuta alle reazioni chimiche dei materiali impiegati. Queste opere simboleggiano in qualche modo una frammentazione, scomposizione e ricomposizione della natura, appunto, il collegamento con il Tutto. È un lavoro basato sulla simbiosi tra me e la materia, ancestrale, spirituale e pratico.

Sarebbe quindi lecito parlare anche di panteismo?

L’esistenza è perenni dubbi, ricerche, scoperte, incertezze, precarietà, conferme; perenni consapevolezze, fallimenti, messa in discussione di presunte verità che ti portano all’esigenza di altre ricerche e scelte. È un eterno cadere e rialzarsi. Ha un processo circolare, a spirale, e si arricchisce con il movimento, con il fare e con il ripetersi.

Il risultato della tua ultima ricerca ti ha portato a sviluppare un progetto che include l’utilizzo di diverse tecniche tra cui la fotografia e la pittura, intrecciate tra loro (è il caso di dirlo) da un’altra arte che avrebbe il diritto di essere ritenuta “nobile”, la tessitura. Per realizzare ogni singola opera impieghi molto tempo, passando dalla camera oscura alla luce del giorno per dare forma a un vero e proprio arazzo. Puoi illustrarci le fasi principali?
Utilizzo differenti tipologie di carte chimiche e diverse emulsioni. Le carte vengono tagliate e intrecciate rispettando le proporzioni auree, poi assemblate, dipinte in camera oscura attraverso una serie di passaggi e procedimenti chimici, scomposte, fissate e lasciate ad asciugare. In seguito vengono composte nuovamente e infine cucite a mano. Le combinazioni sono infinite, simbolicamente è la materia che si disaggrega e poi diventa una forma altra. Ogni arazzo può richiedere anche mesi di lavoro e più di 200 metri di carta.

Ti immagino nel tuo laboratorio a mischiare componenti chimici. Quanta affinità può esserci tra artista e scienziato?
Moltissima! Entrambi sono dei ricercatori, fondano la loro ricerca sul paradosso, letteralmente “contro” “opinione”, ed entrambi costruiscono e abbattono muri in nome di una più alta consapevolezza dell’Essere. L’opera d’arte vive nel dialogo con chi la contempla, diventa tale solo quando le restituiamo la sua unità, appunto, contemplandola. Secondo la fisica quantistica lo stesso vale anche per il mondo naturale.

Molte figure mitologiche sono abili tessitrici. Ricordiamo ad esempio l’astuta Atena, Anankè e le Parche impegnate a filare vita e conoscenza, la tenace e paziente Penelope, ma anche Calipso e Circe tramatrici di inganni, oppure Aracne attorno a cui si era costituita una piccola comunità di donne. L’arte del tessere può dunque essere considerata come espressione di affermazione e ingegno, ma anche di resistenza e complicità femminile. Quali caratteristiche trovi a te più affini?
Tessere significa creare, generare qualcosa della propria sostanza: intreccio di eredità ancestrali e storia individuale. Un filo sottile si può trasformare in un intero pezzo di stoffa, questa è la magia della vita, del tramandare. Ho letto che in una cerimonia nord-africana le tessitrici tagliano con solennità l’ultimo filo dell’ arazzo recitando la stessa formula di benedizione pronunciata quando viene reciso il cordone ombelicale di un neonato. Tessere è un lavoro molto femminile, ancestrale; è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose, i legami interpersonali, la cultura, gli scambi, gli incontri; è l’intreccio di relazioni e dipendenze. Si tesse l’istruzione e la conoscenza dell’uomo, lo spazio e il tempo in cui si intersecano continuamente mondo invisibile e realtà inevitabile. Tessere è la somma delle nostre scelte. La ritualità, la ripetitività, invece, elavano e perfezionano lo spirito, come lo zen.

I tuoi arazzi oltre a ricordarmi le trame dei tessuti mi fanno pensare agli intrecci dei cesti atti a contenere oggetti, oppure ai nodi che si possono fare con le corde per tenere fermo qualcosa che altrimenti andrebbe perduto. Qual è il tuo rapporto con le cose, i ricordi, il passato?

I cesti accolgono come il ventre materno. Ogni persona che incontriamo fa parte della trama del nostro arazzo, anche se il filo continua a scorrere e tesse altro. Siamo tutti collegati, anche quando poi apparentemente ci perdiamo e non ci incontriamo più. Con le persone, gli eventi, le cose, si fanno dei percorsi. Tutto ha senso in un determinato attimo della nostra vita. Non trovo sia giusto trascinarsi dietro l’idea di qualcosa che era e che ora non è più. Guardo al passato con serenità e al futuro con curiosità, ma ciò che mi interessa davvero è il presente e l’attenzione, e le scelte che decido di compiere adesso. Il presente è la somma del passato e il seme del futuro.

Riflettendo sugli intrecci che si innescano tra persone, tra scienza, arte e filosofia, mi viene in mente Heidegger e il suo “Essere e tempo”. Senza entrare nei dettagli, l’esser-ci viene concepito attraverso l’incontro. Tendiamo cioè a condividere il mondo in atteggiamento di apertura e comprensione, prendendoci cura (nel significato latino di attenzione, premura, partecipazione anche emotiva) degli altri enti. Qual è la tua personale relazione col mondo, considerato anche l’utilizzo dei nuovi social network?

Sono una persona entusiasta e curiosa, mi nutro di incontri, scelgo con premura le persone con cui relazionarmi occhi negli occhi. Mi interessano gli scambi alla pari, la cura reciproca, l’educazione, il rispetto e la parola data. Se ci sono questi elementi posso davvero affermare di esser-ci, se mancano, l’incontro non ha senso di essere. Vivo in un luogo di confine separato da una dogana, un luogo non luogo. La Svizzera è al centro dell’Europa, eppure ne è fuori. La maggior parte del mio tempo lo trascorro in studio a lavorare. I social network sono una piattaforma di scambi, una finestra sul mondo, un modo di uscire fuori e di mantenere un contatto.

Ma ciò che fai ti rappresenta o ti rappresenti attraverso ciò che fai? Quanta consapevolezza ci può essere nell’identificazione dell’artista con la sua opera?

Rappresento me stessa attraverso ciò che faccio, quindi, automaticamente, ciò che faccio mi rappresenta. Per periodi, spesse volte lunghi, si lavora impulsivamente e ossessivamente a un’idea. Poi arrivano quei momenti di forte lucidità in cui metti tutto in discussioni, ti analizzi e raggiungi nuove consapevolezze segnando altri traguardi, scoprendo e riscoprendo te stessa. Le mie opere sono un’estensione di me e, benché riescano a stare in piedi da sole, provengono da me e rappresentano tutta l’autenticità della mia visione sul mondo.

Per concludere, so che sei alle prese con un nuovo progetto che in qualche modo ti riavvicina ancor di più al mezzo fotografico e al gesto pittorico, alla base della tua formazione artistica. Puoi svelarci qualche piccola anteprima?

È un progetto pittorico realizzato sempre in camera oscura e che prende spunto dalle “Quattro stagioni” di Cy Twombly (uno dei miei più grandi punti di riferimento nell’arte), ma con una realizzazione formale ampiamente diversa. È ancora work in progress, ma già i primi risultati mi soddisfano molto e mi entusiasmano. In questo momento della mia vita sento di aver raggiunto una maggiore maturità e consapevolezza sia come donna che come artista. Questo nuovo lavoro è formalmente più “leggero” rispetto a quelli precedenti per via della scelta di supporti trasparenti, e colori più evanescenti. In realtà non parlo di leggerezza, ma di chiarezza, lucidità e consapevolezza. È una necessità di tornare alla pittura senza troppe spiegazioni. La pittura basta a se stessa e, per me, rimane il mezzo espressivo primordiale più efficace. Contemporaneamente continuo a lavorare su nuovi arazzi per la mia prossima personale in autunno in America.









Laura Luppi
Hestetika Magazine N.22
Luglio 2016


Elle Decor
Italia




     

Febbraio 2016



     

     

   

Intrecci e attimi:
Valentina De’ Mathà



     

“La mia ricerca è basata sull’interazione fra uomo, natura e mutamento, nonché sul principio di causa-effetto e sulla dialettica tra la mia azione sulla materia e la reazione della materia ai miei input, lasciando però ampio margine ad una percentuale di meccanismi non deterministici e possibilità tipici della fisica quantistica.

Esamino il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da egli stesso; di conseguenza esploro le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti
e ai mutamenti improvvisi e inevitabili.”

       Valentina De’ Mathà


Ho conosciuto Valentina De’ Mathà per caso, passeggiando in centro ad Avezzano, cittadina abruzzese in cui ho vissuto per diciotto anni, mentre parlavo degli intrecci.
Delle volte sono così puntuali e inequivocabili gli incontri che accadono in un determinato istante, che innescano delle vere e proprie reazioni inspiegabili, come se certe connessioni siano lì ferme e impercettibili in attesa di essere messe in moto.
Io vivo a Roma da dieci anni ormai.
Valentina vive in Svizzera con suo marito da diversi anni.
Entrambe ci siamo incontrate durante il periodo dell’anno in cui, generalmente, si sta con la famiglia e si torna un po’ indietro nel tempo per riscoprire e riassaporare un mondo di origini che hanno contribuito alla costruzione del nostro presente e di quello che comunque sarà un pilastro per il nostro futuro… è come entrare da una porta minuscola in un mondo pieno di ricordi, profumi e suoni che incastrano il presente ad un passato a volte quasi dimenticato.
L’intreccio tra me e Valentina è avvenuto così. E davanti ai nostri caffè abbiamo scoperto tantissimi pensieri e sensazioni reciproche che mi hanno portato a volerne parlare.

E’ proprio l’intreccio il filone centrale di “Entanglement”, la nuova serie di lavori di Valentina De’ Mathà, già esposti a Milano e a Miami, che sarà possibile ammirare a marzo anche a New York.
Entanglement come non-separabilità, come intreccio. Si tratta di un fenomeno della fisica quantistica che coinvolge due o più particelle subatomiche che si condizionano e comunicano a distanza.

Tutto è connesso e inseparabile, tutto è in correlazione come al momento del Big Bang, tutto si sta ancora toccando.
Tutto ciò che esiste è composto da particelle subatomiche e da questo legame con il tutto scaturisce l’entanglement umano che dà luogo alla nostra quotidianità e alle proprie relazioni interpersonali.
Le opere di Valentina De’ Mathà raccontano proprio questa intensità di emozioni e connessioni materiche, da lei definiti come dei “Cordoni ombelicali” creati intrecciando delle carte emulsionate “dipinte” in camera oscura attraverso dei procedimenti chimici. Si tratta di veri e propri tasselli perfettamente combacianti che poi sono stati incastrati e cuciti tra loro per dare luogo a degli arazzi che diventano delle meravigliose opere d’arte in cui sono racchiuse Pittura, Fotografia, Scultura e Tessitura.

– Le tue opere sono un concentrato di emozioni, di conoscenza minuziosa di tecnica e della consistenza materica vera e propria dei materiali che usi per realizzarle. Sono sicuramente frutto di relazioni tra corpo mente e anima. Ma esattamente quando crei la tua opera d’arte? Quando scegli che debba venir fuori con quei determinati colori e che debba dare luogo a quelle determinate forme? Come avviene la creazione di ogni tuo lavoro? Quando inizia e quando finisce, se finisce, la tua creazione?

-Esistono le 4 stagioni:
C’è la stagione delle idee, dell’entusiasmo, delle visioni, quella della progettazione, dell’analisi, del coraggio, delle aspettative, quella del lavoro, della realizzazione, della concretezza, della sorpresa e quella della contemplazione, del riposo, della sedimentazione, della consapevolezza e rigenerazione.
Anche se a volte si confondono e sovrappongono o vengono vissute tutte contemporaneamente in un unico frammento di tempo.
Non c’è un momento giusto per creare, ogni momento è quello giusto.
Io lavoro tutti i giorni, tutto il giorno.
Un’opera è completa quando è lei a dirtelo, uno dei compiti dell’artista è anche quello di saper leggere questo messaggio.
Van Gogh disse: “Le emozioni sono talvolta così forti che le pennellate si susseguono senza fine.”
A volte è necessario sapersi gestire senza però spegnere l’entusiasmo.

-Le tue opere di “EPIPHANY” sono sempre state realizzate in camera oscura. Sono lavori pieni di luci e colori, ricchi di movimenti e sfumature ambivalenti che trovo molto musicali, anche se probabilmente è un termine poco adatto, ma a me danno questo senso di musicalità e sogno insieme. Ma tu in camera oscura, senza luci e senza rumori, che rapporto hai con i tuoi cinque sensi e con la materia con cui stai lavorando in quel momento?

-Sono una persona molto tattile e olfattiva, quando sviluppo pellicole fotografiche ho le mani in una sacca nera, agisco attraverso il tatto, sto attenta a compiere i giusti movimenti.
Lo faccio a occhi chiusi, taglio gli angoli del negativo, lo avvolgo…. mi lascio coinvolgere dall’odore della chimica.
È lo stesso quando “dipingo” con i chimici, ovviamente in questo caso la vista è fondamentale e l’odore delle sostanze chimiche non è molto piacevole, infatti mi proteggo sempre meticolosamente con mascherine e guanti.
In realtà do molta importanza alla musicalità delle cose, crea forme, pesi e proporzioni, dà una metrica alla quotidianità.
Quando lavoro ho sempre musica nelle orecchie, ascolto brani molto variegati che influenzano in qualche modo il mio umore e di conseguenza, probabilmente, la mia visione sul lavoro che sto realizzando in quel momento.
Ogni opera ha una sua “colonna sonora”, così  come ogni libro per me ha un suo odore.
Le “Epiphany” narrano paesaggi fantastici, a volte bruciati dalla luce, déjà vu, visioni oniriche, flashback, appunto epifanie, ma sono anche delle porte aperte su dei cantucci della mente.

– A proposito dei cinque sensi, mi viene in mente il progetto per la tua personale al Museo d’Arte di Lugano, ispirato a “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez e basato sull’Entropia e sul ciclo della vita. Su questa lunghissima tavolata hai posizionato del cibo, dei fiori , delle verdure e frutta e dei piatti pieni di terra e di semi.
L’esposizione consisteva nel permettere al pubblico di osservare per due mesi i mutamenti di ciò che era sulla tavola: mentre il cibo marciva e i fiori appassivano, dalla terra germogliavano i semi. Hai fatto incontrare a tavola la vita e la morte insieme, come in un eterno dialogo silenzioso. Anche l’entropia è un concetto legato alla scienza. Ti ha mai spaventato legare concetti così scientifici all’arte e alle tue emozioni? Questi concetti legati alla meccanica ti hanno mai frenata e/o condizionata pensando a quello che sarebbe stato il risultato finale di un tuo lavoro? Perché?

-Mi avvalgo della scienza come spunto “filosofico”: tutto è materia, tutto è in continua evoluzione, tutto è connesso con il Tutto, la coscienza è immortale, e questa è la quotidianità, è una delle realtà imprescindibili della vita.
Io parlo di ciò che tocca il nostro stare al mondo, lo faccio con gli occhi di un’artista, racconto la mia realtà ricollegando spesse volte eventi della vita a fatti scientifici.


     -Guardando i tuoi profili sui social network non è difficile intuire il forte legame tra la materia e il tuo corpo. Si vede chiaramente dalle tue foto che hai bisogno di sperimentare, di sporcarti con quella stessa materia con cui plasmi i tuoi lavori e di creare un percorso tangibile che probabilmente fa parte anch’esso della stessa opera d’arte nella sua propria forma. Ti capita mai di riguardare queste foto a opera ultimata? Se si cosa provi mentre ti guardi?

-Amo molto la fotografia, è un mezzo fenomenale che mi permette di fermare ciò che reputo importante.
Ho iniziato a scattare all’età di undici anni, affamata di attimi, e da allora vivo in simbiosi con la macchina fotografica, ho cassetti interi di pellicole fotografiche e tera di scatti digitali.
Tra questi ho molte immagini di me mentre lavoro e mi capita di riguardarle nel tempo e riscoprire l’energia e tensione che hanno caratterizzato quel preciso momento.
A volte da lì nascono nuove idee.
Per me sono punti che delineano un racconto.
Sono molto fisica, mi piace sporcarmi le mani, camminare a piedi nudi, annusare le cose.
Eccetto quando cucio, in genere quando lavoro non lo faccio mai seduta o al muro, su un cavalletto, o su un tavolo, ma a terra.
Si ha un impatto più fisico con la materia, c’è una tensione muscolare diversa, posso camminarci intorno ripetutamente, sopra, a piedi nudi, sentirne la consistenza, guardarla da diversi punti di vista, sentirmi più dinamica.
Le immagini che posto sui miei social network parlano spesso di questo.
Non sono semplici ritratti di una ragazza, per me ognuna di esse ha un’importanza che va oltre la “bella foto”.
Anche le immagini che sembrano apparentemente fine a se stesse, in realtà per me hanno un messaggio ben definito, che siano foto di pagine di un libro, tazze di tè, il mio studio, i miei lavori, i miei appunti o i miei piedi macchiati d’ inchiostro, o semplicemente me stessa.
Ogni elemento che mi circonda prende parte, in qualche modo, di un percorso atto alla realizzazione delle mie opere, e io, spesso, ne rendo pubblica una parte attraverso le fotografie.

-C’è sempre un’evoluzione nelle tue opere che restano comunque legate ad un filo conduttore che è un qualcosa che le identifica immediatamente in un’appartenenza alla tua personalità artistica.
Questo cammino rappresentato dalla tua arte in cosa andrà a sfociare nei tuoi prossimi lavori, sempre se possiamo già parlarne?

-Ho lavorato tutto il 2015 quasi solo esclusivamente sugli arazzi (Entanglement) e sicuramente continuerò a dare ancora il giusto tempo all’evoluzione di questa tipologia di lavoro, scoprendo passo passo in che modo continuerà a sorprendermi.
Parallelamente sto lavorando alla realizzazione di nuovi progetti. In questo periodo sto studiando nuovi materiali e ho intenzione di ampliare gli “intrecci” su cui si basa la mia ricerca, coinvolgendo altri artisti non necessariamente visivi.

Mary A. Chiarilli






Entanglement
  Intervista a  
Valentina De’ Mathà



Loom Gallery accoglie – fino al 16 gennaio – la personale di Valentina De’ Mathà, artista di origine italiana che vive e lavora in Svizzera. Entanglement richiama l’attenzione sull’esistenza umana, sulla vita che scorre tra connessioni e incontri; abbiamo scelto di affidare alle parole dell’artista il racconto di questa esposizione.

Photo © Roger Weiss

YOG: Partiamo dal titolo, per la tua ultima mostra accolta alla Loom Gallery di Milano, hai preso in prestito un termine dalla fisica quantistica: Entanglement.
Ci vuoi raccontare come mai?

VDM: Entanglement significa non-separabilità, intreccio, è un fenomeno che coinvolge due o più particelle subatomiche o “entità”, che si condizionano e comunicano a distanza.
Le particelle sono correlate, tutto è connesso e inseparabile, non esistono sistemi isolati.
L’umanità stessa è composta da particelle, quindi l’entanglement umano è naturale e questo legame, scaturisce la nostra quotidianità e le nostre relazioni interpersonali.
Credo nelle connessioni, negli incontri, nell’unione con il Tutto, nella costante trasformazione della materia, nell’immortalità della coscienza e questa consapevolezza mi affascina e stimola moltissimo.
Il progetto è incentrato su degli arazzi in carta emulsionata su cui intervengo pittoricamente in camera oscura attraverso procedimenti chimici e sintetizza il mio percorso artistico degli ultimi 7 anni racchiudendo in ogni singola opera, la pittura, la tessitura, la fotografia e la scultura.
Queste opere simboleggiano in qualche modo una frammentazione, scomposizione e ricomposizione della natura.
Sono sempre stata una persona molto dinamica, veloce, attraverso questo lavoro ho riscoperto l’importanza della ritualità, della dilatazione del tempo, l’importanza di scegliere come impiegarlo. È un lavoro molto femminile, mi riporta a quando ero bambina e cucivo con mia nonna, è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose.
Ogni arazzo richiede anche mesi di lavorazione, e nelle opere di formato medio grande, utilizzo anche fino a 200 metri di carta.
È un lavoro molto lungo, di pazienza, intrecciare e cucire diventa come un mantra, mi apre la mente, mi fa pensare molto, in quei momenti mi passano per la mente immagini molto vivide, costruisco cose, nuove realtà, ho nuove intuizioni.
Prendo in prestito i colori della natura, li frammento, scompongo e ricompongo, alcune parti appaiono come i pixel di un’immagine fotografica ingrandita, un’indagine sul micro cosmo. In realtà parlo di atomi, tasselli, quantum, del legame con il Tutto, della materia che non perisce ma si trasforma in altro.
Negli ultimi 20 giorni prima dell’opening di Entanglementpresso la Loom Gallery di Milano, ho lavorato anche 16 ore al giorno. La notte intrecciavo e il giorno cucivo.
È stato un periodo molto “elettrizzante”.
A volte è capitato che mio marito abbia acceso la luce e mi abbia detto: «Stai cucendo al buio, non te ne sei resa conto».


YOG: La meccanica quantistica è forse la branca, tra quelle sperimentalmente verificate, più bizzarra della fisica. Può essere considerata il corrispettivo nella scienza di Alice nel paese delle meraviglie (tanto da aver ispirato Robert Gilmore con la celebre variazione Alice nel paese dei quantiNdR).
Hai tratto ispirazione da testi, magari fantascientifici, per questo tema?

VDM: In realtà questo progetto è ispirato inizialmente alle teorie di Epicuro, all’atomismo e si ricollega poi alla meccanica quantistica, presa da me come spunto “filosofico”, affascinata da quei sui tipici meccanismi non deterministici: metafore di vita. Attraverso i materiali e la tecnica di realizzazione di queste opere, analizzo simbolicamente le capacità reattive che gli esseri umani mettono in gioco di fronte a eventi inesplicabili e il collegamento con il Tutto. Per me la vita è la somma delle scelte che si fanno quotidianamente, credo fortemente nella facoltà dell’uomo di incanalarla e portarla dove vuole, credo nella determinazione, nei percorsi prestabiliti, nella causa effetto degli eventi, ma è anche vero che esistono gli imprevisti, le ineluttabilità e la rottura di certi schemi che rendono più esaltante, affascinate e a volte anche inquietante il nostro stare sulla terra. Per questo mi avvalgo quasi sempre di materiali che non mi permettono di avere su di essi una padronanza totale.
Questo lavoro è basato sulla simbiosi tra me e la materia, sulla sua risposta ai miei input, lasciando però una percentuale di margine alla sua imprevedibilità e indomabilità.

YOG: Noto che nel tuo percorso artistico il connubio tra arte e scienza è una costante – ricordo ad esempio la tua mostra legata alla teoria dell’Entropia al Museo d’Arte di Lugano – che scaturisce innanzitutto dalla scelta e lavorazione dei materiali e tecniche impiegate. Cosa ti affascina di questo rapporto?

VDM: Nei miei lavori/progetti parlo della quotidianità, di ciò che io reputo importante e questo sta in tutto ciò che in qualche modo “tocchiamo” e che ci “tocca” sotto diversi punti di vista e avendo un corpo materico e una coscienza, la scienza non può esserci estranea.
Il protagonista del progetto al Museo di Lugano era il cibo e la ciclicità, il trasformarsi della materia in altro, il nutrimento primario, posto su una tavolata di 15 metri per due mesi sotto gli occhi di tutti. In Entropiaparlavo di scienza, è vero, di uno dei fenomeni che abbiamo costantemente sotto agli occhi, ma nella realizzazione formale decisi di fare anche un omaggio a Gabriel Garcia Marquez e al suo Cent’anni di solitudine.
Ricordo il capitolo in cui Rebeca mangiava la terra.
Questa immagine non mi fece dormire la notte, rimasi con gli occhi fissi a pensare a Rebeca che mangiava la terra, che cercava di compensare le sue mancanze prendendo nutrimento della Madre Terra. Una persona che mangia la terra! Era diventata un’immagine fissa nella mia mente.
Per questo motivo la misi nei piatti e ci infilai dei semi.




YOG: Si accennava poco fa alla tecnica. Ti va di raccontarci come procedi nella realizzazione di queste tue opere?

VDM: Utilizzo diverse tipologia di carte chimiche e diverse emulsioni. Le carte vengono tagliate e intrecciate, poi dipinte in camera oscura con l’ausilio principale di sostanze chimiche attraverso pennellate, immersioni, sovrapposizioni e variazioni di temperatura delle stesse e dei tempi di esposizione, poi vengono fissate, lavate e lasciate ad asciugare. In fine assemblo nuovamente il tutto come tasselli perfettamente combacianti e li cucio insieme.

YOG: Ultima domanda, la classica, di rito: progetti futuri? Ti va di svelarci qualche notizia in anteprima?

VDM: A questa domanda rispondo sempre che i miei progetti più concreti sono quelli di lavorare a cose nuove, poi il resto viene da se. Comunque a marzo sarò ad Art on Paper di New York con la galleria Randall Scott Projects di Baltimora con la quale ho appena esposto a Miami Project e con cui ho altri progetti in cantiere, nel mentre ricordo che Entanglement, presso la Loom Gallery di Milano, sarà visibile fino al 16 di gennaio ed è assolutamente una mostra imperdibile!

Alessia Ballabio
YOG your own guide

December, 12, 2015


Le foto di
De’ Mathà
Inside Art




A Lugano le sperimentazioni sulla carta sensibile e sulla luce dell’artista abruzzese


Valentina De’ Mathà è la protagonista della nuova mostra Flashback, un viaggio tra colori e luci sempre differenti. Abbiamo scelto di affidare all’artista il racconto di questa esperienza.

Ha inaugurato Flashback, mostra accolta alla Nellimya: light art exhibition di Lugano, spazio espositivo dedicato all’arte di luce. Quanto è importate la luce per questo progetto? Vuoi parlarci un po’ del percorso espositivo?

«Si tratta di un’antologica che racchiude una varietà di 34 opere realizzate in camera oscura prevalentemente attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche e fonti luminose su carte emulsionate. La mia ricerca, benché segua un concetto base definito, spazia dalla scultura, all’installazione, al video, dalla pittura alla fotografia e questa tipologia di opere realizzate in camera oscura, compare quasi sempre in ogni mio progetto espositivo, è una costante. Nellimya: light art exhibition, è una galleria che nel corso degli anni si è specializzata in progetti artistici che avessero come componente principale la luce, attenendomi al concetto su cui si fonda, ho deciso di esporre qualcosa che fosse in qualche modo creata con la luce, ma che non fosse visivamente esplicita».

I lavori in mostra hanno un impatto deciso. Puoi svelarci alcuni retroscena del processo creativo?

«Come accennavo, si tratta di opere create in camera oscura attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche, variazioni di temperatura di quest’ultime, dell’acqua e fonti luminose su carte precedentemente emulsionate. Il processo di realizzazione è spesso lungo e complesso, richiede dinamicità ed immediatezza e la giusta sapienza, i giusti tempi. La tecnica è basata sul concetto di causa-effetto e sulla visione dialettica tra gli input che regalo alla materia e la sua capacità di reazione, lasciando però ampio margine a una percentuale di meccanismi non deterministici e sfumature tipici della fisica quantistica, altro punto cardine della mia ricerca. Narrano paesaggi luminosi, fantastici, distorsioni della psiche, epifanie, déjà vu, visioni oniriche e appunto, flashback».

Le tue opere, soprattutto la serie Rorschach, agiscono in maniera differente su ciascuno spettatore, godendo di una realtà mutevole che vive nella relazione con chi le osserva. Quanto è importante il ruolo del pubblico per te?

«Mi affascina ascoltare le percezioni che hanno i fruitori, spesse volte me le raccontano e da lì nascono nuovi confronti. In genere evito di mettere titoli troppo specifici che indirizzano e condizionano troppo chi guarda l’opera, mi piace lasciare sempre ampi orizzonti, affinché ognuno trovi le sue risposte o si ponga le sue domande. Per quanto riguarda la serie Rorschach, di evidente riferimento alle tavole dell’omonimo psichiatra svizzero, è già intriso in esse il concetto assolutamente soggettivo di ”scoprire cosa ognuno di noi ci vede”, di tirare fuori se stesso, ciò che siamo, attraverso la contemplazione di un’opera d’arte».

Guardiamo avanti, progetti futuri?

«Sto portando avanti da diversi mesi un progetto sulla mia Terra natale, la Marsica, e sulla ricchezza della sua storia. Un lavoro ampio e variegato, in continuo divenire e ciò stimola quotidianamente la mia voglia scoprire e riscoprire le mie origini. Questa per ora è la cosa più importante e necessaria».


Alessia Ballabio
Inside Art
23.11.2014
http://insideart.eu/2014/11/23/le-foto-di-de-matha/


Valentina De’ Mathà
-Entropia-



Museo d’Arte di Lugano, Limonaia di Villa Saroli

Curated by Guido Comis and Cristina Sonderegger

Texts by Ignazio Licata and Maria Savarese, Edizioni Sottoscala











Valentina
De’ Mathà
Corpi Rossi





Maria Savarese: quali sono i nuclei concettuali intorno ai quali ruota la tua ricerca? Perchè hai scelto il corpo come
soggetto per i lavori di questa mostra?

Valentina De’Matha’: la mia ricerca è basata sulla simbiosi tra Uomo, Natura e Mutamento e sulla Causa-Effetto degli
eventi. Mi interessa il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da lu stesso e, di conseguenza, le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi e inevitabili Questa ricerca pittorica è incentrata sulla materia che prende forma da sé, sul dinamismo delle metamorfosi, su processi, sulla nascita e gestazione dei pensieri: metafore dell’Essere e delle relazioni interpersonali. I corpi che si contorcono sono solo la conseguenza di ciò che la mente gestisce.
Queste gestazioni, questi ventri gonfi, sono semplicemente la cristallizzazione di un processo, e dire qualcosa intorno all’anima è dire qualcosa di profondo sul corpo.
Siamo quello che facciamo, processi.
Il mio lavoro è basato sulla simbiosi, lo scambio e il dialogo tra quello che io posso dare alla materia (lo stimolo) e quello che la materia può darmi di risposta. Causa – Effetto. La pittura mi destabilizza e, contemporaneamente, mi rende forte. È la parte più “animale” di me e attraverso la qual mi guardo allo specchio. Il mio esser presente al mio lavoro è il mio sentirmi ancorata alla Terra, alle mie Origini, a Me stessa, in una continua catarsi.
L’Arte è una conseguenza, come l’Amore





 Valentina   De’ Mathà


  Entanglement



Loom Gallery is delighted to announce Entanglement, a solo exhibition of brand new works by Switzerland based artist Valentina De’ Mathà. The opening reception will take place
Thursday, 26 November, from 7 to 9pm, and the artist will be present.
The status of entanglement reflects an actual and impossible separation, an intertwinement.
It’s a physical phenomenon, discovered by quantum physics, where two or more subatomic particles, also known as “entities”, mutually condition themselves, but at the same time communicate among themselves.Consequently, physical systems are strongly connected, they actually resonate with each other.
Subatomic particles are mutually correlated, so reflecting the Big Bang theory, according to which everything was connected at the beginning, but everything is still connected and inseparable now. Humanity consists of subatomic particles, hence the “human” entanglement is a state of nature, our day-to-day behaviour and human relationships actually originate from that connection.
The artist created a structured set of “umbilical cords”, an intertwinement of emulsified papers:
these same papers were then chemically “painted” by means of chemical procedures in the darkroom. Finally “painted” cords have been precisely embedded and sewn into each other, leading to tapestry works where painting, photography, sculpture and weaving are contained altogether.



Valentina De’ Mathà is born 1981 in Avezzano, Italy, she lives in Switzerland.
Her research is based on the interaction among man, nature and mutation, as well as on the causality principle and on the dialectic between her action on matter and its reaction to it. Her peculiar technique also gives vent to a high percentage of non-deterministic mechanisms
and to the typical uncertainty of quantum mechanics. She examines human behaviour
when people are facing the unpredictability of inescapable circumstances or events caused by themselves; consequently, she explores the human emotional instabilities and reactions of people facing the unexpected, inevitable or sudden life-changing experiences.



Loom Gallery è lieta di presentare la prima mostra personale in galleria di Valentina De’
Mathà, artista di origine italiana che vive in Svizzera; il titolo della mostra Entanglement
richiama l’attenzione dell’artista sull’esistenza umana, fila di anime viventi che attraversano
i cammini della terra e si intrecciano tra di loro, in un turbinio di esperienze, emozioni
e sensazioni.
Entanglement identifica la non-separabilità, l’intreccio: un fenomeno scoperto dalla fisica
quantistica che coinvolge due o più particelle subatomiche o “entità”, che si condizionano
e comunicano a distanza. Ciò significa che non esistono sistemi isolati, ogni cosa risuona
con il tutto.
Le particelle sono correlate, così com’era tutto collegato al momento del Big Bang: ciò significa che tutto si sta ancora toccando, tutto è connesso e inseparabile. L’umanità è composta da particelle subatomiche, quindi l’entanglement umano è naturale, un legame con il tutto da cui scaturisce la nostra quotidianità e le nostre relazioni interpersonali.
Partendo da tali assunti l’artista ha dato forma a una struttura che definisce “cordoni ombelicali”, derivante dall’intreccio di carte emulsionate poi “dipinte” in camera oscura attraverso procedimenti chimici. Successivamente le carte emulsionate sono state assemblate come tasselli perfettamente combacianti e cuciti tra di loro realizzando degli arazzi; dando così vita ad opere che racchiudono la pittura, la fotografia, la scultura e la tessitura.



Valentina De’ Mathà nasce nel 1981 ad Avezzano, Italia. Vive e lavora in Svizzera.
La sua ricerca è basata sull’interazione tra uomo, natura e mutamento, nonché sul principio di causa – effetto degli eventi, e sulla visione dialettica tra l’ azione dell’artista sulla materia e la reazione della materia ad essa. Le sue opere hanno fatto parte di numerose esposizioni, tra cui la 54a Mostra Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia Padiglione Italia nel 2011; recentemente ha partecipato al progetto globale non profit di arte contemporanea “Imago Mundi – Luciano Benetton Collection” presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e la Fondazione Giorgio Cini (Venezia).

www.loomgallery.com



Una fisicità
irrinunciabile di
Valentina
De’ Mathà



Nell’ottica del marketing esperienziale, dell’emotional–business, del consumo bulimico di arti visive dell’epoca web, manca la relazione tra il corpo, i sensi, le cose, i materiali e i linguaggi plurimi che danno forma a concetti in bilico tra natura e artificio. Shakespeare osservò che << niente è bello o brutto, ma è il pensiero che lo rende tale>>, tutto nel corso del tempo perpetua la memoria. Valentina De’ Mathà, classe 1981, abruzzese d’origine e nomade per vocazione, dopo un periodo di vita trascorso a Roma dove si è nutrita di classicismi si è trasferita in Svizzera dove vive e lavora. A Milano, dopo la mostra collettiva Fame di Terra tenuta da Amy-d – Arte Spazio, in cui ha presentato un’installazione ecosostenibile dal titolo L’uomo che Piantava gli Alberi, si ripresenta nella stessa galleria con un progetto diverso che ripercorre le tappe più significative della sua ricerca artistica e presenta per lo più opere inedite, scelte con la collaborazione di Annamaria D’Ambrosio, curatrice della mostra, psicologa lacaniana e autentica talent scout di artisti emergenti. Questi lavori dall’identità apparentemente instabile raccolti sotto il titolo emblematico Relationship, condotti nell’ambito della figurazione, dell’astrazione geometrica e del rigore concettuale, all’insegna della libertà esplorativa di sperimentare discipline differenti senza rincorrere uno stile o un codice riconoscibile, qui divengono un’installazione site-specific, altro da sé. Ogni singola opera è un “attore” in cerca di spettatore, che inscena un dialogo surreale sul valore dell’intreccio, della relazione, dello scambio tra l’essere e il nulla e delle dinamiche complesse tra l’io e l’altro, come presupposto per fare arte: una polifonia di linguaggi. La natura proteiforme dell’autrice s’imprime in soluzioni formali e progetti neo-concettuali dai codici diversi: basta un rapido sguardo alla varietà delle opere esposte per capire quanto, ordine e disordine, casualità e costruzione, geometria e istinto, simmetria e instabilità siano gli opposti sui quali verte la sua ricerca artistica, paradossalmente contraddittoria come le sue opere dai diversi codici formali: in talune è figurativa, come in alcuni acquerelli e disegni e in altre risulta più astratta-geometrica.
Tutte le sue opere sono impregnate di vissuti, di relazioni che sono il frutto di repentini cambiamenti e di istintivi approcci ad esperienze molteplici, di approdi a tecniche e linguaggi tradizionali, come il disegno, la pittura e la scultura o immateriali, come la fotografia e il video.



L’autrice in bilico tra organico e virtuale, negli ultimi anni ha concentrato la sua ricerca sulla simbiosi tra natura e movimento, sull’ineluttabilità della trasformazione delle cose e sul processo di cambiamento della materia, anche se in alcune scultore di forme geometriche tende a solidità ancora tutte da esplorare. Di sé dice: << Mi interessa il momento creativo, è uno scambio alla pari, una simbiosi tra quello che la materia può offrirmi e, di ricambio, quello che io posso offrire ad essa>> . Il cambiamento accade perché non può fare altro. E il nodo di tutta la mostra sta qui: nella materia come summa del fare, trama d’incontri e mezzo di scambio e intreccio di relazioni possibili: l’arte è pensiero non didascalia. Attualmente affianca alla pittura di matrice post-espressionista, una ricerca più volumetrica –scultorea, quasi minimalista in seguito al suo trasferimento in Svizzera.




Per De’ Mathà, non c’è un prima o un dopo: tutto accade nell’attimo in cui si guarda le sue opere o le installazioni in cui astrazione e istinto convivono in un alchemico equilibrio da “toccare” con gli occhi. Il fil-rouge in questa personale non cronologica ma tematica è la relazione delle opere con lo spazio e lo spettatore, incentrata sull’importanza delle materia come conduttore di energia vitale. Tra i suoi materiali preferiti c’è la carta, come erano i 308 fragili corpi aggrappati al muro, ispirati alle vittime del terremoto dell’Aquila (2009), realizzati per l’installazione intitolata Silenzio, esposta alla 53° Biennale di Venezia nel Padiglione Italiano. La carta come simbolo di vulnerabilità della vita; carta di cotone bianca o quella Nepalese, con la quale ha dato forma a sinuosità di corpi femminili, simili a drappeggi d’impatto scultoreo che evocano le statue classiche. Ricorrenti nella sua ricerca sono i nodi, i lacci e gli intrecci: tutti simboli in rapporto al gesto dello sciogliere e del legare. Il senso dei suoi lavori sta nell’intreccio di opere diverse che ha sia la funzione di tenere insieme, sia quella di allontanare, mentre nel gesto dello strappo o dello sbriciolamento di materiali cartacei adagiati in ordine sparso sul pavimento, rimanda alla tensione di liberazione dell’istinto, di rompere ciò che prima si è faticosamente costruito.





Sculture di carta e stoffa, protuberanze materiche che sembrano eruttare dal muro bianco, liberando un’energia recondita, sulla natura ambigua ed effimera di noi e delle cose. Materiali solidi o leggeri, trasversali, destinati a molteplici variazioni, quintessenze della sua ricerca artistica, in bilico tra tensione spirituale e desiderio di infinito, mentre nella tensione di liberazione dalle forme chiuse, ci riconduce alla fisicità dell’esserci, ancorandoci ai materiali stessi, come ready- made della realtà.
In questa dialettica degli opposti, la sintesi siamo noi che guardiamo cose fatte “fittiziamente ad arte”, come facticius, (feticcio che in portoghese significa miracolo).
L’io corpo–mente è determinante per “sognare” o tendere ad un modello ideale di smaterializzazione di sé nella pienezza corporea. Organico e inorganico sono inscindibili dall’arte, come la vita intessuta di sentimenti, di scelte, di cose, intrecci che sono una parte integrante dell’individuo e rappresentano il mondo come potenzialità in atto di processi di cambiamento.
De’ Mathà si pone come obiettivo di abitare le opere che produce permeate di sensazioni e dubbi che si fanno corpo- habitus nel senso maussiano e come poi ripreso da Foucault e da Bourdieu .



I sensi sono parametri cognitivi del mondo e ancor più oggi, nell’epoca transgenica, della modernità liquida, diventano l’abito mentale, l’intreccio con la fisicità in cui il corpo si riscopre unità percettiva, mettendosi in relazione con l’ambiente, la società e gli altri. L’oggettivazione di processi di cambiamento, di cose che restano ma che potrebbero cambiare essenza a seconda di dove e come le si inscena, è fondamentale soprattutto nell’epoca del sex- appeal dell’inorganico all’insegna del “timore e tremore” dell’annullamento dell’io fisico nello spazio immateriale, estendibile. Materia e sensi rivendicano fisicità necessarie, rappresentandosi nel sentire il corpo, soggettivamente e sensorialmente nella concretezza di trovarsi e relazionarsi con altri. Le opere di De’ Mathà contestualizzano, localizzano relazioni possibili, ambigue e transitorie come i nostri pensieri tra noi, le cose e le azioni, come cause ed effetto che determinano conseguenze imprevedibili.

Jacqueline Ceresoli



Il corpo solitario.
L’autoscatto nella fotografia contemporanea


di Giorgio Bonomi





L’autoritratto come poetica, oltre che come tecnica: questo libro offre per la prima volta una rassegna amplissima di artisti che usano la fotografia avendo come soggetto il proprio io, il proprio corpo. Vengono esaminati più di 700 artisti di tutto il mondo, dagli anni ’70 ad oggi, da quelli più famosi ed affermati ai più giovani ed esordienti: il libro infatti vuole documentare la diffusione esponenziale di questo fenomeno artistico. Attraverso la ricerca della propria identità, con il travestimento, con la narrazione, la sperimentazione, la denuncia, gli artisti pongono problemi profondi che sono psicologici ed estetici, sociali e politici. L’autore dà conto di tutti con una breve introduzione ad ogni capitolo, con un esame succinto dei singoli autori e con una selezione delle loro opere, in bianco e nero ed a colori. nlettore vedrà che l’autoscatto è una pratica soprattutto degli artisti di genere femminile e che il corpo viene definito “solitario” proprio perché tale tecnica è eseguita in solitudine, da soli o al massimo con l’ausilio di un amico che preme il pulsante della macchina fotografica, così “il corpo solitario” si impone nella società massificata come testimonianza di malessere ma anche come possibilità di evasione e di salvezza.


EditoreRubbettino
CollanaRubbettino Arte Contemporanea
Anno2012
ISBN9788849836165
Pagine422

Elle Decor Italia n°12
Dicembre-Gennaio 2016







Mappe dell’arte nuova





Nel tempo presente delle utopie arenate, degli attacchi al patrimonio culturale, dagli attentati all’immaginazione e alla conoscenza, Imago Mundi propone a Venezia l’arte senza confini che rompe il silenzio, supera le differenze, sospinge in avanti la civiltà.

Imago Mundi/Luciano Benetton Collection

lunedì 31 agosto ore 19:00,

Fondazione Cini, Venezia – Isola di San Giorgio Maggiore

31 agosto/01 novembre 2015




Praestigium  Benetton  Fondazione Sandretto Re Rebaudengo





“Praestigium Contemporary Artist from Italy”
Collezione Imago Mundi/Luciano Benetton a cura di Luca Beatrice
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Lunedì 18 maggio 2015
ore 19:00 – 21:00
Via Modane 16 – 10141 Torino (Italia)


Miami Project




December 1-6 2015

Deauville Beach Resort
6701 Collins Avenue
Miami, FL 33141, USA

RandallScottProjects – Baltimore. Booth R1



FLASHBACK.
A CONVERSATION WITH VALENTINA
DE’ MATHÀ





…pensive twilight of the moonless transparent nights…

Aleksàndr S. Puškin, The Bronze Horseman


PC. What are you trying to achieve through your artistic practice, Valentina?

VDM. A higher awareness of human existence


PC. Your art is imbued with your research on the concept of the simultaneity of cause and effect. How are you narrowing down this theme in the Flashback series? Moreover, as I think that some works from this series evoke essential nocturnal landscapes — topographically ambiguous, yet cinematographically vivid —, I would like to ask you one more thing: which technique do you use in order to let their light emerge and to harness it?

VDM. These works were created in my darkroom through the mixing of chemicals, and through their temperature changes, as well as water and light temperature variations on emulsified paper. It is a long and complex creative process, which has to be realized speedily and dynamically while considering the right amount of chemicals, movements, and time. This technique is based on the concept of cause and effect and on the dialectics between my action on matter and its reaction to it, but I also give vent to a high percentage of non-deterministic mechanisms and to the typical uncertainty of quantum mechanics, which is another cornerstone of my research. These works are narrating bright, fantastic landscapes, psychological  distortions, epiphanies, déjà vu, dreamlike visions, as well as flashbacks, of course. They are undecided, imbued with light, even though they are paradoxically realized in the total absence of light.

PC. Some other works resemble the widely known inkblots that Hermann Rorschach used in the homonymous  psychological tests. I don’t think it’s a coincidence…

VDM. Well, it’s no coincidence, because I dedicated this series to the Rorschach test. But, in this case, the ambiguous pictures are created through chemical processes. I am fascinated by human psyche and psychology in general — even though I don’t believe in psychotherapy. In particular, I developed an interest in some inner workings that are uncontrollably sparked off in the human mind. Some time ago, while interpreting Jacques Lacan’s theory on the lack of being (manque à être) that he called béance, I created an installation and two video art works (Trip and Il godimento è una tensione che non raggiunge mai la sua realizzazione, poiché può avere luogo solo quando non ha luogo) based on mental journeys, on addictions, on loss of mental acuity, on OCD (obsessive-compulsive disorder) and on unresolved desire.

PC. Through your work, and for a long time, you have been analyzing human reactivity that individuals put into play when they are facing inexplicable and apparently inevitable events. Do you think that this series is dealing with this subject?

VDM. Absolutely, both through the technical implementation and the concept on which the whole exhibition project is based. To a certain extent, flashbacks, dreamlike visions, déjà vu, psychological tests represent the manifestation of something that already happened, the consequence of a past event that suddenly, inexplicably, and uncontrollably, comes back to the present.

PC. And to what extent do you think the theme of psychological resilience facing the increase of disorder (entropy) of the social system affects your work?

VDM. Basically, I am not a coherent person and that is one of my greatest strengths. Incoherence gives me an opportunity to put myself out there on a daily basis, and to be dynamic and grow as a person. It nourishes my need for questioning myself when necessary and to adapt to all the events that happen every day. Inevitably, those events affect me, nourish me and get me involved, despite the fact that my path has been set and my nature is well-defined. My work can make progress, enhance and grow when it keeps pace with me; it has to be resilient, as well. I generally create artworks taking into account both the available materials and the environment that surrounds me in a particular moment; never the other way around. I try to indulge myself with nature, its phases, and I try to live, as far as possible, in the present.

PC. At the end of Belye noči, White Nights, Fëdor Dostoevskij’s dreamer sums up his torments of love and gratitude to Nasten’ka with these words: “Good Lord, only a moment of bliss?” Do you think that the creative process and its outcomes could equally lead us to that moment of bliss?

VDM. I am glad that you quoted Dostoevskij’s White Nights, which is in some way related to the nocturnal landscapes featured in Flashback. I am very attached to the Russian masters, particularly Andrej Tarkovskij and Dostoevskij who are so inspirational. Yes, I think that the proper opening of the right cerebral hemisphere during the creative phase, and consequently the contemplative phase, gives us the chance to be projected into a state of bliss and ecstasy, which is only reachable when you feel connected to everything.

PC. What is the ecstasy of art, according to you? Is it leading you to new visions?

VDM. It is a bond between me and everything else. It has to do with feeling real through a sense of identity that is achievable by creating.

PC. I usually find something special in you works, a kind of sacredness or hierophany, i.e. the awareness of the presence of something sacred. Is that so?

VDM. Work is sacred and it should be handled with care. It has a soul. It has its own soul. It needs time and perfect timing; it needs to be contemplated and admired by sincere eyes, respected and preserved above everything else, because it’s the innermost part of yourself. It’s the revelation of your catharsis.


PC. You are always showing the ability to manage your practice according to the well-known motto ne quid nimis, nothing in excess. How do you reach such essentiality?

VDM. Through the rituality of work.




FLASHBACK. UNA CONVERSAZIONE CON VALENTINA DE’ MATHÀ

…crepuscolo pensoso delle notte illuni trasparenti…

Aleksàndr S. Puškin, Il cavaliere di bronzo

PC. Che cosa stai cercando di raggiungere attraverso la tua pratica artistica, Valentina?

VDM. Una più alta consapevolezza dell’esistenza umana.

PC. La tua ricerca sul concetto di simultaneità di causa ed effetto intride la tua arte. Come riesci a circoscrivere questo tema nei lavori della serie presentata in Flashback? Inoltre, poiché credo che alcuni dei lavori della serie richiamino alla mente sintetici paesaggi notturni — topograficamente ambigui ma cinematograficamente vividi —, vorrei chiederti un’altra cosa: attraverso quale tecnica riesci a lasciar emergere e poi imbrigliare la loro luce?

VDM. Si tratta di opere create in camera oscura attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche, variazioni di temperatura di quest’ultime, dell’acqua e fonti luminose su carte emulsionate. Il processo di realizzazione è spesso lungo e complesso, ma va gestito con velocità e dinamicità, tenendo conto delle giuste dosi dei chimici, dei movimenti, dei tempi. La tecnica è basata sul concetto di causa-effetto e sulla visione dialettica tra gli input che io do alla materia e la sua capacità di reazione, lasciando però ampio margine ad una percentuale di meccanismi non deterministici e sfumature tipici della fisica quantistica, altro punto cardine della mia ricerca. Narrano paesaggi luminosi, fantastici, distorsioni della psiche, epifanie, déjà vu, visioni oniriche e, appunto, flashback.  Sono ambivalenti, intrisi di luce e, paradossalmente, vengono realizzati nella quasi totale assenza di essa.

PC. Altri lavori ricordano le largamente note macchie di inchiostro utilizzate da Hermann Rorschach negli omonimi test psicologici proiettivi. Immagino che ciò non rappresenti una coincidenza…

VDM. No, non è una coincidenza; è una serie di lavori dedicati proprio alle tavole di Rorschach, ma in questo caso le figure ambigue sono ottenute grazie a procedimenti chimici. Mi affascinano la psiche umana e la psicologia in generale — anche se non credo nella psicoterapia. In particolare, alcuni meccanismi che si innescano in modo incontrollato nella mente umana catturano il mio interesse. In passato ho creato un’installazione interpretando la teoria di Jacques Lacan sulla “mancanza-ad-essere”, da lui denominata béance, e due video-art (Trip e Il godimento è una tensione che non raggiunge mai la sua realizzazione, poiché può avere luogo solo quando non ha luogo) basati sui viaggi della mente, sulle dipendenza, sulle mancanza di lucidità, sul disturbo ossessivo-compulsivo e sul desiderio irrisolto.

PC. Da tempo, attraverso il tuo lavoro, analizzi le capacità reattive che gli esseri umani mettono in gioco di fronte a eventi inesplicabili e apparentemente inevitabili. Senti che anche in questa serie il tema sia, in qualche modo, trattato?

VDM. Assolutamente, sia attraverso la tecnica di realizzazione sia attraverso il concetto su cui è basato l’intero progetto espositivo. I flashback, le visioni oniriche, i déjà vu, i test psicologici, sono in qualche modo la manifestazione di qualcosa che è già avvenuto, la conseguenza di un evento passato che torna improvvisamente e inspiegabilmente, in modo incontrollato, nel presente.

PC. E quanto il tema della resilienza di fronte all’aumento di disordine (entropia) del sistema sociale pervade il tuo lavoro?

VDM. Sono fondamentalmente una persona incoerente e reputo ciò un pregio. L’incoerenza mi dà modo di mettermi in gioco quotidianamente, di essere dinamica e sentirmi in movimento, in crescita. Alimenta il mio bisogno di rimettermi in discussione quando è necessario e di adattarmi, di plasmarmi in qualche modo rispetto agli eventi che mi circondano nel quotidiano e che inevitabilmente mi nutrono e coinvolgono, nonostante il percorso da seguire sia comunque già indirizzato e la mia indole ben definita. Il mio lavoro per andare avanti, nutrirsi e crescere, ha necessariamente bisogno di adattarsi al mio passo, di essere anch’esso resiliente. Quasi sempre creo delle opere in base ai materiali che ho a disposizione, ai luoghi che mi circondano in quel determinato momento e quasi mai il contrario. Cerco di assecondare quasi sempre i tempi della natura e di vivere, per quanto possa essere possibile, il presente.

PC. Nel finale di Belye noči, Le notti bianche, il sognatore di Fëdor Dostoevskij riassume così il suo tormento d’amore e la sua riconoscenza per Nasten’ka: “Dio mio! Un intero attimo di beatitudine!” Credi che il processo creativo e i suoi risultati possano, parimenti, portarci verso quell’attimo di beatitudine?

VDM. Mi fa piacere che tu abbia citato Dostoevskij e il suo romanzo Le notti bianche, in qualche modo riferibile ai paesaggi notturni presentati in Flashback. Sono molto legata ai grandi maestri russi e, in particolare, Andrej Tarkovskij e Dostoevskij sono annoverabili tra i miei punti cardini fondamentali. Sì, credo che questa totale apertura dell’emisfero destro durante la fase creativa e, successivamente, quella contemplativa, ti porti a toccare determinati punti che ti proiettano in uno stato di totale estasi e beatitudine che si raggiungono quando si entra in contatto con il Tutto.

PC. Che cosa è per te l’estasi artistica? Verso quali visioni ti conduce?

VDM. È un legame tra me e il Tutto. È il sentirsi concreti attraverso il senso di identità che si raggiunge tramite il fare.

PC. Vi è spesso nei tuoi lavori un quid che rimanda, a mio giudizio, a una sorta di sacralità o comunque a una ierofania, cioè alla coscienza della presenza di qualcosa di sacro. È così?

VDM. Il lavoro è sacro e va maneggiato con cura. Ha un’anima. Un’anima propria sommata alla tua. Ha bisogno dei giusti tempi, di essere contemplato e toccato da occhi sinceri e rispettato e difeso sopra ogni cosa perché è la parte più intima di te, è la rivelazione della tua catarsi.

PC. Dimostri sempre la capacità di gestire la tua pratica secondo il motto ne quid nimis, niente di troppo. Come raggiungi questa essenzialità?

VDM. Attraverso la ritualità del lavoro.

Paolo Cappelletti


Valentina
De’ Mathà
Entropia



Curated by Guido Comis and Cristina Sonderegger.
Texts by Ignazio Licata and Maria Savarese
Museo d’Arte di Lugano, Limonaia di Villa Saroli

“Les liaisons”
di Valentina De’ Mathà




La mostra di Valentina De’ Mathà (1981) da Amy-d Arte Spazio è un percorso attento e sostenuto dedicato al tema delle relazioni, focus della ricerca dell’artista che, in una continua sperimentazione di materiali e linguaggi, tuttavia sempre condotta con coerenza e sensibilità, oggi vuole mostrarci una selezionata antologica del suo lavoro.
Ed è qui che i fili rossi si scoprono, stringendo in un’unica trama di senso la ricerca di De’ Mathà, presentata nello spazio milanese di Annamaria D’Ambrosio e introdotta da un denso testo di Jacqueline Ceresoli che, analizzando la metamorfica tensione delle sue opere, sottolinea come «il cambiamento accade perché non può fare altro. E il nodo di tutta la mostra sta qui: nella materia come summa del fare, trama d’incontri e mezzo di scambio e intreccio di relazioni possibili: l’arte è pensiero non didascalia».

Un pensiero che si esprime con la pancia, con il corpo, con una mano stretta in quella della persona amata. Un pensiero che è verifica dei limiti dell’individuo rispetto ai confini dell’umanità. Un pensiero che è atto d’amore verso il mondo e le sue imprevedibili relazioni.
E se è vero che ogni esposizione deve essere il momento in cui l’artista, e le sue opere, si es-pongono al mondo e in esso prendono posto, staccandosi dal cordone ombelicale che al creatore le legava e nutriva, mai come in Relationships di Valentina De’ Mathà questo fatto, puro, vero, crudo, avviene, e la mostra diventa un uscire dalla propria pelle, per scivolare in quella dell’altro, dell’altro come sé: ex-peau-sition, aveva giocato con le parole il filosofo Jean Luc Nancy.



Incontrandosi con l’altro, le sue opere segnano quella struggente ed eterna incompletezza che è necessaria perché esse stesse esistano: una mancanza-ad-essere che De’ Mathà, da sempre sostenuta da una vasta messe di letture e di conoscenze, riconduce a Lacan e mette in campo ora attraverso la visualizzazione della rottura del rapporto tra madre e figlio, necessaria quanto dolorosa; ora traccia in embrioni di inchiostro bitumoso; altrove costruisce, tavola su tavola, riproducendo l’idea di piazza, luogo dell’incontro e dell’addio, dove trovarsi e salutarsi. Entra la sua vita personale, in ogni opera raccontata e fatta a pezzi con la consapevolezza femminile di una donna-artista di trent’anni. E i messaggi d’amore della coppia diventano la maglia frusciante di un arazzo contemporaneo, triturati dal tempo che scorre.
Altrove due ganci si rincorrono a mezz’aria,  danza metaforica che esprime, in un video di 16 minuti, «un moto oscillatorio, un corteggiamento, una proiezione concettuale sulla fatalità di un’apparizione. Un incontro tra la cosa, la natura e l’artista che trasmigra il suo sentire all’estetica casuale – dipinta dal vento – di due ganci danzanti», ha scritto acutamente Valentina Piccinni.
Il video si intitola “Il godimento è una tensione che non raggiunge mai la sua realizzazione, poiché può avere luogo solo quando non ha luogo”.
Tesi l’uno all’altro, i lavori di De’ Mathà tendono a noi con un moto analogo a quello dei due sottili ganci ripresi nel video: ci chiamano a sé, in una danza coinvolgente e liberatoria, segreta e pubblica. La danza dell’arte con la vita.

Ilaria Bignotti
Espoarte
23 ottobre 2013 http://www.espoarte.net/arte/les-liaisons-di-valentina-de-matha/#.VHs-ZWSG8kU



Ground Zero #05
/Frontiere
/ottobre
/2013








The Naked Pact




Our problem is not “eating”. Eating is always here and now, but we are not made for the instant. We need the nourishment which is our relationship with Mother Earth and with the Spirit, conscious of the intimate link between the two. Food is the same for everybody, it keeps us going. An animal life, which sometimes borders on the vegetal. Nourishment is different. It is the awareness of what is right for us, and for us only. It’s a pact with the world in its inflexible concreteness. It is to live, but also to accept that each act of nourishment is an exchange for time, time which takes us towards death, where ultimately entropy takes over
and we are dispersed as dis-organised matter. Those who eat will live until they stop eating, while those who nourish themselves accept life also within death, transforming the organic pact of the great cycle into new forms of life: love and passion, art, science, music. In the end we nourish ourselves with meaning, and we die of meaning. And the meanings remain, somehow, like our works or children, to testify that we were not parasites, but donors of Sense.

Il Patto Nudo

Non è “mangiare” il nostro problema. Mangiare è sempre qui e ora, e noi non siamo fatti per l’istante. Abbiamo bisogno di nutrimento, che è il rapporto con la Madre Terra e con lo Spirito,
nella comprensione dell’intimo legame tra le due cose. Il cibo è uguale per tutti, ci tiene in piedi. Una vita animale che a volte sfiora il vegetale. Il nutrimento è diverso. E’ consapevolezza di ciò che è giusto per noi, e solo per noi. E’ un patto con il mondo nella sua irriducibile concretezza. E’ vivere, ma anche accettare che ogni atto di nutrimento si trasforma in tempo e il tempo ci conduce alla morte, alla fine l’entropia ha il sopravvento e ci disperdiamo come materia dis-organizzata. Chi mangia vive solo finché non smette, chi si nutre accetta la vita fin dentro la morte trasformando il patto organico del grande ciclo in nuove forme di vita: l’amore e gli amori, l’arte, la scienza, la musica. Alla fine, noi ci nutriamo di significati, e moriamo di significati. E i significati restano, in qualche modo, come opere o figli, a testimoniare che non eravamo parassiti, ma donatori di Senso.

Ignazio Licata

“Entropia” curated by Guido Comis and Cristina Sonderegger.

Museo d’Arte di Lugano – Limonaia di Villa Saroli

Switzerland


ENTROPIA




From its beginnings, Valentina De’ Mathà’s research has investigated the dynamic and unstable relationships between man and nature, through the perspective of mutation, inquiring into the laws of cause and effect which govern the fluctuations between these two poles and their metamorphosis.
In this installation presented at the Limonaia di Villa Saroli, the artist once again focuses her attention on nature, borrowing its materials: earth, fruit, wine, water, and bread, are neatly arranged onto plates in a meticulously thought-out composition which delivers highly effective relationships of form, light and colour, capable of transporting the observer into a state of secluded contemplation and, at the same time, generating a synesthesia involving the various perceptive areas, relating senses of smell, touch and vision. It is a table of the senses, therefore, where the notions of caducity and transience suggested by the decay of the fruit are blended with the concept of rebirth offered by the fragile shoots which inhabit the plates. Built on binary associations, between life and death, the beginning and the end, but principally on the metamorphosis of the elements and the eternal dance of entropic disorder, this work suggests an awareness of the processes which are fundamental to us all.
Almost a counterpart to the “still life” genre, De’ Mathà’s nature is alive, expressing the sense of life, respect for nature’s cycles and its temporality, the total acceptance of the eternal wheel of life and death. The dichotomy between “food” and “nourishment”, alimentation and nutrition, body and soul, is investigated here with an attentive and disturbing look, and a reference to Lucretius who, in his De rerum natura exorcised the fear of death through a reference to a culinary image: “Those about to die”, Lucretius explains, “must think like a guest who is sated when the banquet ends: if life has been full of joy, then you can retreat from it like a guest who is full and happy after a rich banquet; while if life was marked by pain and sadness, there can be no sense in hoping for it to continue, dragging oneself through new sufferings”.
This is an invitation to a lavish banquet of nourishment, more than simply food: we nourish ourselves with symbols and meanings, passions and emotions, transforming them into the joy of living, which is then
donated once again to mother earth who feeds us with her fruits. As Ludwig Feuerbach said:“We are what we eat”, but more importantly, we are what we nourish ourselves with, and what we nourish the world with.



La ricerca di Valentina De’ Mathà sin dagli esordi indaga i rapporti dinamici e instabili dell’uomo e della natura nella prospettiva del mutamento, andando a ricercare quelle leggi di causa ed effetto che regolano le oscillazioni e le metamorfosi di questi due poli.
In quest’installazione presentata alla Limonaia di Villa Saroli, l’artista ancora una volta focalizza la sua attenzione sulla natura, chiedendone in prestito i materiali: terra, frutta, vino, acqua, pane, ben disposti nei piatti di cui studia meticolosamente la disposizione, caratterizzata da rapporti di forme, luce e colore. Riesce così a condurre lo spettatore in uno stato di raccolta contemplazione, producendo al tempo stesso
una condizione sinestetica fra i diversi ambiti percettivi, quello olfattivo, tattile e visivo.
Una tavola dei sensi, dunque, dove i concetti di caducità e transitorietà legati alla marcescenza dei frutti, si fondono al concetto di rinascita rievocato dai fragili germogli che abitano i piatti. Costruita su gruppi binari, fra la vita e la morte, l’inizio e la fine, ma soprattutto sulla metamorfosi degli elementi e l’eterna danza del disordine entropico, quest’opera ci riavvicina ai processi che ci sono fondamentali. Quasi un contraltare al genere della “natura morta”, quella della De’ Mathà è una “natura viva” che
esprime il senso della vita, il rispetto per la temporalità naturale e i suoi cicli, l’accettazione totale dell’eterna
ruota della vita e della morte.
La dicotomia tra “alimento” e “nutrimento”, alimentazione e nutrizione, corpo e anima viene qui indagata con sguardo attento e perturbante e un rimando alle parole di Lucrezio che nel De rerum natura esorcizzava la paura della morte con un’immagine culinaria: “Chi si accinge a morire – spiega Lucrezio – deve ragionare come un convitato sazio quando finisce il banchetto: se la vita trascorsa é stata colma di gioia, allora ci si può ritirare da essa come un convitato sazio e felice dopo un lauto banchetto; se, al contrario,
é stata segnata da dolori e tristezze, non ha senso desiderare che essa prosegua, trascinandosi tra nuove sofferenze”. Un invito a un lauto banchetto del nutrimento più che dell’alimento, quindi: ci nutriamo di simboli e di significati, di passioni ed emozioni, trasformandoli in gioia di vivere, che poi viene ridonata a madre terra che ci ha alimentati con i suoi frutti. Perché come sosteneva Ludwig Feuerbach:“Siamo ciò che mangiamo”, ma soprattutto siamo ciò di cui ci nutriamo, e ciò di cui nutriamo il mondo.

Maria Savarese



The Washington Post


Beguiling photographs at Randall Scott; neon sculpture, paintings at Heurich; Kurdish themes at Foundry

For his first group exhibition at his temporary space, Randall Scott selected painters, mostly from New York and Los Angeles; his second is of photographers, and includes several from Europe. Neither lineup was chosen to highlight a particular theme, but some emerged nonetheless. Among the nine artists in “Untitled No. 2,” three address female identity and self-image.
Julia Fullerton-Batten depicts young women in several series, all of them a little ominous. For “Teenage Stories,” she photographed girls at European theme parks that feature model buildings. The results make her characters look normal in everything but scale, and prominent in a way that most adolescents struggle to avoid. The German-born British photographer’s “In Between” images depict dancers in mid-fall, with various props and safety devices digitally removed to make her subjects appear more at risk than they really were. Eeriest of all are the “School Play” photos, in which girls in matching blond wigs pose in such places as a library and a locker room. The faces are different, but the identity is communal — except for one woman in “Changing Room,” who abashedly stands out because blood is running down her leg.
Jen Davis photographs plus-size women, also young and blond, in wistful scenes of attempted glamour or erotic longing. To add to the sense of alienation, the New York photographer sometimes poses her models with women who are conventionally alluring, such as a bikini-clad beach lounger in “Pressure Point” or a woman applying lipstick in “Primping.” Chris Anthony’s digitally compiled portraits are less psychological; the women the L.A. artist places in vast expanses are more visual motifs than characters. Still, there’s an implicit critique of classical art’s use of the female form in the white-on-white “Rebellion,” in which a woman in a voluminous dress imitates a sculpture, complete with plaster on her face.
There is one transvestite, but no women, in Marco Delogu’s“Cardinals and Criminals,” which puts clerics in the lineup with thugs. The Roman artist’s black-and-white Polaroids are stark and shadowy, but there’s a friskiness to the way he correlates the faces, all very serious about their respective callings. If John Waters doesn’t already collect Delogu’s work, he’ll probably start soon.
Christopher Griffith and Jenny Okun take very different approaches to landscape. The former’s black-and-white images of an industrial site and car-dealer pennants are so high-contrast that they suggest engravings. The latter’s collages of architectural details, composed in the camera but sometimes digitally enhanced, yield compositions that suggest such pattern-oriented miniaturists as Paul Klee, especially in more flat-seeming works such as “Olymbos Chapel, Karpathos, Greece.”
All but one of these artists shoot on film, although they may use digital technology to refine and print their work. The exception is Valentina De’ Mathà, who doesn’t shoot at all. The Italo-Swiss artist hangs sheets of emulsified photo paper, streaked in chemical shades of gold, tan and gray. Her sculpture (which happens to be called “Untitled no. 2”) revels in form and shadow, but also laments what will be lost when all photography is digital: the lucky mistakes that yield beautiful metallic hues.

Mark Jenkins
Washington Post
Friday, August 17, 2:02 AM

Valentina
De’ Mathà
in mostra
a Milano


ACL: La scintilla creativa è una vocazione, gli artisti lo sanno bene…Ricordi la tua ” Chiamata”?

VDM: Non credo che ci sia mai stata una vera e propria “chiamata”.
Ciò che è il mio presente è sempre stato anche in passato da quando ho memoria.

ACL: Avviene spesso che stile e intenzioni crescano di botto nell’esperienza di un artista, che mutino improvvisamente nello slancio di evolvere. Riconosci nella tua opera questi salti in avanti, sapresti ricordane per ognuna le cause della detonazione?

VDM: Il mio lavoro formale subisce spesso cambiamenti improvvisi e totali, benché la ricerca su cui si basa rimane sempre la stessa anche se in continua evoluzione e consolidamento.
Sono state e sono tutt’ora diverse le motivazioni: gli incontri, gli spostamenti, le intuizioni improvvise, la scoperta di nuovi materiali, ma credo soprattutto i cambiamenti radicali che ho fatto nella mia vita, come quando ho lasciato l’Abruzzo per trasferirmi a Roma e, successivamente, ho lasciato Roma per trasferirmi in Svizzera. Tutte scelte e occasioni improvvise avvenute dall’oggi al domani, istintive e non meditate.
Di conseguenza, le nuove culture, i nuovi incontri e scambi, il cibo, gli odori, il clima, i territori e mio marito Roger Weiss (fotografo), hanno influenzato enormemente il mio stile di vita e, di conseguenza, la mia ricerca ha trovato e trova periodicamente nuovi percorsi per esprimersi.

ACL: Quel che colpisce nel tuo lavoro è anche la tua delicata presenza materiale, quale fondamentale elemento dell’Opera al pari dei pigmenti o dell’acqua, dai l’impressione di essere uno dei medium pittorici, ne hai percezione?

VDM: Sono molto tattile e olfattiva, sono molto “animale”, mi piace il Fare e il vivere concretamente le cose, per questo sono fisicamente molto presente al mio lavoro e, spesse volte, non in modo così “delicato” come percepisci.
Mi interessa il momento creativo, è uno scambio alla pari, una simbiosi tra quello che la “materia” può offrirmi e, di ricambio, quello che io posso offrire ad essa. È molto stimolante e sorprendente.
Il mio lavoro non può prescindere da me, benché porti con se messaggi universali e riesca a stare in piedi con le sue gambe e vivere di vita propria.

ACL: I bambini disegnano per spiegarsi il mondo… qual’è la tua lezione? Cosa spiegheresti ad un’ipotetica classe?

VDM: Tarkovskij diceva che il compito dell’Arte è quello di spiegare a se stessi e a chi ci sta intorno perché vive l’uomo, qual è il significato della sua esistenza, o, se non di spiegarlo, quantomeno di porre loro delle domande. La funzione dell’arte consiste nell’idea della Conoscenza, dove la percezione si esprime nella forma dello svolgimento, della catarsi. Questo è quello che vorrei comunicare, vorrei che le persone si ponessero delle domande e trovassero delle risposte dentro se stessi.

ACL: Si dice che quello dell’Arte sia un cammino, un tragitto fra due mete, collegato da un ponte. Com’è il tuo ponte e cosa vedi di fronte a te?

VDM: Nell’arte spesse volte ci sono dei percorsi che cominciano in un modo e poi cambiano radicalmente durante lo svolgimento. È pura ricerca e sperimentazione.
Mi piace immaginare più mete indefinite e in movimento…. e vari percorsi.

ACL: Raccontami quel che vedremo a Milano.

VDM: L’installazione “L’Uomo che Piantava gli Alberi” è un progetto tratto dall’omonimo racconto di Jean Giono. Una parabola sulla simbiosi tra Uomo – Natura e Mutamento, i tre punti fondamentali su cui è basata tutta la mia ricerca artistica, incentrato su un incondizionato e sconfinato gesto di amore, generosità e immutabile costanza.
Assolutamente pertinente con la Permacultura, tematica su cui si basa “Fame di Terra” presso Amy-d Spazio Arte di Milano, nel senso più genuino del termine:
È un progetto basato sull’amore incondizionato verso la Madre Terra e le generazioni a venire, sulla condivisione delle risorse della Terra e la cura della stessa. Tematiche verso le quali ognuno di noi dovrebbe avvicinarsi, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo.
“Fame di Terra” ha come sottotitolo “Il secondo mondo si sta mangiando il terzo mondo”, la mia installazione, “L’Uomo che Piantava gli Alberi”, vuole essere una risposta a questa avidità di potere.

Alice Lenaz
Il nostro Giornale
5 luglio 2012


Fame di Terra



Fame

Se ho voglia, è soltanto
di terra e di pietre.
Il mio pranzo è sempre aria,
roccia, carbone, ferro.


Scrivere un testo che analizzi criticamente la ricerca di nove artisti contemporanei, dai linguaggi diversi, dalle esperienze anche lontane, provenienti da paesi e culture distanti, riuniti in una mostra che fin dal titolo è disperatamente attuale, Fame di terra, implica diversi rischi: innanzitutto, quello di indirizzare l’analisi dal punto di vista socio-politico, interpretando così ciascuna opera esposta quale manifesto ideologico. Oppure, e al contempo, quello di rinunciare alla specificità dei vari lavori, leggendoli come un unicum teso alla esplicazione del tema espositivo, senza mettere in luce la peculiarità dei singoli linguaggi.
Per questo motivo c’è Arthur Rimbaud in apertura, e scorrerà durante lo svolgersi del testo: laddove il tema è dichiarato e necessario, acutamente contemporaneo, come anche l’indirizzo della galleria, il dovere di chi scrive è sottolineare il livello estetico e semantico delle opere selezionate, riconoscerne sinestesie e metafore.
Da questa analisi, anche l’etica del progetto sarà rafforzata.
Se un’opera d’arte è tale, essa sempre rivolge problemi e pone domande; non è accomodante e non è decorativa.

Fame di terra: materia pura e fertile alla quale tornare, in una ricerca che riparte dagli elementi naturali, da ciò che compone l’instabile suolo sul quale calchiamo i nostri corpi, le nostre esistenze e sussistenze.
Terra come materiali naturali ma anche artificiali che i nove artisti sanno scegliere, intrecciare, mettere in relazione, alla ricerca di una diversa alchimia che permetta loro di dire, mediante l’opera, il legame con il luogo in cui sono nati e cresciuti, naturale e antropizzato, violentato e sfruttato, abbandonato e salvato in extremis grazie alla speranza e alla volontà che nutre e s’annida nella loro ricerca artistica.

Eredi delle camminate della Land Art, provano il dissolvimento dell’oggetto artistico con azioni e materiali destinati a mettere a repentaglio le regole codificate dell’arte, a non durare in modo permanente e in forma stabile.
Fanno dell’opera un processo, e al contempo un monito-monumento: una denuncia.
Credono ancora all’opera come dato messo drammaticamente al mondo, come presenza che ci chiama a scegliere attraverso il guardare.
Nel grande murales di Federico Unia, che invade lo spazio esterno della galleria, l’ironia è graffiante sberleffo gettato in faccia ad un’umanità ancora scimmiesca, sorda e cieca che diligentemente spazza via i propri rifiuti, nascondendoli con idiota leggerezza sotto un manto erboso.
Benvenuti,  dice Il più furbo di Federico Unia, guardandoci dritto negli occhi attraverso lo sguardo sbieco e ottuso del primate che persevera nella messa in ordine del dramma futuro, immagine a noi consegnata quale biglietto d’ingresso.
Le metamorfosi di Emanuele Magri, raccolte nella serie Botanico robotizzato, sono alchimie di ingegneria genetica  complici di un processo “digerente” che dall’uomo va alla terra e da questa riparte: con una iconografia pop-surrealista, Magri assembla e con-fonde immagini umane e vegetali, animali e meccaniche, creando bucrani del XXI secolo, fitomorfi cadavres exquis passati sul tavolo anatomico e sotto i ferri della sua stridente pittura.
….
Girate, mie fami. Brucate
il prato dei suoni.
Succhiate il gaio veleno
delle campanule.

Questi artisti credono alla terra, la loro necessità di ricerca li spinge a tornarvi: non bloccano il ciclo delle cose, ma lo rincorrono famelici, lo attendono speranzosi, nel trascorrere lento, e incontrollabile, della vita che scorre nelle loro opere, nei materiali scelti, mettendo a repentaglio anche la stabilità di quelli artificiali attraverso il contatto con quelli naturali.
Così è nell’opera di Lisa Van Bommel, tedesca trasferitasi in Olanda, nell’opera Fallen into nothingness: le due grandi foglie di aloe diventano le sponde di un telaio, accolgono l’incessante movimento dei fili colorati che tracciano tessiture lievi come le relazioni tra uomo e natura.
La pianta dell’aloe, dai poteri benefici sull’uomo, è strumento e despota di un ricamo vitale.
Il fuso era lo strumento con il quale le tre Parche tessevano le nostre vite. Le loro decisioni erano immutabili: nel mito l’uomo mascherava la paura per la natura.
Lisa Van Bommel rimette in scena il rimosso: il mito torna natura. L’uomo torna alla grande madre .
Così anche Alberto Gianfreda: non so se i due artisti si conoscevano, prima di questo incontro, ma certo è che le loro due opere dialogano.
Assi di legno grezzo o riutilizzato e tessuti sono i materiali della grande scultura Ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà che si impone nello spazio, chiedendo, come le morali delle favole alle quali allude il titolo, un rispetto riverente, e al contempo invitando a superare la barriera del divieto di non toccare il fuso. L’opera ci chiede di meditare, anche a costo di pungerci – di pungere le nostre coscienze – sul tema sociale del lavoro analizzandone illusioni ,crisi e pericoli .
Le sculture di Gianfreda mettono da sempre in luce tensioni spaziali, sfidano le leggi della gravità, fanno dialogare materiali diversi e spesso recuperati, in un gioco spietato che esaspera gli equilibri e le strutture delle opere, metafora del nostro incosciente sfidare la capacità di rigenerarsi della terra e delle sue energie.
….
Mangiate i ciottoli infranti,
le vecchie pietre di chiesa;
i sassi dei vecchi diluvi,
pani sparsi nelle valli grigie.
Arthur Rimbaud.

Nidi e culle di un segreto sapere, di una lotta eterna, sono le forme cui rimanda l’opera The Eternal Struggle di Cyryl Zakrezewsky, giovane artista polacco che nell’abbraccio di legno e resina affastella i pezzi del gioco degli scacchi, alfieri, torre regine e re, ammassati nello scacco matto della natura che li stringe in un abbraccio ribelle. Attraverso gli elementi che compongono l’opera, il giovane artista chiama in causa quella mossa del cavallo che Viktor Sklovskij definì strategia perfetta, azione laterale che scarta e obliquamente sorprende il lettore, l’avversario, lo spettatore; ma in Cyryl è anche la freschezza del linguaggio di un giovane artista che ammassa pezzi di un gioco nel cavo resinoso di un albero, nascondendo e svelando al contempo il tesoro, rivendicando la possibilità di creare, ancora, a partire dalla negazione di tutte le regole diligentemente apprese.
Daniele Salvalai, altro scultore presente in mostra, indaga sulle forme in natura e sulle forme create dall’uomo, misura del corpo e quella della terra: terra refrattaria, ferro saldato, legno, corde e chiodi sono i materiali dei suoi Cocoons, installazione che attraverso una forte espressione di violenza, manifesta i gesti di una civiltà aborigeno-primitiva.
I “bozzoli” di grillotalpa hanno il cuore trafitto da lunghi pali di legno, a testimoniare quella crudeltà inflitta ad un animale dannoso per le colture.
“Abitare” la natura-terra e confrontarsi quotidianamente con essa e con l’uomo è una sfida incessante . A intraprenderla sono questi piccoli animali che si trovano a lottare per la sopravvivenza.
Raffinatissima è la metafora di The origin of things -01 China con la quale Ren Ri, cinese, riesce a parlare della propria terra, del lavoro e della operosità del proprio popolo, ma anche delle barriere che questo ancora tende e non riesce ad abbattere. La dolcezza e la perfezione del materiale utilizzato e lavorato da Ren Ri, i favi delle api, stride con l’intensa drammaticità del messaggio lanciato che al problema delle nuove colonizzazioni unisce la questione della cultura di una civiltà millenaria carica di contraddizioni. Il pattern, nel muto e diverso ripetersi delle forme, contribuisce a creare nel pubblico un senso di ipnotica tensione e attrazione verso l’immagine-denuncia.
Diversamente ma con un’analoga forza ammaliante è il lavoro di Antonio Piga, lavoro minuzioso che rimanda al viaggio e all’identità primordiale. L’artista di origine sarda  ricama a suon di colpi chirurgicamente sottili il supporto, cercando l’emergere di Paesaggi che sono corpi, di terre che sono epidermidi, di colline che sono seni e gambe mollemente stesi, primi uomini e prime donne di un mondo appena (ri)sorto, complice il fare dell’artista che, manualmente, ripercorre la tradizione elaborando il proprio futuro.



In ciascuno di questi linguaggi, è allora racchiusa la possibilità di un ritrovamento della relazione tra uomo e spazio, attraverso la riappropriazione della terra – ciascun opera vuole impossessarsi nuovamente dello spazio, quello fisico e psicologico, prenderne-esserne parte.
Valentina De’ Mathà ci racconta una storia: quella de L’uomo che piantava gli alberi, traendo ispirazione dall’omonimo racconto di Jean Giono. I nidi di carta cotone nei quali adagia i semi di fagiolo, innaffiandoli quotidianamente fino a vederne la trasformazione in piante, vengono infine decontestualizzati e ambientati in un bosco: l’opera processuale diventa parabola della simbiosi tra Uomo-Natura e Mutamento, i tre punti fondamentali sui quali si fonda la ricerca artistica di De’ Mathà, animata da uno sconfinato gesto di amore verso la Madre Terra, con dedizione e costanza assolute rivolta alle risorse e alle future generazioni che Essa accoglierà.
Un gesto d’amore che diventa processo creativo.
In tempi di crisi, di minaccia globale, di colonizzazione selvaggia, i nove artisti tornano alla terra, in essa creando.

Ilaria Bignotti


Valentina
De’ Mathà
at the 54th
Venice Biennale





We are thrilled to report that Valentina de’ Mathà has been invited to show in the Italian Pavilion at the 54th Venice Biennale.  Her installation, “Silenzio” was featured in Issue One of See.7, which released in December 2010.  She was also featured in one of our first blogs, where she describes her work.
Silence. White bodies that merge with the ground in a random order, as if nothing had a logical meaning. All bodies were born from a single array as we all were born from Mother Earth. I chose a neutral color, white, symbolizing a collective identity rather than individual. I chose paper because it is organic, like the human body it goes back to the earth that saw its birth. The silence after the earthquake of L’Aquila.

“Only when you drink from the river of silence shall you indeed sing. And when you have reached the mountain top, then you shall begin to climb. And when the earth shall claim your limbs, then shall you truly dance.” -Khalil Gibran, The Prophet

Silenzio. Corpi bianchi che si fondono con la parete in un ordine casuale. Tutti i corpi sono nati da un’unica matrice come noi nasciamo tutti dalla Madre Terra. Ho scelto un colore neutro, il bianco, a simboleggiare un’identità collettiva e non individuale. Ho scelto la carta perché è organica, come il corpo umano torna nella Terra che lo ha visto nascere. Il silenzio dopo il terremoto di L’Aquila.

“Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.” -Khalil Gibran (Il Profeta)

See 7 Magazine
May 9.2011


Padiglione Italia:
L’Aurum di Pescara
ospita l’evento

Ideato e creato in onore dei 150 Anni dell’Unità d’Italia. L’arte italiana protagonista assoluta della Biennale. Valentina De’ Mathà presenta “Silenzio”, opera commemorativa delle vittime del terremoto dell’Aquila

Photo Roger Weiss

Il 5 Maggio è stato presentato il progetto “Padiglione Italia”, una straordinaria rassegna d’arte contemporanea nell’ambito della Biennale di Venezia, che non avrà sede soltanto all’Arsenale di Venezia, ma sarà allestita in molte regioni italiane, tra cui naturalmente l’Abruzzo. L’iniziativa è stata ideata e curata dallo storico e critico d’arte Vittorio Sgarbi, nata soprattutto come manifestazione celebrativa dei 150 Anni dell’Unità d’Italia.
Un evento che punta a rappresentare perfettamente la vitalità e il dinamismo dell’arte italiana, e ad incoraggiare l’investimento nei giovani artisti che spesso sono costretti a rinunciare ad un percorso artistico a causa delle pochissime opportunità professionali e agli ostacoli economici che ne scaturiscono. Il “Padiglione Italia” inoltre sarà ospitato in molti istituti di cultura italiani nel mondo, per abbracciare tutti coloro che amano l’arte del Belpaese e far sentire i nostri connazionali residenti all’estero vicini alla loro Terra nell’anno che celebra l’Anniversario dell’Unità.
Non mancheranno spazi appositi per gli artisti stranieri operanti in Italia. Anche la nostra Regione sarà protagonista di questo evento, il “Padiglione Italia” prenderà vita in tre sedi distinte: la Fortezza di Civitella del Tronto, l’Aurum di Pescara, e il Museo Santo Spirito di Lanciano, con cui si riaffermerà un’identità artistica abruzzese nell’ambito della Biennale di Venezia.
Tra i tanti artisti invitati sarà presente Valentina Dé Mathà, che da sabato 25 Giugno esporrà un’istallazione scultorea intitolata “Silenzio”, un’opera dedicata alla sua Terra natale, l’Abruzzo. Un lavoro cui l’artista ha dedicato due anni di lavorazione, e che è composto da 308 corpi bianchi realizzati da un’unica matrice, che si fondono con la parete in un ordine casuale. Un’opera commemorativa delle 308 vittime del sisma che ha scosso L’Aquila, ma che ha devastato centinaia di famiglie.
L’abbiamo intervistata in quanto sarà certamente una delle protagoniste del “Padiglione Italia” – Regione Abruzzo:

Sig.ra Dé Mathà, quest’anno in occasione dei 150 Anni dell’Unità d’Italia, la Biennale di Venezia include una mostra dedicata agli artisti italiani e alla loro arte nel mondo. Quanto è apprezzata nel mondo l’arte italiana secondo la sua personale esperienza?
R – Quando si parla del mondo dell’arte ormai ci si riferisce solo ad artisti che hanno valenza internazionale e, di conseguenza, sono gli unici che vengono considerati internazionalmente. Gli artisti italiani che operano solo sul territorio italiano non sono presi in considerazione all’infuori di esso.

Vivendo in Svizzera da diversi anni, cosa le manca maggiormente dell’Italia dal punto di vista professionale?
R – Quando penso alla mia Italia penso con amarezza ad una Nazione che negli ultimi decenni è sempre meno in grado di valorizzare le proprie bellezze ed il proprio potenziale. Non dimentichiamo che il più grande esodo migratorio della storia moderna è stato proprio quello degli italiani. Del Bel Paese amo la varietà della sua sconfinata bellezza, soprattutto quella di Roma, il cibo, il calore delle persone, in alcuni casi il loro modo di arrangiarsi, gli incontri, il sole, la mia famiglia., è questo quello che mi manca della mia bellissima Italia.

In una cornice politica piuttosto frammentaria che in questo momento circonda il nostro Paese, l’Anniversario dell’Unità d’Italia è una grande occasione per riunire sotto le stesse emozioni un intero Popolo, quelle del nazionalismo e dell’amore per la propria patria. Quanto dell’arte che esprime nelle sue opere è frutto dell’amore verso la sua terra?
R – Credo fortemente nelle radici, nelle tradizioni e non mi sento di appartenere a nessun altro luogo all’infuori della mia Terra d’origine e questo, ovviamente, dà ulteriore linfa alla mia arte.

La sua opera è dedicata alle vittime del terribile terremoto che ha devastato L’Aquila, cosa ha provato nel realizzarla?
R – Quale artista italiana/abruzzese, mi sono sentita in dovere di commemorare le persone che hanno perso tragicamente la vita in un evento così imprevedibile e tremendo avvenuto proprio nella mia Regione. È stato un progetto molto sofferto, ma necessario. Ho cercato di trovare un senso alla tragedia, di capire, ma non è stato facile. Poi ho letto una frase di Khalil Gibran tratta da Il Profeta in cui parla della morte e ho cercato di mettere da parte il terrore che provavo. La frase in questione dice: “Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente”. È diventata la colonna portante del mio progetto.

La sua opera si intitola “Silenzio”, potrebbe descriverne la lavorazione e la realizzazione?
R – Ho lasciato che un’unica matrice di gesso abbia dato vita a 308 opere di carta, ognuna con un’ identità propria.

In quegli interminabili secondi che hanno scosso L’Aquila, che hanno strappato la vita a 308 persone, rovinandone migliaia ad amici e parenti, e lasciando un vuoto nell’anima di ognuno di noi, lei dove si trovava?
R – Ero in Svizzera, mio marito al mattino presto ha letto la notizia su internet ed è venuto a svegliami. Sono corsa immediatamente davanti al computer per vedere se era stata colpita anche la città dove si trova la mia famiglia, proprio a 50 km da L’Aquila, poi ho provato a contattare mia madre, ma sono riuscita a parlare con lei solo dopo qualche ora perché le linee telefoniche erano ancora isolate. All’inizio non mi ero ancora resa conto della gravità dell’evento. I giorni e i mesi a seguire sono stati peggiori. Per otto mesi ho vissuto nel terrore, non riuscivo più a dormire, avevo sempre il telefono vicino e passavo ore su internet per seguire gli svolgimenti. Non ho visto la mia famiglia per un anno perché mia madre ha voluto che rimanessi in Svizzera al sicuro dato che in Abruzzo non si capiva l’evolversi delle cose. I miei cari hanno avvertito ogni scossa e hanno dormito in macchina diverse notti a causa della loro continuità e del terrorismo che veniva diffuso tramite notizie fasulle. Non ho mai avuto tanta paura in vita mia e, per la prima volta, mi sono sentita davvero sola e impotente.

Il “Silenzio” che vuole descrivere è quello che ha immediatamente seguito gli attimi del terremoto? O è anche un silenzio che invita l’uomo alla riflessione del suo stato naturale, come essere a volte impotente di fronte alla forza della natura, che ci rende vulnerabili e che ridimensiona il nostro volere di onnipotenza?
R – Entrambe le cose. È sicuramente un silenzio di riflessione. Di fronte a certi eventi tutto cambia di significato ed è impossibile non ascoltare se stessi e mettere in discussione quanto ci circonda. Questo evento ha cambiato la mia vita, ho smesso di dare per scontate tante cose, ho ripercorso mentalmente il mio passato e ogni insegnamento e gesto della mia famiglia mi sono tornati in mente legandomi ancora più saldamente alle mie origini. Da lì sono nati anche altri progetti artistici come “Béance”, un lavoro che parla della teoria del filosofo e psicanalista francese Jacques Lacan sulla Mancanza-ad-essere, ovvero dei processi che avvengono nella vita di ogni essere umano dopo il distacco dal cordone ombelicale. Oppure “My House” in cui documento fotograficamente la mia casa dove sono nata in Abruzzo, uno spaccato tra passato e presente attraverso oggetti che hanno cambiato il loro uso, come i giocattoli che si sono trasformati in soprammobili, le foto della comunione vicino a quelle del matrimonio, l’immagine di Cristo poggiata su una poltrona e non appesa al muro, il tavolo intorno al quale si sono riunite tre generazioni.

Insieme a Lei moltissimi altri artisti Abruzzesi prenderanno parte a questa splendida manifestazione. Vi sentite espressione diversa di una stessa arte?
R – Sinceramente conosco ben pochi degli artisti invitati e, di conseguenza, non conosco il loro lavoro. Mi piace comunque pensare che tutti siamo diversi e sono curiosa di vedere il messaggio che gli altri partecipanti hanno deciso di inviare al mondo.

Quanto ad oggi la cultura estera influenza la sua ispirazione artistica?
R – Più che l’ispirazione io preferisco dire che alimenta il mio percorso artistico. È sicuramente cambiato il mio modo di vedere le cose e di esprimermi, è come se il mio lavoro vivesse una seconda fase. Prima la mia arte si nutriva delle persone, degli incontri, ora traggo nutrimento principalmente dalla natura, dai luoghi che esploro ma la base del concetto non è diverso, si evolve solamente. Mi affascina la simbiosi tra uomo, natura e mutamento. Il mio lavoro è una ricerca continua sul comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità ed ineluttabilità degli eventi e, di conseguenza, alle sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi e inevitabili.

Oggi nel nostro Paese crede che ci sia una crisi di vocazione artistica oppure una mancanza di occasioni e di mezzi per esprimerla?
R – Al contrario, al giorno d’oggi in Italia più che in ogni altra Nazione, tutti “fanno gli artisti” ed è così saturo che manca di qualità. Oltretutto chi ha davvero qualcosa da dire non può farlo in Italia perché non viene ascoltato né capito e, di conseguenza, sostenuto come invece avviene in altre Nazioni, come ad esempio in Germania. Ripeto, gli artisti sono quelli che riescono ad avere consensi a livello internazionale e sono davvero pochi. Oltretutto l’Italia è molto indietro e di conseguenza, i presunti artisti che hanno visibilità nel territorio italiano non lo hanno internazionalmente perché non sono al passo con i tempi.

Se oggi dovesse esprimere un pensiero per le popolazioni colpite dal terremoto, a due anni di distanza, cosa direbbe?
R – Credo che tante parole non servirebbero o, più realisticamente, non basterebbero a dare un senso alla catastrofe, a dargli una colpa, a consolare i cuore di chi è sopravvissuto e ad infondergli nuovo coraggio e nuova speranza. Ognuno deve riuscire a trovare la propria verità.

L’Italia in questo 150esimo Anniversario dell’Unità ha riscoperto la voglia di essere una Nazione unita, con la stessa identità e senza divisioni. Quando all’estero si trova a collaborare con altri artisti italiani nota uno spirito patriottico, oppure assiste inesorabilmente ad una fuga di italiani all’estero in cerca di occasioni professionali e di vita migliori?
R – “Nemo propheta in patria sua”. Purtroppo è solo una fuga in cerca di migliori occasioni professionali anche se, a prescindere dal mal contento, è importante viaggiare molto e fare esperienza di diverse culture. In questo lavoro è fondamentale il confronto.

Oltre ad essere un’Opera in omaggio alle vittime del terremoto di L’Aquila, “Silenzio” rappresenta un’espressione spirituale di un certo spessore, in quanto richiama sculture di carta che si fondono con la parete in un ordine casuale, tutti i corpi sono nati da un’ unica matrice come noi nasciamo tutti dalla Madre Terra. L’opera è interamente in carta, materiale organico che subisce i cambiamenti del tempo e, come il corpo umano, torna nella Terra che lo ha visto nascere. Nella sua Opera vuole esserci anche un richiamo all’ecologia?
R – Se dovessi dire di lavorare esclusivamente con materiali ecologici mentirei perché non sempre è possibile. Lavoro molto anche con la fotografia e si avvale di processi chimici. Prediligo comunque materiali organici come la carta di cotone e i colori a base d’acqua. In concomitanza all’evento ho deciso di donare una delle sculture alla città di L’Aquila dove verrà posta in uno spazio all’aperto fino al suo completo deterioramento.

Se dovesse descrivere in un termine lo stato attuale dell’Arte in Italia, quale userebbe?
R – Potrei solo dire, con amarezza, che in Italia l’arte contemporanea rispecchia perfettamente la situazione politica della Nazione stessa.

Sign.ra De’ Mathà, le piacerebbe fare dei ringraziamenti particolari?
R – Ringrazio moltissimo mio marito Roger Weiss che cammina con me in ogni passo, ringrazio tutta la mia famiglia e Alessandro Allisio che mi sostengono e hanno collaborato per l’organizzazione, la città di L’Aquila che ha accettato l’Opera che ho voluto donargli, Gianluca Marziani che mi ha segnalata per la Biennale di Venezia e Abbiglieria di Avezzano che si è gentilmente offerta di curare il mio styling per il giorno dell’inaugurazione.

Un’ultima domanda: Lei ha votato negli ultimi quesiti referendari su acqua, nucleare e legittimo impedimento come cittadina residente all’estero?
R – Assolutamente si. Il nostro Inno Nazionale ci insegna che dobbiamo essere uniti, che solo in questo modo possiamo davvero cambiare le cose. Questo referendum è deplorevole, bisogna solo indignarsi e reagire!
L’inaugurazione della mostra avverrà sabato 25 giugno alle ore 21.00 presso l’Aurum di Pescara. Un’occasione imperdibile per apprezzare opere artistiche che danno un sapore particolare a questo assaggio d’estate abruzzese.

Juri Cardone
L’Opinionista
21.06.2011

http://www.lopinionista.it/notizia.php?id=702

Conversazione

con
Valentina
De’ Mathà



         photo by Sonia Ritondale

Maria Savarese: Sei nata ad Avezzano, poi ti sei spostata a Roma dove hai studiato all’Università La Sapienza, “Scienza della Moda e del Costume”, approfondendo contemporaneamente lo studio della scultura, fotografia, sceneggiatura cinematografica e incisione. Cosa hai conservato di quegli anni nel tuo percorso successivo?


Valentina De’ Mathà: Uno dei tanti insegnamenti preziosi di mio nonno materno e di mio padre è quello di apprendere e saper fare molte cose e bene.
Tutto quello che ho imparato e che continuo a imparare serve a dar consistenza alla mia ricerca di vita. Ho studiato sceneggiatura cinematografica, anche se i miei video parlano di suoni, rumori, odori e immagini senza voce. La mia pittura è istintiva, veloce, immediata, eppure ho studiato cinque anni di iperrealismo. Tutto quello che ho fatto e che faccio serve ad arricchire il mio percorso, ma anche a capire meglio cosa voglio e dove voglio andare.
Tutto torna sempre utile in un modo o nell’altro, anche se in forme diverse.

     

MS.: A Roma sei stata assistente di un noto artista, come ti ha influenzata quell’esperienza?
VDM: Non sono stata una vera e propria assistente, è stato un incontro e uno scambio durato un breve lasso di tempo, assolutamente tra i più preziosi e rilevanti che io abbia mai vissuto e che custodisco gelosamente.
Ero molto ricettiva a ogni suo input. Ogni cosa, ogni parola erano dei forti stimoli che mi aprivano mondi nuovi e che esploravo con le pupille dilatate e la determinazione di un animale. Mi ha caricata di forte energia ribaltando completamente il mio stile di vita.
Tutto è diventato possibile e tutto è diventato più limpido.
Cambiando la mia vita e le mie abitudini è cambiato radicalmente anche il mio lavoro e, la forma espressiva che mi aveva avvicinata a lui poi, paradossalmente, è diventata completamente estranea e lontana da me. Quello che mi ha insegnato è stato importante umanamente, a prescindere da come lui me l’abbia insegnato e da come io l’abbia appreso.
Quando penso a lui penso alla sua energia più che alla sua arte.
Quello che sono e sto divenendo è la somma degli incontri e scambi che ho vissuto e che vivo e questo è stato uno dei più importanti.

MS: Ci sono state delle persone che ti hanno supportata nella ricerca del tuo talento, che ti sono state da stimolo?
VDM: Sì, moltissime, ma senza saperlo, sono io che ho catturato ciò che mi nutriva e stimolava.

MS: Quale artista ha influenzato in qualche modo il tuo immaginario, la tua ricerca? Chi è il tuo prescelto se dovessi fare un nome…
VDM: Non ho mai avuto dei veri e proprio punti di riferimento, mi capita semmai di apprezzare alcuni progetti, alcune opere singole, o più nello specifico, l’energia che una determinata Opera emana, che sia musicale, visiva, tattile, olfattiva, sonora… non ha importanza. La mia ricerca si nutre del quotidiano.
Le persone, la Terra, gli incontri, i cambiamenti del corpo, i tempi… sono questi i miei punti di riferimento.

MS: Quali i tuoi registi preferiti?
VDM: La poesia e l’arte pura di Andrej Tarkovskij.

MS: L’ultimo libro che ti ha rapita?
VDM: Mi interessa la cultura latina americana in generale, dalla musica, alle tradizioni, al cibo, i colori… la scrittura di Gabriel Garcia Marquez rimane una delle cose più belle e visionarie che io abbia letto, ma credo che uno dei libri che abbia sentito più intimamente mio è “L’insostenibile leggerezza dell’Essere” di Milan Kundera.

MS: Spazi dalla pittura, alla scultura, dall’ installazione al video: quale di questi media senti a te più congeniale, quello che meglio riesce a veicolare il tuo “sentire” in questo momento?
VDM: In genere parto da un concetto, scrivo una stesura iniziale e poi comincio a elaborare il progetto e a realizzarlo con il media o i media più appropriati. Lavoro tutti i giorni tutto il giorno e lo faccio con estrema passione e impeto, ma anche in modo lucido.
Quando abbiamo deciso di rivoluzionare il progetto che avevo inizialmente studiato per questa esposizione da e incentrare tutto sulla pittura ho cominciato un po’ a vacillare.
Non mi sono sentita insicura ma vulnerabile, in qualche modo emozionata. La pittura ha bisogno di tempi diversi, di energie diverse, di grandi conflitti e intimità. Con la pittura non riesco a essere completamente distaccata perché mi destabilizza e, contemporaneamente, mi rende fortemente energica. È la parte più “animale” di me e attraverso la quale mi guardo allo specchio.

MS: Dinamismo, metamorfosi, mutamento, sono alcuni nuclei concettuali intorno ai quali ruota la tua ricerca artistica, forme in divenire. Non sei interessata alla forma chiusa, determinata una volta per tutte, bensì alla capacità metamorfica che la stessa acquisisce nel tempo. Quale importanza ha la dimensione temporale nei tuoi lavori?
VDM: La mia ricerca è basata sulla simbiosi tra Uomo, Natura e Mutamento e sulla Causa-Effetto degli eventi. Mi interessa il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da egli stesso e, di conseguenza, le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi e inevitabili. Non escludo le forme chiuse, basta che abbiano delle linee curve. Mi piace aprire parentesi veloci ascoltando i tempi lenti della natura.

MS: Ma veniamo a questa tua prima personale napoletana che è conseguenza della tua partecipazione al Premio Internazionale Arte Laguna.
Innanzitutto raccontami la tua esperienza nell’ambito di questa partecipazione.
VDM: Ho partecipato con un’installazione intitolata “L’Uomo che Piantava gli Alberi”, un progetto tratto dall’omonimo racconto di Jean Giono. Una parabola sulla simbiosi tra Uomo – Natura e Mutamento, i tre punti fondamentali su cui è basata tutta la mia ricerca artistica, incentrato su un incondizionato e sconfinato gesto di amore, generosità e immutabile costanza. Il progetto è stato selezionato per far parte dei finalisti e, durante la serata di premiazioni presso le Nappe dell’Arsenale di Venezia, mi sono stati conferiti due premi speciali da Amy-d Arte Spazio di Milano e Dafna Home Gallery di Napoli.

MS: Tra i lavori presenti in questa mostra dal titolo Corpi Rossi hai scelto di presentare l’installazione a parete Untitled #09. Un’opera ottenuta grazie alla manipolazione della carta Nepalese. Perché hai scelto proprio questo materiale? Per te cosa rappresenta? Quali sono le sue caratteristiche? Come si accorda con i lavori in acquerello?
VDM: Il 90% del mio lavoro è incentrato sulla carta.
Spazio dalla carta di cotone a quella Nepalese, a quella emulsionata, dipende da quale mi permette di risolvere al meglio il progetto.
In questo caso sulla carta di cotone bianca ho dato forma alle linee dei corpi e alla loro carne attraverso l’uso del colore, la carta Nepalese invece ha già in sé infinite striature e particolari che sono in grado di simulare la pelle del corpo umano. Nell’installazione Untitled #09 la parete è il foglio bianco e con la stoffa e la carta Nepalese ho tirato fuori tridimensionalmente quello che ho rappresentato con l’acquerello sulla carta di cotone.
Lo sfondo non fa parte di una narrazione, preferisco non dare dei riferimenti precisi, ma pongo il corpo al centro dell’universo affinché ottenga maggiore potere.

MS: Il caso e l’imprevedibilità giocano un ruolo determinante nella tua prassi artistica, o procedi in maniera controllata, sai già aprioristicamente cosa otterrai, e quel che ottieni poi coincide perfettamente con ciò che avevi in mente?
VDM: Questo lavoro è basato sulla simbiosi, lo scambio e il dialogo tra quello che io posso dare alla materia (lo stimolo) e quello che la materia può darmi di risposta.
Causa – Effetto.
Una goccia di colore che cade su un foglio bagnato si propaga creando degli schemi frattali che si susseguono l’un l’altro e che a volte si schiantano in forze opposte e si scompongono diversamente, altre volte ancora stagnano fino a creare delle corrosioni, delle cicatrici, dei segni, delle cancrene. La vita di ogni essere umano ha delle tappe prestabilite: nascere, mangiare, camminare, parlare, crescere… A me interessano gli imprevisti, la causa-effetto degli eventi, la rottura di questi schemi frattali, ciò che si trova tra due punti fissi in movimento.

MS: Quale distinzione c’è tra caso e casualità?
VDM: In spagnolo ci sono 2 modi per definire il “Caso”. La parola “causalidad ” si riferisce a qualcosa che in qualche modo viene indotto da noi (Causa-Effetto), quindi, paradossalmente, la vera casualità è nulla. Con la parola “Azar” invece viene definito qualcosa di ineluttabile. Evidentemente il mio lavoro è incentrato sulla prima definizione. La seconda mi terrorizza.

MS: Perché per i lavori che qui presenti, hai scelto la tecnica dell’acquerello ed il rosso? Che tipo di colore specifico e il perché di questa scelta?
VDM: L’acquerello perché è strettamente legato al concetto di casualità e mutamento, il Perylene Maroon e il Rosso d’Oriente per avvicinarmi il più possibile al sangue e alla carne dei corpi.

MS: questi corpi sono senza testa. Sfaldati, amputati, deformi ma vibranti di energia. Per te cosa rappresentano?
VDM: Sono come degli involucri che racchiudono una miriade di informazioni e di input, come degli Haiku che concentrano un’infinità di significati attraverso un procedimento formale apparentemente essenziale.
I corpi che si contorcono sono solo la conseguenza di ciò che la mente gestisce. Queste gestazioni, questi ventri gonfi, sono semplicemente la cristallizzazione di un processo, e dire qualcosa intorno all’anima è dire qualcosa di profondo sul corpo. Siamo quello che facciamo, processi.

MS: Quand’è che decidi che un’opera è finita, e non continui a lavorarci con la materia, con il colore, per non rischiare di cesellare eccessivamente e quindi, appesantire…
VDM: Non esiste un momento preciso, definito, è lei che te lo dice. A volte però non puoi fare a meno di non continuare a lavorarci su fino a “cesellare” la carta, fino a vedere cosa succede quando decidi di spostare il tempo. Come in un rapporto interpersonale o come quando si spinge se stessi oltre per vedere cosa succede e come ci si sente. A volte i risultati sono sorprendenti.

MS: Questi lavori mi ricordano gli acquerelli di Schiele, deformi, imperfetti, vibranti, intensi; così come certa pittura cinese, secondo la quale il tratto, la forma, la figura devono riuscire subito al primo gesto, per non rischiare di compromettere il fragile supporto, per cui essa è concisa, immediata, densa.
Quale rapporto hai con il pensiero orientale?

VDM: Ascolto molto il mio corpo e la natura delle cose che mi circondano. Cerco di assecondare i giusti tempi di ogni cosa. Credo nel divenire delle cose, nel percorso naturale delle cose, anche se a volte creo delle fratture, degli scontri o sovrapposizioni infilandomi dentro ad alcuni percorsi dando vita a qualcosa di nuovo attraverso una visione dialettica

MS: Un progetto ambizioso che ti piacerebbe realizzare?
VDM: Moltissimi! Ho quaderni interi di progetti già studiati nei minimi particolari e che continuo a elaborare. Usciranno fuori quando sarà il tempo giusto.
Uno di questi lo realizzerò la prossima primavera durante la mia personale presso la Limonaia di Villa Saroli del Museo D’Arte di Lugano.

MS: Perché sei andata a vivere in Svizzera?
VDM: Perché avevo voglia di vivere altro e perché ho sposato un fotografo svizzero,

MS: Quale pensi sia la funzione dell’arte oggi? E quale la funzione dell’artista?
VDM: Mi piace citare Tarkovskij che diceva che il compito dell’Arte è quello di spiegare a se stessi e a chi ci sta intorno perché vive l’uomo, qual è il significato della sua esistenza, o, se non di spiegarlo, quantomeno di porre loro delle domande. La funzione dell’arte consiste nell’idea della Conoscenza, dove la percezione si esprime nella forma dello svolgimento, della catarsi.

MS: Se dovessi scegliere tre parole che possano descrivere il tuo modo di stare al mondo?
VDM: Pancia, Terra, Me Stessa.

Maria Savarese



Biennale di Venezia. Valentina De’ Mathà al Padiglione Abruzzese: l’intervista





Ecco cosa vedete, nascosti dietro al vetro a specchio. In una stanza metafisica, bianca come uno spazio espositivo, io e l’artista Valentina De’ Mathà ci sediamo ad un tavolo candido, sul quale è adagiato un niveo foglio.
Io scrivo una domanda, e in silenzio passo il foglio a Valentina. Lei scrive la risposta, piega la parte superiore della carta in modo che non sia leggibile e mi ripassa il foglio.
Alla ventesima domanda Valentina si alza ed esce. Anche io faccio lo stesso, ma prima apro il foglio e ve lo attacco, dal verso leggibile, al vetro specchio.

C’è scritto questo:

Cosa c’è sotto?

Il caso che non esiste.

Perché vivi in Svizzera?

All’inizio perché ho improvvisamente sentito la necessità di staccarmi dall’Italia e soprattutto da Roma, verso la quale avevo un attaccamento morboso. Quindi, al culmine di questa morbosità, ho deciso di tagliare il cordone ombelicale e fuggire via senza guardarmi indietro, ma soprattutto perché mi sono resa conto, con estrema lucidità e amarezza, che l’ Italia non sarebbe stata in grado di darmi le opportunità professionali, il sostegno e i confronti di cui avevo bisogno, e che avrei trovato solo viaggiando.
Non era mio obiettivo trasferirmi in Svizzera, anzi, ma dieci giorni prima di partire verso Berlino ho conosciuto Roger Weiss, fotografo svizzero, colui che poi è diventato mio marito.

Ho visto artisti che sulla carta d’identità hanno scritto “artigiano”, tu invece?

Ho solo il passaporto.

L’hai mai presa la carta d’identità?

Mai.

Ti piace, intendo proprio come parola, “identità”?

Assolutamente sì. Credo fortemente nelle origini.

Cosa ti interessa di più nel tuo fare arte, la sincerità o la mistificazione?

Questo lavoro è così intimo che non si può non essere sinceri.

Il corpo, il tuo, quello degli altri, la natura e la banda degli dei. Come entra tutto questo nel tuo lavoro?

Il mio lavoro è una ricerca continua sul comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità ed ineluttabilità degli eventi e, di conseguenza, alle sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi e inevitabili.
Il corpo riprodotto è solo la conseguenza di ciò che la mente gestisce.

Quanto di sociale e quanto di glamour c’è in quello che fai?

Mi interessa la simbiosi tra uomo, natura e l’eterno mutamento.

C’è un criterio unico che il tuo fruitore ideale dovrebbe adottare, al di là dell’apertura dell’opera, nell’interfacciarsi con i tuoi lavori?

I miei lavori nascono per essere lasciati liberi di creare intrecci slegati da me in quanto artista.

Veniamo alle note dolenti: la Biennale d’Arte di Venezia, il Padiglione Italia… Quanto riesci ad essere diplomatica parlandone?

È così facile far polemiche su questa Biennale che lascio siano gli altri a farle.
Per quanto mi riguarda posso solo dire che lo spazio e l’allestimento del Padiglione abruzzese all’Aurum di Pescara siano i migliori di tutto il Padiglione Italia. Purtroppo in Italia è prassi che si focalizzi l’attenzione solo sulle cose che non vanno anziché valorizzare ciò che c’è di positivo.




Raccontami un po’ il lavoro che hai portato. Senza descriverlo, possibilmente.

È un opera commemorativa delle 308 vittime del tragico terremoto che il 6 aprile 2009 ha devastato L’Aquila.
È un’installazione scultorea intitolata Silenzio e parla del silenzio dopo il boato del terremoto e delle case che sono crollate frantumandosi in macerie, il silenzio dopo le grida di terrore, ma anche un silenzio di riflessione.
Davanti a queste catastrofi non si rimane indifferenti e tutto assume un altro valore, tutto cambia di significato. L’opera invita al silenzio come segno di rispetto, ma anche ad un silenzio meditativo.
L’intento principale di questo lavoro è stato che tutti i corpi nascessero da un’unica matrice come noi nasciamo tutti dalla Madre Terra, che fossero composti da un materiale organico che, come il corpo umano, subisce i cambiamenti del tempo e torna nella Terra che lo ha visto nascere e, per questo, ho scelto la carta. Oltretutto ho ritenuto importante usare un colore neutro come il bianco a simboleggiare un’identità collettiva e non individuale. È un’installazione su cui sto lavorando da circa due anni per via del numero elevato – 308 – di sculture e dei tempi di lavorazione.
In concomitanza alla Biennale ho donato una delle sculture dell’installazione alla città di L’Aquila con l’Assessore Pierluigi Pezzopane a rappresentare la città e Dario Pallotta come padrino d’eccezione, rugbista dell’Aquila Rugby e colui che, nella tragica notte del terremoto, ha salvato la vita a diverse persone.
L’opera è stata posta sotto i Portici di corso Vittorio Emanuele, angolo Piazza Duomo e sarà presente fino al suo completo deterioramento, alla base è stata posta una targa commemorativa.

Che relazione ha con la tua produzione precedente?

Tutti i miei lavori sono legati l’un l’altro da un filo conduttore, questo esposto alla Biennale di Venezia è un ulteriore passo avanti della mia ricerca di vita.

Cosa significa per te la Biennale adesso?

Ho creduto che l’invito al Padiglione Italia in Abruzzo della 54a Biennale di Venezia e il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, quale titolo del Padiglione stesso, fossero l’occasione migliore per dare il giusto peso a questo progetto incentrato sulla mia Terra e che era mio obiettivo esporre proprio in Abruzzo.
Per quanto mi riguarda non intendo sminuire questa Biennale, anzi, provo un grande rispetto per quello che rappresenta e mi fa piacere che Gianluca Marziani mi abbia segnalata.

Ti esprimi con vari mezzi. Al quale ti sei avvicinata prima, e come?

Ho iniziato a 4 anni a dipingere e lavorare con l’argilla, a 11 a fotografare. Dei primi due mi stregava e attraeva l’odore e la matericità. Invece sono assolutamente ossessionata dalla fotografia ed è l’unico mezzo di cui non credo che potrei fare a meno.

Con quale di questi ti trovi più a tuo agio?

Dipende da quale di questi mezzi mi permette di esprimere in modo più efficace i progetti che costituiscono la mia ricerca. Quello che mi interessa è la qualità del risultato finale, per questo cerco di non pormi mai dei limiti.

Come vivi i luoghi?

Con viva curiosità e alcuni con totale chiusura e ostilità, di conseguenza con vie di fuga.

Come vivi il tempo?

Di corsa e con impazienza.

Come vivi il vivere qualcosa?

Con tanta fame.

L’estetizzazione della vita. Molti ci cadono e diventano stranieri. Tu?

Sono alla ricerca dell’Essenza.

E poi, in fin dei conti, perché?

Per una più alta consapevolezza dell’Essere.

di Naima Morelli
Art a Part of cult(ure)
22 Luglio 2011


 

Valentina
  in Venice



We last updated you that Valentina de’Mathà had been chosen to participate in the 54th International Art Exhibition Venice Biennale Pavilion Italy/Abruzzo. Her piece, Silenzio, was featured in the first print edition of See.7. We were thrilled to get a few images from the actual show, including a few behind-the-scene looks at putting the installation together. Congratulations!

See.7 Magazine NY
July 6.2011


“Il Padiglione Italia?
Mi interessa esporre
la mia opera
e in Abruzzo”
Il sì “a prescindere”
di Valentina
De’ Mathà



Photo Roger Weiss

Una nuova chiave di lettura, nella querelle cresciuta sulle pagine di Artribune fra gli artisti che all’invito di Vittorio Sgarbi per il Padiglione Italia alla Biennale hanno detto no – la maggior parte degli intervenuti -, e quelli che invece parteciperanno, e spiegano il perché. C’è anche chi sceglie di non entrare nelle polemiche, per far parlare la sua arte. È Valentina De’ Mathà, che ha visto nell’invito un’occasione per presentare la sua opera dedicata al terremoto che ha devastato il suo Abruzzo. Sgarbi o non Sgarbi…

Il mio percorso verso la 54a Biennale di Venezia è iniziato quando, mesi fa, sono stata contattata da Arthemisia Group e segnalata dal critico e curatore Gianluca Marziani per far parte del Padiglione Italia/Regione Abruzzo.
All’inizio pensavo che mi avessero contattata per affidarmi lo spazio dell’Istituto di Cultura Italiano a Zurigo, visto che ormai abito in Svizzera da diverso tempo, ma ho accettato con piacere la dislocazione in Abruzzo e ho trovato nella 54a Biennale di Venezia e nel 150° dell’Unità d’Italia, tema del Padiglione, l’occasione ideale per poter ricordare, attraverso l’installazione scultorea intitolata “Silenzio”, il tragico terremoto che ha devastato il 6 aprile 2009 la città di L’Aquila. “Silenzio” vuole essere un’opera commemorativa delle 308 vittime del terremoto. Un progetto che parla della mia Terra, l’Abruzzo.
Mi è sembrato importante e doveroso per me, artista italiana/abruzzese, ricordare un avvenimento così grave che ha scosso l’ intera Nazione… e non solo. Certi eventi non ti lasciano indifferente e tutto cambia di significato, tutto assume un altro valore. Il mio lavoro è una ricerca continua sul comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità degli eventi e, di conseguenza, alle sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi.
In “Silenzio” ho voluto raccontare la drammaticità della catastrofe attraverso fragili sculture di carta nate tutte dalla stessa matrice. Un lavoro molto lungo che ho iniziato circa due anni fa e sul quale ancora sto lavorando, infatti ogni scultura ha bisogno di 2-3 giorni di lavorazione. L’installazione completa comprende 308 corpi bianchi (93x28x12) che si fondono con la parete in un ordine casuale. Tutti i corpi sono nati da un’unica matrice come noi nasciamo tutti dalla Madre Terra. Ho scelto un colore neutro, il bianco, colore dell’assenza e, in contrapposizione, della pienezza, a simboleggiare un’identità collettiva e non individuale. Ho scelto la carta perché è organica, perché subisce i cambiamenti del tempo e, come il corpo umano, torna nella Terra che lo ha visto nascere.



È un’installazione che incita al silenzio, al rispetto e ad ascoltarsi. Il silenzio, appunto, dopo il terremoto di L’Aquila. Per motivi di spazio purtroppo l’installazione è stata frammentata e sarà presente solo una parte di essa. L’opening sarà sabato 25 giugno alle ore 21 presso l’Aurum di Pescara in via D’Avalos angolo Luisa D’Annunzio.
In concomitanza all’evento è mia intenzione donare una delle sculture alla città di L’Aquila dove, la scultura, verrà esposta in uno spazio esterno subendo le intemperie e lo scorrere del tempo fino al completo deterioramento.

Artribune
31.05.2011

http://www.artribune.com/2011/05/%E2%80%9Cil-padiglione-italia-mi-interessa-esporre-la-mia-opera-e-in-abruzzo%E2%80%9D-il-si-%E2