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VALENTINA DE' MATHÀ
#INTHESPACE

Macro Asilo-Museo Macro  Museo d’Arte Contemporanea di Roma

01-03 Ottobre 2019


Il progetto #INTHESPACE nasce da una riflessione sulla complessità e sul disordine della realtà narrati ne “Le città invisibili” di Italo Calvino, i cui racconti di luoghi immaginari e paradigmatici si intersecano e si proiettano nella società contemporanea, dove tutto sembra apparentemente “levigato”, ma che in realtà, questa levigatezza, spesso cela disfacimenti senza fine né forma. Altro elemento di riflessione sono i grafi: strutture relazionali e organizzazione dati che troviamo nella vita quotidiana e nella comunicazione virtuale [dal latino communico = mettere in comune, far partecipe]; volgendo, di conseguenza, l’attenzione sul modo di esprimersi della società di oggi, gli scambi culturali, le relazioni interpersonali, il concetto di spazio/luogo e stratificazione degli eventi e della storia.

L’uomo è sempre stato diviso dal desiderio di stabilirsi e mettere radici, e quello di volgersi altrove per trovare stimoli sempre nuovi.
I Greci dicevano che la città inizia appena fuori dalle mura della nostra casa, dove la nostra vita diventa pubblica. I luoghi sono il punto in cui viviamo e comunichiamo e, al giorno d’oggi, non abbiamo più necessariamente bisogno di uscire fuori: attraverso internet e i social network, possiamo avere costantemente una vita collettiva ovunque ci troviamo; i confini diventano fluidi e relativi più che mai.

I riflessi e la lucentezza dei poliesteri emulsionati utilizzati per questo progetto installativo, sono, appunto, attraverso un’attenta analisi del filosofo coreano Byung-Chul Han sulla società di oggi, un rimando agli schermi lucidi e levigati degli smartphone attraverso i quali siamo abituati a comunicare.
Le intersezioni delle incisioni praticate su queste superfici, stanno a simboleggiare le reti sociali e la frammentazione dell’individuo attraverso le scomposizioni indette da una realtà dei fatti sempre più distorta, e dalla raccolta dati che, volontariamente e involontariamente, forniamo nel quotidiano.Ma queste “città invisibili” come spiega Italo Calvino “ sono anche un’indagine alle ragioni segrete che portano gli uomini a vivere certi luoghi, al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: memoria, desideri, segni di un linguaggio; luoghi di scambio, non soltanto di merci, ma anche di parole, desideri e ricordi”.


Il passo successivo alla realizzazione di queste mappe, “città impossibili”, “nonluoghi”, nell'accezione e nella visione di Marc Augè, pavimentazioni, confini geopolitici, collegamenti neuronali.... è stato quello di renderle tridimensionali avvolgendole su se stesse fino a creare una forma altra: involucri di esperienze vissute, e bocche, simbolo per antonomasia dal quale fuoriesce la comunicazione verbale; ma anche mezzo di apertura attraverso cui ci si può lasciare sorprendere dal suo contenuto guardando all’interno.

Queste bocche/colonne/alberi andranno a formare simbolicamente un bosco, elemento di evidente rimando ad un ritorno alla natura umana più intima, logo dove lo spettatore può esplorare ed esperire l'opera proiettando il suo sguardo all’interno di ogni “cilindro”, anziché rimanere in superficie e vagare nel buio.


L’installazione verrà ospitata nella Black Room del Museo Macro e, questo stato di penombra, porterà il visitatore, in maniera naturale, all’utilizzo della luce del proprio smartphone: estensione fisica ormai inscindibile da noi. A tal proposito, l’ intento è quello di invitare il fruitore a creare una nuova rete sociale, scattando fotografie e video a queste “aperture”, munito di flash e postando le immagini sui vari social network, con l’hashtag #INTHESPACE.

Spàzio s. m. [dal lat. spatium, forse der. di patēre «essere aperto»] 


Con testi critici di
Pier Paolo Scelsi - Direttore GAD, Giudecca Art District, Venezia
Ignazio Licata - Fisico teorico presso Isem, Palermo (Italia) e RIIAM, Iran

01.02 Ottobre 2019 Ore 10:00 - 20:00
03 Ottobre ore 10:00 - 18:00

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Black Room
Via Nizza 138 Roma
Ingresso Libero

VALENTINA DE' MATHÀ
#INTHESPACE

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma

1st - 3rd October 2019

The #INTHESPACE project arises from a reflection on the complexity and disorder of reality narrated in Italo Calvino’s "Invisible cities" - tales of imaginary and paradigmatic places that intersect and project themselves into contemporary society, where everything is seemingly "smooth”. In reality this smoothness often conceals an endless and shapeless decay. Another element of reflection are the graphs: relational structures and data organization found in everyday life and in virtual communication [from the Latin term communico = to put things in common, to make one feel part of something]; thus, paying attention to how today’s society expresses itself, to cultural exchanges, to interpersonal relationships, to the concept of space/ “place”, and to the stratification of great events and history.

The human being has always been torn between the desire to settle and put down strong roots, and that of turning elsewhere in a constant search for new motivation. According to the ancient Greeks, a city begins just beyond the walls of our own home, where our lives become accessible to all. Places are where we live and communicate and, today, we do no longer necessarily feel the need to get out of them: through the internet and social networks we can continuously and everywhere have a Community life; borders become fluid and relative more than ever before.

The reflections and the shine of the emulsified polyesters used for this installation project are, indeed, through a careful analysis by Korean philosopher Byung-Chul Han on today's society, a reference to the glossy and smooth smartphones screens through which we are used to communicate. The intersections of the incisions made on these surfaces symbolize social networks and the fragmentation of the individual through breakdowns proclaimed by an increasingly distorted reality, and from the data collection that, voluntarily and involuntarily, we provide in daily life. But these "invisible cities" as Italo Calvino explains "are also an investigation of the secret reasons that lead humans to live in certain places, beyond all crises. Cities are a collection of many things: remembrance, desires, signs of a language; places of exchange, not only of goods, but also of words, wishes and memories”.

The next step to the realization of these maps, "impossible cities", "nonplaces", in the sense and vision of Marc Augè, pavements, geopolitical borders, neuronal connections ... is to make them three-dimensional by wrapping them on themselves to create another shape: casings of experiences, and mouths, symbol par-excellence from which emerges verbal communication; but also, the medium through which one can let oneself be surprised by its content by looking inside.



These mouths / cylinders / trees will symbolically become a forest, element of obvious reference to the return to the most intimate human nature, a place where the viewer can explore and experience the work by projecting its gaze inside each "trunk", instead of remaining on the surface and wander in the dark.

The installation will be set in the Black Room of Macro museum. The semi darkness of the room will bring visitors to use the light of their smartphone flashlight: the physical extension from which we have become inseparable. In this regard, the intent is to invite the visitor to create a new social network, taking photographs and videos at these "openings", equipped with flash and posting the images on the various social networks, with the hashtag #INTHESPACE.

Spàzio s. m. [from lat. spatium, perhaps der. of patēre «to be open»]

Critical essays by
Pier Paolo Scelsi - Director GAD, Giudecca Art District, Venice
Ignazio Licata - Theoretical physicist Isem, Palermo (Italy) e RIIAM, Iran

1st 2nd October 2019 from 10:00 to 20:00
3rd October from 10:00 to 18:00

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Black Room
Via Nizza 138 Rome
Free admission


Pasinger Fabrik
Mediterran 

Das Mittelmeer als Brücke und Kluft zwischen den Kulturen gestern und heute

Ein Ausstellungs- und Diskussionsprojekt

Kuratoren: Luigi Viola und Thomas Linsmayer


Culture and civilization are born of compa- rison, of dialectical visions, of interpersonal exchanges and relationships.

Just from its ancient history Mediterranean Sea linked civilizations and peoples, marking their evolution through the encounter and the contamination between different traditions, religions and cultures that have been enriched and turned into something else.
Everything through interaction and mutual comparison.

The artistic technique I used for this artwork starts from this vision: I took emulsified papers and folded them into spirals to symbolize the DNA structure, then I painted them in the dar- kroom where all the aesthetic effects are reve- aled through the free interactions of chemical processes.

Then I unfolded them, creating another form that would bring with it the signs of the starting structure.
Through the folds of the spiral, the action of chemical agents has given rise to a kaleidosco- pic succession of anthropomorphic, primitive and alien faces, in a dreamlike and ancestral dimension composed of elements that are always new, often completely symmetrical, sometimes the negative of the other, but always generated from the contact and the interaction of two flaps.

Macro Asilo-Museo Macro
Museo d’Arte Contemporanea di Roma


#INTHESPACE

di Valentina De’ Mathà


IL SOGNO DI BORGES


Il lavoro di Valentina De’ Mathà è sempre stato caratterizzato da due direttrici complementari che guidano la costruzione delle forme. Da una parte c’è un’attitudine istintuale, la necessità e l’urgenza fisica di avere un rapporto sensibile con superfici e colori attraverso un’immersione gioiosa e caotica, una fase di simbiosi preverbale, quasi selvaggia, con la propria produzione. Sull’altro versante una natura concettuale e sottilmente analitica, attenta alla forma delle idee, ed alla loro universalità. Queste due curve tratteggiano lo spazio dell’opera, sono forze concorrenti che uniscono l’intuizione dell’artista medium con il suo lato sottilmente speculativo. #INTHESPACE, in una galleria ideale della sua storia, è il lavoro che intercetta tutte le esperienze precedenti, le pone in prospettiva, crea attorno a loro un labirinto. È la città invisibile della sua opera, la proiezione del suo metodo in forma d’arte, quasi un paradosso di sapore russelliano sul filo dell’appartenenza.

Si tratta di una riflessione sulla costruzione dei saperi, radicata fin nell' esperienza e nel concetto di “spazio fisico”, quello da noi quasi inconsapevolmente abitato e percorso, con la sua apparente semplicità di contenitore levigato in una tridimensionalità passiva di coordinate. Come sempre, le “semplicità” rivelano ad ogni tentativo d’indagine, una complessità vertiginosa. Dalla disputa tra Newton e Leibniz sullo spazio assoluto contro uno spazio relazionale definito dai rapporti tra le cose materiali, fino alle arditezze delle fisica quantistica, abbiamo imparato che lo spazio è prodotto dalle dinamiche sottili del mondo. Non è un caso se il pensiero di Leibniz è una delle più alte espressioni del Barocco, tutto teso a stipare ogni vuoto possibile di ideogrammi cinesi, monadi, macchine logiche. Ma è forse Cartesio ad aver fatto il passo decisivo con le sue architetture di coordinate. Come dirlo, questo spazio? Mentre pregava la Madonna di dargli segni della sostanza ontologica del mondo, osservando una mosca tra le pareti della stanza, Cartesio ci rivela che ogni conoscenza è costruzione di relazioni. La conoscenza non è mai conoscenza del mondo “in sé e per sé”, ma tessitura di rappresentazioni, reti di relazioni entangled, labirinti, modelli, mappe e dizionari. Ed ogni mappa è una prospettiva dell’osservatore che svela nella misura in cui costruisce. E’ questa la lezione ultima della complessità: non abbiamo l’occhio di Dio, siamo osservatori e costruttori, Il reale ci si rivela facendo resistenza alle nostre rappresentazioni. Diremmo che il reale è questa cosa tra noi e i modelli. Il valore di una rappresentazione o di un modello consiste proprio nel non essere isomorfo al territorio, ma piuttosto nel fornire un territorio. Per i punti del mondo passano infinite mappe.

Non è soltanto lo spazio dei saperi condivisi a scaturire dal rapporto relazionale e dialogico tra noi e l’indefinita ricchezza del mondo. Anche le storie personali passano per stratificazioni di mappe legate a contesti, periodi, scale: giochi di bambini, baci apposti in calce a lettere, tribù musicali, partiti politici, abitudini di consumo, pratiche artigianali, comunicazioni, transazioni finanziarie ad alta frequenza, identità plurali. La mente umana è un groviglio di mappe entangled scritto sui fogli volanti del labirinto neuronale.

Le bocche/colonne/alberi di poliesteri emulsionati di Valentina sono una foresta di mappe, un intrico di segni che vanno illuminati per rivelare parte dei loro tesori. Sempre assolutamente contemporanea, anche quando tratta i temi arcaici del sesso- corpo- sangue, la De’ Mathà si rivela in questo lavoro sempre più vicina alle Lezioni Americane di Calvino. In equilibrio tra fiamma e cristallo, sceglie il tratto più breve per la leggerezza- rapidità-esattezza, visibilità e molteplicità. Riconoscendo all’Arte la sua dimensione relazionale, il suo ruolo di codice per decrittatori delle risonanze estetiche, si può pensare che nell’occhio di una di quelle emulsioni si possa vedere l’intero suo percorso, dalle mappe organiche ai misteriosi legacci della non località. L’artista è un sistema che si auto-osserva.

Ed è sulla “consistenza” incompiuta di Calvino che Valentina De’ Mathà evita la trappola ontologica. Ogni rappresentazione infatti definisce un confine, un luogo altro da sé, un esterno che fissa i limiti di validità di quella specifica descrizione. I confini possono essere chiusi, aperti, più spesso sono porosi. Ci si chiede se questa porosità nella foresta di bocche/colonne/alberi possa essere la chiave per realizzare la mappa delle mappe, quella che le contiene tutte e che si può mettere in corrispondenza 1/1 con il mondo, e dire finalmente: “questo è il mondo, chiuso nei miei modelli”. Il punto d’accesso all’Aleph, il sogno di Borges. Ma l’arte è un fatto creaturale ed umanissimo, la foresta resta foresta, e il mondo inesauribile. La sua unità e consistenza reali risiedono nell’osservatore, nello sforzo certosino del suo essere costruttore e del decifratore. E’ nel gesto dell’arte la verità silenziosa delle cose.

di Ignazio Licata


Elle Decor
Italia


     

Febbraio 2016



     

     

LA MERAVIGLIA NELLO SPAZIO ESTESO DI VALENTINA
DE’
MATHÀ



“In un Paese delle Meraviglie essi giacciono, Sognando mentre i giorni passano, Sognando mentre le estati muoiono: Eternamente scivolando lungo la corrente.... Indugiando nell'aureo bagliore... Che cosa è la vita, se non un sogno?“

Alice in Wonderland - Lewis Carroll

L'installazione #INTHESPACE di Valentina De' Mathà per il progetto MACRO ASILO trascina il visitatore a un dialogo continuo con la “Meraviglia”.

La “Meraviglia” (dal latino Mirabilia, dal verbo Mirare, Guardare) è nodo focale del racconto artistico tout court; in questa circostanza, entrando nella sala della black-room del MACRO, è reazione e sensazione al percorso esperienziale visivo immaginato dall'artista tramite l'utilizzo del medium della fotocamera e della luce del telefono cellulare. 


Una meraviglia personale, intima, un viaggio in uno spazio altro e alterato, una lunga caduta nella “Tana del Bianconiglio” di Lewis Carroll e un lungo e personale monologo con la “gatta Dina” nel quale lo spettatore da un lato è portato a confrontarsi con sé stesso, con le proprie reazioni, dall'altro diviene soggetto costituente di una rete relazionale composta dalle molteplici singole e uniche esperienze.


Un rapporto e una relazione con lo “stupore” termine che porta in seno il prefisso (s)tup, colpire, percuotere, sensazione fisica che nasce da un'esperienza visiva da una epifania; una commozione, (cum-movere) un muoversi assieme come concetto perfettamente calzante al lavoro di concerto che porterà alla creazione della suddetta comunità virtuale racchiusa dal hashtag scelto come titolo dell'installazione.


La meraviglia è una sensazione violenta nella sua leggerezza, che unisce l'inaspettato, l'improvviso, al riconoscimento di una parte di noi, della nostra identità personale traslandole e mischiandole con il sogno, la dimensione onirica, la proiezione dello spazio e del tempo che smettono di essere limiti fisici e divengono variabili duttili, modificabili.

Avviene ciò ne “Le città Invisibili” di Italo Calvino, quando le parole di Marco Polo diventano fonte di meraviglia, di sogni, di architetture e di città di pensieri nella mente del Gran Khan.
La meraviglia è ritmo costante, tambureggiante nel viaggio Dantesco. Ne “La Commedia” la metafora e il fantastico si uniscono nel più limpido e crudo racconto della specifica contemporaneità della storia della letteratura.


La meraviglia è spesso base, obiettivo e strumento dell'arte visiva. Le “sette meraviglie” dell'antichità sono i monumenti con i quali si può raccontare la storia dell'umanità.
La meraviglia meta e compimento artistico nelle favole sospese, nelle tiepide notti russe di Chagall come nella violenza del messaggio contemporaneo di Damien Hirst.


La meraviglia è elemento trasversale, comune alla produzione artistica di Valentina De' Mathà: è meraviglia della gestualità, studio formalmente ed esteticamente delicato ed ordinato, frutto di enorme e costante ripetizione in una virtuosa manualità, quando si esprime con il ciclo degli Entanglement laddove viene studiata indivisibilità dell’ umano co-esistere tramite riferimenti specifici alla teoria dell’”Aggrovigliamento" portata dalla fisica quantistica.

La gestualità della tessitura diventa strumento non solo del creare, ma anche medium del narrare e del tramandare il nostro vissuto.

E' volontà di racconto, strumento e insegnamento. laddove il filo tessuto e intrecciato si trasforma in stoffa. Materialità dell'oggetto che nasce da un elemento materno; fisico nell'atto di chinarsi, piegarsi, accovacciarsi e nell'affaticare e spingere al limite il senso della vista: è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose: i legami, la cultura; è intreccio di fili e carta, paradigmatici e metafora di relazioni, dipendenze, sentimenti e tradizioni.


Similare ma arricchito da una riflessione sul “disordine umano” è il progetto che ha portato all' installazione del 2011 Hair and Wool nel quale l'artista raccoglie, aggroviglia, cuce e intreccia capelli insieme a lana di pecora. 

Quello che si ottiene è una struttura complessa, fusa, confusa, non dipanabile che racconta la verità di un DNA meticcio, aperto e in continua trasformazione e addizione del quale è composto un mondo in cui la moltitudine di etnie vivono, e convivono.

La meraviglia diviene silenzio, meditazione, fiato trattenuto e sospiro; studio e produzione artistica violenta, forte, visivamente commovente, racconto della simbiosi e del provenire e ritornare dell'uomo alla Terra, nell'installazione del 2013 Silenzio.
Opera portata in mostra al Padiglione Italia regione Abruzzo nel 2013, Silenzio è un progetto installativo in memoria delle 308 vittime del terremoto di L’Aquila costituito da
308 corpi realizzati con la tecnica del papier-mâché con all’interno ritagli di giornali quotidiani dell'epoca i cui titoli e articoli trattavano questa catastrofe.

L'elemento umano nel suo vivere in aggregazioni sociali, l'introspezione e estroversione dell'esistere, su questi temi il percorso di Valentina De' Mathà affonda le sue radici e attorno a questi concetti arrivando fino allo studio intenso e preciso tramite il medium artistico dell'elemento urbano della città: come luogo fisico, incrocio e punto di partenza di “vie” ma anche come umano incrocio di desideri e sogni, regole e leggi, inganni e sentimenti, scambi e confronti.

L'arte di Valentina De' Mathà è sì “luce” ,ma anche prepotentemente “segno”: secondo elemento essenziale e primario della sua produzione e della sua identità artistica.
Dal concetto di segno come pura demarcazione e limitazione delle coordinate cartesiane in funzione del possesso, dell'identificazione in quanto comunità, della personalizzazione e della suddivisione dello spazio- vita. Il “limite”, il “confine”, l'accettazione di esso e il “de- lirare” nell'accezione latina del termine, strettamente legata alla terra, l'andare con l'aratro oltre il solco e superarlo, sono elementi evidentissimi e originali nella produzione di De’ Mathà. 


di Pier Paolo Scelsi



Nomadic Roaming – Collectible DRY Magazine Vol.5



Abruzzo is a land rich in traditions, history and authenticity. I discovered it in greater depth only when I moved away from it. When I lived there, in my place of birth, my work was packed with all kinds of things, riotous colors, overlapping materials, dissonance, the restless teenage desire to escape.

When I moved to Rome a whole world opened up for me. Matter became liquid and paper took the place of canvas. I began to work horizontally. When the paper is on the floor there is more contact, you can sense and experience the material more intensely, in a relationship of symbiosis between equals, of give and take, and you can see things from another perspective. Everything changes. I liked to go barefoot, my feet were always stained with ink, it made me feel good. I began to drink tea and lived without a schedule. Rome reflected my way of living, of feeling free. It clung to me and captured me with sunshine, beauty and the music of day and night, until the day returned. Everything became possible in a timeless city, suspended between an always present past and an instant in which anything can happen. In which everything happens.

When I came in Switzerland everything became the opposite of what it was. For almost 10 years I have lived in a non-place where time is stretched and nearly always adds up to the same sum. I work a lot. Always. Often with more patience, which is something I have learned to do by living here. My work speaks of the symbiosis of man, nature and change. It explores places and traditions, the cause and effect of events. Switzerland is at the center of Europe, yet it is outside of it. It is a place apart, near but far from everything, extraneous to the typical things of the south. People don’t sing in the square here; there is lots of silence. My studio is near the border, in a place where there are customs barriers and a forest that expands like a multitude, while paradoxically setting a boundary. I live with two passports in my pocket, always with a book in my hands. I like to watch the helicopters that transport trees in the spring. I still drink tea, and being here I feel increasingly anchored to the traditions of my motherland, the floor of my mother’s house, the sum of the silhouettes of the mountains that always surrounded me and of those that surround me now. In all these years I have taken millions of photos: of myself, my books, my works, my cups of tea, floors, forests, everything that surrounds me. I still do it. Every day.My work has gotten cleaner. The cotton paper has become emulsion paper, and the material has become even more liquefied. Everything has become more linear. I try to organize the material, with the illusion of putting it into some order. This is something new for me. I still work on the floor, in the darkroom, but maybe with a more mature, measured, calculated approach. At times. Maybe. But a passionate character never changes, even after learning that it’s best not to get one’s fingers into everything.
CH – 22nd Aug 2017

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L’Abruzzo è una terra ricca di tradizioni, storia e genuinità. Io l’ho scoperto più da vicino quando mi sono allontanata. Quando vivevo lì, lì dove sono nata, il mio lavoro era carico di tante cose, colori chiassosi, sovrapposizioni di materia, dissonanze, e l’inquieta voglia adolescenziale di fuggire via.
Quando mi sono trasferita a Roma mi si è aperto un mondo. La materia è diventata liquida e la carta ha preso il posto della tela. Ho iniziato a lavorare in modo orizzontale, quando il foglio è sul pavimento c’è più contatto, riesci a sentire e a vivere più intensamente la materia, si instaura un rapporto di simbiosi, alla pari, un dare e ricevere, e riesci a vedere le cose da un’altra prospettiva. Tutto cambia. Mi piaceva camminare scalza, avevo i piedi sempre sporchi di inchiostro, mi faceva star bene. Ho iniziato a bere tè e vivevo senza orari. Roma ha rispecchiato il mio modo di vivere, e sentirmi libera. Mi si è stretta addosso catturandomi con il sole, la bellezza e la musica di giorno e di notte, fino al giorno. Tutto è diventato possibile in una città senza tempo, sospesa tra un passato sempre presente e un attimo in cui tutto può accadere. In cui tutto accade.

Quando sono arrivata in Svizzera tutto è diventato il contrario di ciò che era. Da quasi 10 anni vivo in un luogo non luogo in cui il tempo si è dilatato e si somma quasi sempre uguale. Lavoro tanto. Sempre. Spesso con più pazienza, è una cosa che ho imparato stando qui. Il mio lavoro parla della simbiosi tra uomo, natura e mutamento, esplora luoghi e tradizioni, e la causa effetto degli eventi. La Svizzera è al centro dell’Europa eppure ne è fuori. È un posto a sé, vicino ma lontano da tutto, estraneo a quelle fattezze tipiche del sud. Qui non cantano nelle piazze, c’è molto silenzio. Il mio studio è vicino al confine, in un posto dove ci sono dogane e c’è un bosco che si espande in moltitudine ma che, paradossalmente, traccia un limite. Vivo con due passaporti in tasca e sempre un libro tra le mani. Mi piace vedere gli elicotteri che trasportano gli alberi in primavera. Bevo ancora tè e, stando qui, mi sento sempre più ancorata alle tradizioni della mia terra materna, al pavimento di casa di mia madre, e alla somma dei profili delle montagne che mi hanno sempre circondata, con questi che mi attorniano ora. In tutti questi anni ho scattato milioni di fotografie: a me, ai miei libri, ai miei lavori, alle mie tazze di tè, i pavimenti, i boschi e tutto ciò che mi circonda. Lo faccio ancora. Ogni giorno. Il mio lavoro si è pulito ulteriormente, la carta di cotone è diventata carta emulsionata e la materia si è liquefatta ancora di più. Tutto è diventato più lineare, cerco di organizzare la materia con l’illusione di darle un ordine. È una cosa nuova per me. Lavoro sempre sul pavimento, in camera oscura, ma con un approccio forse più maturo, più misurato e calcolato. A volte. Forse. Ma un passionale rimane pur sempre un passionale, anche se ha imparato a non poter toccare tutto con le dita.

Svizzera. 22 agosto 2017










 

Art on Paper
New York




Art on Paper Art Fair in New York
March 3rd-6th, 2016

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Flashback
intervista a
Valentina De’ Mathà



Flashback è il titolo della nuova personale di Valentina De’ Mathà accolta fino al 14 dicembre negli spazzi della Nellimya: light art exhibition di Lugano. Per l’occasione abbiamo scelto di fare un passo indietro e di affidare all’artista il racconto di questa esperienza.




YOG: Partiamo dal principio, se è il principio. Come maiFlashback?
VDM:Flashback è un’antologica che comprende una selezione di 34 opere “pittoriche/fotografiche” realizzate in camera oscura su carte emulsionate e che evocano paesaggi luminosi, fantastici, epifanie, causati da distorsioni della psiche, déjà vu, visioni oniriche e, appunto, flashback.
Queste tipologia di opere sono una costante nel mio lavoro e per la prima volta ho deciso di focalizzare l’attenzione solo e unicamente su di esse concentrandole in un’unica mostra.






YOG: Uno degli aspetti più potenti dell’arte è forse la capacità di esprimere aspetti dell’animo umano, altrimenti confinati a pure sensazioni. Nel tuo caso, se volessimo indagare i tuoi “grandi temi”, quali potremmo citare? Sei più interessata agli aspetti oggettivi o quelli più ambigui e nascosti, come le sensazioni e le emozioni?
VDM:La mia ricerca si basa sul legame tra l’uomo, la natura e tutto ciò che è in divenire e la causa-effetto degli eventi, lasciando però ampio margine soprattutto a quella percentuale di imprevedibilità che caratterizza e sorprende la vita di ognuno di noi e tutto ciò che ci circonda.



YOG: In ogni mostra proponi un progetto completamente diverso dai precedenti. In questi anni hai lavorato con molti materiali e con altrettante tecniche di lavorazione. Quali ti hanno più affascinato e perché?
VDM:I miei progetti espositivi sono diversi l’uno dall’altro perché comprendono installazioni, scultura, pittura, fotografia e video, ma sono tutti legati tra loro da un unico filo conduttore che è sempre quello su cui è bastata la mia ricerca.
I materiali che utilizzo sono quasi sempre gli stessi, solo lavorati ogni volta in maniera differente.
La carta in primis è per me uno degli elementi più importanti e la maggior parte delle mie opere sono realizzate con questo materiale arcaico e versatile: di cotone, Nepalese, papier-machê, carta emulsionata. Quest’ultima elaborata in camera oscura, incisa, strappata, corrosa, intrecciata…
La cosa che mi affascina maggiormente è la dimensione pittorica che ho introdotto in camera oscura attraverso sostanze chimiche, come nelle opere presenti in Flashback. La pittura impone una maggiore solennità e offre orizzonti più vasti e variegati sempre nuovi.

YOG: Le tue opere come in una fotografia fissano il momento. Quanto del processo tradizionale di sviluppo fotografico rimane in questi lavori?
VDM:In realtà ben poco, se non il concetto base di fissare un processo e l’utilizzo di alcune sostanze chimiche tipiche della fotografia tradizionale, sommate ad altri materiali.

YOG:Dall’organico all’inorganico, dalla deperibilità del cibo (penso alla tua mostra Entropia alla Limonaia di Villa Saroli del Museo d’Arte di Lugano, o Humus Vitae, opera finalista al Premio San Fedele) alla immutabilità del fissaggio fotografico come nelle opere proposte in Flashback: cosa guida le tue scelte artistiche? Da chi e da che cosa trai ispirazione?
Una delle componenti più importanti nei miei lavori è il concetto di mutamento e di imprevedibilità, per questo spesse volte mi avvalgo di materiali deperibili, o materiali non del tutto controllabili nelle fasi di lavorazione.
VDM:La mia ispirazione trae nutrimento dal quotidiano, gli incontri, i tempi della natura, i cambiamenti, la voglia di differenziare un giorno dall’altro, la freschezza, e le letture di testi importanti.
L’idea iniziale di Entropia è nata da un testo di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine, Humus Vitaeha riferimenti biblici, Flashback è collegato a Dostoevskij.

Miriam Sironi
Your own guide 


27 novembre 2014





Intrecci d’artista


Hestetika Magazine n°22 Luglio 2016



L’arte di Valentina De’ Mathà tesse i fili di quei momenti chiamati vita. Un complesso lavoro a confine tra pittura, fotografia e scultura.


Storie di incontri predestinati e poi voluti, come quello tra me e Valentina De’ Mathà davanti a un caffè a Milano un anno esatto di distanza dalla festa di compleanno di un amico comune. Giovane artista italiana, nata ad Avezzano nel 1981, vissuta a Roma e residente in Svizzera dal 2008, Valentina mi racconta come nasce la sua ricerca, quali campi indaga e dove si sta volgendo.

Il tuo più recente lavoro è legato al concetto di non-separabilità (entanglement), fenomeno della fisica quantistica che ha ispirato le tue riflessioni sulle relazioni e interazioni inevitabili tra gli esseri viventi e il mondo. Ce ne parli brevemente?

Attraverso questo lavoro analizzo simbolicamente le capacità reattive degli esseri umani di fronte a eventi inesplicabili che si svolgono nella loro quotidianità e il collegamento con il Tutto. Credo fortemente nel potere decisionale dell’uomo, nella causa-effetto degli eventi, ma è anche vero che esistono dei fenomeni non deterministici che scompongono e sconvolgono i nostri ritmi. Per questo mi avvalgo quasi sempre di materiali che non mi permettono di avere su di essi una padronanza totale. Infatti da un lato c’è la tecnica, la tessitura, la ritualità, l’esecuzione prestabilita, dall’altra una dose di imprevedibilità dovuta alle reazioni chimiche dei materiali impiegati. Queste opere simboleggiano in qualche modo una frammentazione, scomposizione e ricomposizione della natura, appunto, il collegamento con il Tutto. È un lavoro basato sulla simbiosi tra me e la materia, ancestrale, spirituale e pratico.

Sarebbe quindi lecito parlare anche di panteismo?

L’esistenza è perenni dubbi, ricerche, scoperte, incertezze, precarietà, conferme; perenni consapevolezze, fallimenti, messa in discussione di presunte verità che ti portano all’esigenza di altre ricerche e scelte. È un eterno cadere e rialzarsi. Ha un processo circolare, a spirale, e si arricchisce con il movimento, con il fare e con il ripetersi.

Il risultato della tua ultima ricerca ti ha portato a sviluppare un progetto che include l’utilizzo di diverse tecniche tra cui la fotografia e la pittura, intrecciate tra loro (è il caso di dirlo) da un’altra arte che avrebbe il diritto di essere ritenuta “nobile”, la tessitura. Per realizzare ogni singola opera impieghi molto tempo, passando dalla camera oscura alla luce del giorno per dare forma a un vero e proprio arazzo. Puoi illustrarci le fasi principali?
Utilizzo differenti tipologie di carte chimiche e diverse emulsioni. Le carte vengono tagliate e intrecciate rispettando le proporzioni auree, poi assemblate, dipinte in camera oscura attraverso una serie di passaggi e procedimenti chimici, scomposte, fissate e lasciate ad asciugare. In seguito vengono composte nuovamente e infine cucite a mano. Le combinazioni sono infinite, simbolicamente è la materia che si disaggrega e poi diventa una forma altra. Ogni arazzo può richiedere anche mesi di lavoro e più di 200 metri di carta.

Ti immagino nel tuo laboratorio a mischiare componenti chimici. Quanta affinità può esserci tra artista e scienziato?
Moltissima! Entrambi sono dei ricercatori, fondano la loro ricerca sul paradosso, letteralmente “contro” “opinione”, ed entrambi costruiscono e abbattono muri in nome di una più alta consapevolezza dell’Essere. L’opera d’arte vive nel dialogo con chi la contempla, diventa tale solo quando le restituiamo la sua unità, appunto, contemplandola. Secondo la fisica quantistica lo stesso vale anche per il mondo naturale.

Molte figure mitologiche sono abili tessitrici. Ricordiamo ad esempio l’astuta Atena, Anankè e le Parche impegnate a filare vita e conoscenza, la tenace e paziente Penelope, ma anche Calipso e Circe tramatrici di inganni, oppure Aracne attorno a cui si era costituita una piccola comunità di donne. L’arte del tessere può dunque essere considerata come espressione di affermazione e ingegno, ma anche di resistenza e complicità femminile. Quali caratteristiche trovi a te più affini?
Tessere significa creare, generare qualcosa della propria sostanza: intreccio di eredità ancestrali e storia individuale. Un filo sottile si può trasformare in un intero pezzo di stoffa, questa è la magia della vita, del tramandare. Ho letto che in una cerimonia nord-africana le tessitrici tagliano con solennità l’ultimo filo dell’ arazzo recitando la stessa formula di benedizione pronunciata quando viene reciso il cordone ombelicale di un neonato. Tessere è un lavoro molto femminile, ancestrale; è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose, i legami interpersonali, la cultura, gli scambi, gli incontri; è l’intreccio di relazioni e dipendenze. Si tesse l’istruzione e la conoscenza dell’uomo, lo spazio e il tempo in cui si intersecano continuamente mondo invisibile e realtà inevitabile. Tessere è la somma delle nostre scelte. La ritualità, la ripetitività, invece, elavano e perfezionano lo spirito, come lo zen.

I tuoi arazzi oltre a ricordarmi le trame dei tessuti mi fanno pensare agli intrecci dei cesti atti a contenere oggetti, oppure ai nodi che si possono fare con le corde per tenere fermo qualcosa che altrimenti andrebbe perduto. Qual è il tuo rapporto con le cose, i ricordi, il passato?

I cesti accolgono come il ventre materno. Ogni persona che incontriamo fa parte della trama del nostro arazzo, anche se il filo continua a scorrere e tesse altro. Siamo tutti collegati, anche quando poi apparentemente ci perdiamo e non ci incontriamo più. Con le persone, gli eventi, le cose, si fanno dei percorsi. Tutto ha senso in un determinato attimo della nostra vita. Non trovo sia giusto trascinarsi dietro l’idea di qualcosa che era e che ora non è più. Guardo al passato con serenità e al futuro con curiosità, ma ciò che mi interessa davvero è il presente e l’attenzione, e le scelte che decido di compiere adesso. Il presente è la somma del passato e il seme del futuro.

Riflettendo sugli intrecci che si innescano tra persone, tra scienza, arte e filosofia, mi viene in mente Heidegger e il suo “Essere e tempo”. Senza entrare nei dettagli, l’esser-ci viene concepito attraverso l’incontro. Tendiamo cioè a condividere il mondo in atteggiamento di apertura e comprensione, prendendoci cura (nel significato latino di attenzione, premura, partecipazione anche emotiva) degli altri enti. Qual è la tua personale relazione col mondo, considerato anche l’utilizzo dei nuovi social network?

Sono una persona entusiasta e curiosa, mi nutro di incontri, scelgo con premura le persone con cui relazionarmi occhi negli occhi. Mi interessano gli scambi alla pari, la cura reciproca, l’educazione, il rispetto e la parola data. Se ci sono questi elementi posso davvero affermare di esser-ci, se mancano, l’incontro non ha senso di essere. Vivo in un luogo di confine separato da una dogana, un luogo non luogo. La Svizzera è al centro dell’Europa, eppure ne è fuori. La maggior parte del mio tempo lo trascorro in studio a lavorare. I social network sono una piattaforma di scambi, una finestra sul mondo, un modo di uscire fuori e di mantenere un contatto.

Ma ciò che fai ti rappresenta o ti rappresenti attraverso ciò che fai? Quanta consapevolezza ci può essere nell’identificazione dell’artista con la sua opera?

Rappresento me stessa attraverso ciò che faccio, quindi, automaticamente, ciò che faccio mi rappresenta. Per periodi, spesse volte lunghi, si lavora impulsivamente e ossessivamente a un’idea. Poi arrivano quei momenti di forte lucidità in cui metti tutto in discussioni, ti analizzi e raggiungi nuove consapevolezze segnando altri traguardi, scoprendo e riscoprendo te stessa. Le mie opere sono un’estensione di me e, benché riescano a stare in piedi da sole, provengono da me e rappresentano tutta l’autenticità della mia visione sul mondo.

Per concludere, so che sei alle prese con un nuovo progetto che in qualche modo ti riavvicina ancor di più al mezzo fotografico e al gesto pittorico, alla base della tua formazione artistica. Puoi svelarci qualche piccola anteprima?

È un progetto pittorico realizzato sempre in camera oscura e che prende spunto dalle “Quattro stagioni” di Cy Twombly (uno dei miei più grandi punti di riferimento nell’arte), ma con una realizzazione formale ampiamente diversa. È ancora work in progress, ma già i primi risultati mi soddisfano molto e mi entusiasmano. In questo momento della mia vita sento di aver raggiunto una maggiore maturità e consapevolezza sia come donna che come artista. Questo nuovo lavoro è formalmente più “leggero” rispetto a quelli precedenti per via della scelta di supporti trasparenti, e colori più evanescenti. In realtà non parlo di leggerezza, ma di chiarezza, lucidità e consapevolezza. È una necessità di tornare alla pittura senza troppe spiegazioni. La pittura basta a se stessa e, per me, rimane il mezzo espressivo primordiale più efficace. Contemporaneamente continuo a lavorare su nuovi arazzi per la mia prossima personale in autunno in America.









Laura Luppi
Hestetika Magazine N.22
Luglio 2016




 

Intrecci e attimi:
Valentina De’ Mathà



     

“La mia ricerca è basata sull’interazione fra uomo, natura e mutamento, nonché sul principio di causa-effetto e sulla dialettica tra la mia azione sulla materia e la reazione della materia ai miei input, lasciando però ampio margine ad una percentuale di meccanismi non deterministici e possibilità tipici della fisica quantistica.

Esamino il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da egli stesso; di conseguenza esploro le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti
e ai mutamenti improvvisi e inevitabili.”

       Valentina De’ Mathà


Ho conosciuto Valentina De’ Mathà per caso, passeggiando in centro ad Avezzano, cittadina abruzzese in cui ho vissuto per diciotto anni, mentre parlavo degli intrecci.
Delle volte sono così puntuali e inequivocabili gli incontri che accadono in un determinato istante, che innescano delle vere e proprie reazioni inspiegabili, come se certe connessioni siano lì ferme e impercettibili in attesa di essere messe in moto.
Io vivo a Roma da dieci anni ormai.
Valentina vive in Svizzera con suo marito da diversi anni.
Entrambe ci siamo incontrate durante il periodo dell’anno in cui, generalmente, si sta con la famiglia e si torna un po’ indietro nel tempo per riscoprire e riassaporare un mondo di origini che hanno contribuito alla costruzione del nostro presente e di quello che comunque sarà un pilastro per il nostro futuro… è come entrare da una porta minuscola in un mondo pieno di ricordi, profumi e suoni che incastrano il presente ad un passato a volte quasi dimenticato.
L’intreccio tra me e Valentina è avvenuto così. E davanti ai nostri caffè abbiamo scoperto tantissimi pensieri e sensazioni reciproche che mi hanno portato a volerne parlare.

E’ proprio l’intreccio il filone centrale di “Entanglement”, la nuova serie di lavori di Valentina De’ Mathà, già esposti a Milano e a Miami, che sarà possibile ammirare a marzo anche a New York.
Entanglement come non-separabilità, come intreccio. Si tratta di un fenomeno della fisica quantistica che coinvolge due o più particelle subatomiche che si condizionano e comunicano a distanza.

Tutto è connesso e inseparabile, tutto è in correlazione come al momento del Big Bang, tutto si sta ancora toccando.
Tutto ciò che esiste è composto da particelle subatomiche e da questo legame con il tutto scaturisce l’entanglement umano che dà luogo alla nostra quotidianità e alle proprie relazioni interpersonali.
Le opere di Valentina De’ Mathà raccontano proprio questa intensità di emozioni e connessioni materiche, da lei definiti come dei “Cordoni ombelicali” creati intrecciando delle carte emulsionate “dipinte” in camera oscura attraverso dei procedimenti chimici. Si tratta di veri e propri tasselli perfettamente combacianti che poi sono stati incastrati e cuciti tra loro per dare luogo a degli arazzi che diventano delle meravigliose opere d’arte in cui sono racchiuse Pittura, Fotografia, Scultura e Tessitura.

– Le tue opere sono un concentrato di emozioni, di conoscenza minuziosa di tecnica e della consistenza materica vera e propria dei materiali che usi per realizzarle. Sono sicuramente frutto di relazioni tra corpo mente e anima. Ma esattamente quando crei la tua opera d’arte? Quando scegli che debba venir fuori con quei determinati colori e che debba dare luogo a quelle determinate forme? Come avviene la creazione di ogni tuo lavoro? Quando inizia e quando finisce, se finisce, la tua creazione?

-Esistono le 4 stagioni:
C’è la stagione delle idee, dell’entusiasmo, delle visioni, quella della progettazione, dell’analisi, del coraggio, delle aspettative, quella del lavoro, della realizzazione, della concretezza, della sorpresa e quella della contemplazione, del riposo, della sedimentazione, della consapevolezza e rigenerazione.
Anche se a volte si confondono e sovrappongono o vengono vissute tutte contemporaneamente in un unico frammento di tempo.
Non c’è un momento giusto per creare, ogni momento è quello giusto.
Io lavoro tutti i giorni, tutto il giorno.
Un’opera è completa quando è lei a dirtelo, uno dei compiti dell’artista è anche quello di saper leggere questo messaggio.
Van Gogh disse: “Le emozioni sono talvolta così forti che le pennellate si susseguono senza fine.”
A volte è necessario sapersi gestire senza però spegnere l’entusiasmo.

-Le tue opere di “EPIPHANY” sono sempre state realizzate in camera oscura. Sono lavori pieni di luci e colori, ricchi di movimenti e sfumature ambivalenti che trovo molto musicali, anche se probabilmente è un termine poco adatto, ma a me danno questo senso di musicalità e sogno insieme. Ma tu in camera oscura, senza luci e senza rumori, che rapporto hai con i tuoi cinque sensi e con la materia con cui stai lavorando in quel momento?

-Sono una persona molto tattile e olfattiva, quando sviluppo pellicole fotografiche ho le mani in una sacca nera, agisco attraverso il tatto, sto attenta a compiere i giusti movimenti.
Lo faccio a occhi chiusi, taglio gli angoli del negativo, lo avvolgo…. mi lascio coinvolgere dall’odore della chimica.
È lo stesso quando “dipingo” con i chimici, ovviamente in questo caso la vista è fondamentale e l’odore delle sostanze chimiche non è molto piacevole, infatti mi proteggo sempre meticolosamente con mascherine e guanti.
In realtà do molta importanza alla musicalità delle cose, crea forme, pesi e proporzioni, dà una metrica alla quotidianità.
Quando lavoro ho sempre musica nelle orecchie, ascolto brani molto variegati che influenzano in qualche modo il mio umore e di conseguenza, probabilmente, la mia visione sul lavoro che sto realizzando in quel momento.
Ogni opera ha una sua “colonna sonora”, così  come ogni libro per me ha un suo odore.
Le “Epiphany” narrano paesaggi fantastici, a volte bruciati dalla luce, déjà vu, visioni oniriche, flashback, appunto epifanie, ma sono anche delle porte aperte su dei cantucci della mente.

– A proposito dei cinque sensi, mi viene in mente il progetto per la tua personale al Museo d’Arte di Lugano, ispirato a “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez e basato sull’Entropia e sul ciclo della vita. Su questa lunghissima tavolata hai posizionato del cibo, dei fiori , delle verdure e frutta e dei piatti pieni di terra e di semi.
L’esposizione consisteva nel permettere al pubblico di osservare per due mesi i mutamenti di ciò che era sulla tavola: mentre il cibo marciva e i fiori appassivano, dalla terra germogliavano i semi. Hai fatto incontrare a tavola la vita e la morte insieme, come in un eterno dialogo silenzioso. Anche l’entropia è un concetto legato alla scienza. Ti ha mai spaventato legare concetti così scientifici all’arte e alle tue emozioni? Questi concetti legati alla meccanica ti hanno mai frenata e/o condizionata pensando a quello che sarebbe stato il risultato finale di un tuo lavoro? Perché?

-Mi avvalgo della scienza come spunto “filosofico”: tutto è materia, tutto è in continua evoluzione, tutto è connesso con il Tutto, la coscienza è immortale, e questa è la quotidianità, è una delle realtà imprescindibili della vita.
Io parlo di ciò che tocca il nostro stare al mondo, lo faccio con gli occhi di un’artista, racconto la mia realtà ricollegando spesse volte eventi della vita a fatti scientifici.


     -Guardando i tuoi profili sui social network non è difficile intuire il forte legame tra la materia e il tuo corpo. Si vede chiaramente dalle tue foto che hai bisogno di sperimentare, di sporcarti con quella stessa materia con cui plasmi i tuoi lavori e di creare un percorso tangibile che probabilmente fa parte anch’esso della stessa opera d’arte nella sua propria forma. Ti capita mai di riguardare queste foto a opera ultimata? Se si cosa provi mentre ti guardi?

-Amo molto la fotografia, è un mezzo fenomenale che mi permette di fermare ciò che reputo importante.
Ho iniziato a scattare all’età di undici anni, affamata di attimi, e da allora vivo in simbiosi con la macchina fotografica, ho cassetti interi di pellicole fotografiche e tera di scatti digitali.
Tra questi ho molte immagini di me mentre lavoro e mi capita di riguardarle nel tempo e riscoprire l’energia e tensione che hanno caratterizzato quel preciso momento.
A volte da lì nascono nuove idee.
Per me sono punti che delineano un racconto.
Sono molto fisica, mi piace sporcarmi le mani, camminare a piedi nudi, annusare le cose.
Eccetto quando cucio, in genere quando lavoro non lo faccio mai seduta o al muro, su un cavalletto, o su un tavolo, ma a terra.
Si ha un impatto più fisico con la materia, c’è una tensione muscolare diversa, posso camminarci intorno ripetutamente, sopra, a piedi nudi, sentirne la consistenza, guardarla da diversi punti di vista, sentirmi più dinamica.
Le immagini che posto sui miei social network parlano spesso di questo.
Non sono semplici ritratti di una ragazza, per me ognuna di esse ha un’importanza che va oltre la “bella foto”.
Anche le immagini che sembrano apparentemente fine a se stesse, in realtà per me hanno un messaggio ben definito, che siano foto di pagine di un libro, tazze di tè, il mio studio, i miei lavori, i miei appunti o i miei piedi macchiati d’ inchiostro, o semplicemente me stessa.
Ogni elemento che mi circonda prende parte, in qualche modo, di un percorso atto alla realizzazione delle mie opere, e io, spesso, ne rendo pubblica una parte attraverso le fotografie.

-C’è sempre un’evoluzione nelle tue opere che restano comunque legate ad un filo conduttore che è un qualcosa che le identifica immediatamente in un’appartenenza alla tua personalità artistica.
Questo cammino rappresentato dalla tua arte in cosa andrà a sfociare nei tuoi prossimi lavori, sempre se possiamo già parlarne?

-Ho lavorato tutto il 2015 quasi solo esclusivamente sugli arazzi (Entanglement) e sicuramente continuerò a dare ancora il giusto tempo all’evoluzione di questa tipologia di lavoro, scoprendo passo passo in che modo continuerà a sorprendermi.
Parallelamente sto lavorando alla realizzazione di nuovi progetti. In questo periodo sto studiando nuovi materiali e ho intenzione di ampliare gli “intrecci” su cui si basa la mia ricerca, coinvolgendo altri artisti non necessariamente visivi.

Mary A. Chiarilli






Entanglement
  Intervista a  
Valentina De’ Mathà



Loom Gallery accoglie – fino al 16 gennaio – la personale di Valentina De’ Mathà, artista di origine italiana che vive e lavora in Svizzera. Entanglement richiama l’attenzione sull’esistenza umana, sulla vita che scorre tra connessioni e incontri; abbiamo scelto di affidare alle parole dell’artista il racconto di questa esposizione.

Photo © Roger Weiss

YOG: Partiamo dal titolo, per la tua ultima mostra accolta alla Loom Gallery di Milano, hai preso in prestito un termine dalla fisica quantistica: Entanglement.
Ci vuoi raccontare come mai?

VDM: Entanglement significa non-separabilità, intreccio, è un fenomeno che coinvolge due o più particelle subatomiche o “entità”, che si condizionano e comunicano a distanza.
Le particelle sono correlate, tutto è connesso e inseparabile, non esistono sistemi isolati.
L’umanità stessa è composta da particelle, quindi l’entanglement umano è naturale e questo legame, scaturisce la nostra quotidianità e le nostre relazioni interpersonali.
Credo nelle connessioni, negli incontri, nell’unione con il Tutto, nella costante trasformazione della materia, nell’immortalità della coscienza e questa consapevolezza mi affascina e stimola moltissimo.
Il progetto è incentrato su degli arazzi in carta emulsionata su cui intervengo pittoricamente in camera oscura attraverso procedimenti chimici e sintetizza il mio percorso artistico degli ultimi 7 anni racchiudendo in ogni singola opera, la pittura, la tessitura, la fotografia e la scultura.
Queste opere simboleggiano in qualche modo una frammentazione, scomposizione e ricomposizione della natura.
Sono sempre stata una persona molto dinamica, veloce, attraverso questo lavoro ho riscoperto l’importanza della ritualità, della dilatazione del tempo, l’importanza di scegliere come impiegarlo. È un lavoro molto femminile, mi riporta a quando ero bambina e cucivo con mia nonna, è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose.
Ogni arazzo richiede anche mesi di lavorazione, e nelle opere di formato medio grande, utilizzo anche fino a 200 metri di carta.
È un lavoro molto lungo, di pazienza, intrecciare e cucire diventa come un mantra, mi apre la mente, mi fa pensare molto, in quei momenti mi passano per la mente immagini molto vivide, costruisco cose, nuove realtà, ho nuove intuizioni.
Prendo in prestito i colori della natura, li frammento, scompongo e ricompongo, alcune parti appaiono come i pixel di un’immagine fotografica ingrandita, un’indagine sul micro cosmo. In realtà parlo di atomi, tasselli, quantum, del legame con il Tutto, della materia che non perisce ma si trasforma in altro.
Negli ultimi 20 giorni prima dell’opening di Entanglementpresso la Loom Gallery di Milano, ho lavorato anche 16 ore al giorno. La notte intrecciavo e il giorno cucivo.
È stato un periodo molto “elettrizzante”.
A volte è capitato che mio marito abbia acceso la luce e mi abbia detto: «Stai cucendo al buio, non te ne sei resa conto».


YOG: La meccanica quantistica è forse la branca, tra quelle sperimentalmente verificate, più bizzarra della fisica. Può essere considerata il corrispettivo nella scienza di Alice nel paese delle meraviglie (tanto da aver ispirato Robert Gilmore con la celebre variazione Alice nel paese dei quantiNdR).
Hai tratto ispirazione da testi, magari fantascientifici, per questo tema?

VDM: In realtà questo progetto è ispirato inizialmente alle teorie di Epicuro, all’atomismo e si ricollega poi alla meccanica quantistica, presa da me come spunto “filosofico”, affascinata da quei sui tipici meccanismi non deterministici: metafore di vita. Attraverso i materiali e la tecnica di realizzazione di queste opere, analizzo simbolicamente le capacità reattive che gli esseri umani mettono in gioco di fronte a eventi inesplicabili e il collegamento con il Tutto. Per me la vita è la somma delle scelte che si fanno quotidianamente, credo fortemente nella facoltà dell’uomo di incanalarla e portarla dove vuole, credo nella determinazione, nei percorsi prestabiliti, nella causa effetto degli eventi, ma è anche vero che esistono gli imprevisti, le ineluttabilità e la rottura di certi schemi che rendono più esaltante, affascinate e a volte anche inquietante il nostro stare sulla terra. Per questo mi avvalgo quasi sempre di materiali che non mi permettono di avere su di essi una padronanza totale.
Questo lavoro è basato sulla simbiosi tra me e la materia, sulla sua risposta ai miei input, lasciando però una percentuale di margine alla sua imprevedibilità e indomabilità.

YOG: Noto che nel tuo percorso artistico il connubio tra arte e scienza è una costante – ricordo ad esempio la tua mostra legata alla teoria dell’Entropia al Museo d’Arte di Lugano – che scaturisce innanzitutto dalla scelta e lavorazione dei materiali e tecniche impiegate. Cosa ti affascina di questo rapporto?

VDM: Nei miei lavori/progetti parlo della quotidianità, di ciò che io reputo importante e questo sta in tutto ciò che in qualche modo “tocchiamo” e che ci “tocca” sotto diversi punti di vista e avendo un corpo materico e una coscienza, la scienza non può esserci estranea.
Il protagonista del progetto al Museo di Lugano era il cibo e la ciclicità, il trasformarsi della materia in altro, il nutrimento primario, posto su una tavolata di 15 metri per due mesi sotto gli occhi di tutti. In Entropiaparlavo di scienza, è vero, di uno dei fenomeni che abbiamo costantemente sotto agli occhi, ma nella realizzazione formale decisi di fare anche un omaggio a Gabriel Garcia Marquez e al suo Cent’anni di solitudine.
Ricordo il capitolo in cui Rebeca mangiava la terra.
Questa immagine non mi fece dormire la notte, rimasi con gli occhi fissi a pensare a Rebeca che mangiava la terra, che cercava di compensare le sue mancanze prendendo nutrimento della Madre Terra. Una persona che mangia la terra! Era diventata un’immagine fissa nella mia mente.
Per questo motivo la misi nei piatti e ci infilai dei semi.




YOG: Si accennava poco fa alla tecnica. Ti va di raccontarci come procedi nella realizzazione di queste tue opere?

VDM: Utilizzo diverse tipologia di carte chimiche e diverse emulsioni. Le carte vengono tagliate e intrecciate, poi dipinte in camera oscura con l’ausilio principale di sostanze chimiche attraverso pennellate, immersioni, sovrapposizioni e variazioni di temperatura delle stesse e dei tempi di esposizione, poi vengono fissate, lavate e lasciate ad asciugare. In fine assemblo nuovamente il tutto come tasselli perfettamente combacianti e li cucio insieme.

YOG: Ultima domanda, la classica, di rito: progetti futuri? Ti va di svelarci qualche notizia in anteprima?

VDM: A questa domanda rispondo sempre che i miei progetti più concreti sono quelli di lavorare a cose nuove, poi il resto viene da se. Comunque a marzo sarò ad Art on Paper di New York con la galleria Randall Scott Projects di Baltimora con la quale ho appena esposto a Miami Project e con cui ho altri progetti in cantiere, nel mentre ricordo che Entanglement, presso la Loom Gallery di Milano, sarà visibile fino al 16 di gennaio ed è assolutamente una mostra imperdibile!

Alessia Ballabio
YOG your own guide

December, 12, 2015


Le foto di
De’ Mathà
Inside Art




A Lugano le sperimentazioni sulla carta sensibile e sulla luce dell’artista abruzzese


Valentina De’ Mathà è la protagonista della nuova mostra Flashback, un viaggio tra colori e luci sempre differenti. Abbiamo scelto di affidare all’artista il racconto di questa esperienza.

Ha inaugurato Flashback, mostra accolta alla Nellimya: light art exhibition di Lugano, spazio espositivo dedicato all’arte di luce. Quanto è importate la luce per questo progetto? Vuoi parlarci un po’ del percorso espositivo?

«Si tratta di un’antologica che racchiude una varietà di 34 opere realizzate in camera oscura prevalentemente attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche e fonti luminose su carte emulsionate. La mia ricerca, benché segua un concetto base definito, spazia dalla scultura, all’installazione, al video, dalla pittura alla fotografia e questa tipologia di opere realizzate in camera oscura, compare quasi sempre in ogni mio progetto espositivo, è una costante. Nellimya: light art exhibition, è una galleria che nel corso degli anni si è specializzata in progetti artistici che avessero come componente principale la luce, attenendomi al concetto su cui si fonda, ho deciso di esporre qualcosa che fosse in qualche modo creata con la luce, ma che non fosse visivamente esplicita».

I lavori in mostra hanno un impatto deciso. Puoi svelarci alcuni retroscena del processo creativo?

«Come accennavo, si tratta di opere create in camera oscura attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche, variazioni di temperatura di quest’ultime, dell’acqua e fonti luminose su carte precedentemente emulsionate. Il processo di realizzazione è spesso lungo e complesso, richiede dinamicità ed immediatezza e la giusta sapienza, i giusti tempi. La tecnica è basata sul concetto di causa-effetto e sulla visione dialettica tra gli input che regalo alla materia e la sua capacità di reazione, lasciando però ampio margine a una percentuale di meccanismi non deterministici e sfumature tipici della fisica quantistica, altro punto cardine della mia ricerca. Narrano paesaggi luminosi, fantastici, distorsioni della psiche, epifanie, déjà vu, visioni oniriche e appunto, flashback».

Le tue opere, soprattutto la serie Rorschach, agiscono in maniera differente su ciascuno spettatore, godendo di una realtà mutevole che vive nella relazione con chi le osserva. Quanto è importante il ruolo del pubblico per te?

«Mi affascina ascoltare le percezioni che hanno i fruitori, spesse volte me le raccontano e da lì nascono nuovi confronti. In genere evito di mettere titoli troppo specifici che indirizzano e condizionano troppo chi guarda l’opera, mi piace lasciare sempre ampi orizzonti, affinché ognuno trovi le sue risposte o si ponga le sue domande. Per quanto riguarda la serie Rorschach, di evidente riferimento alle tavole dell’omonimo psichiatra svizzero, è già intriso in esse il concetto assolutamente soggettivo di ”scoprire cosa ognuno di noi ci vede”, di tirare fuori se stesso, ciò che siamo, attraverso la contemplazione di un’opera d’arte».

Guardiamo avanti, progetti futuri?

«Sto portando avanti da diversi mesi un progetto sulla mia Terra natale, la Marsica, e sulla ricchezza della sua storia. Un lavoro ampio e variegato, in continuo divenire e ciò stimola quotidianamente la mia voglia scoprire e riscoprire le mie origini. Questa per ora è la cosa più importante e necessaria».


Alessia Ballabio
Inside Art
23.11.2014
http://insideart.eu/2014/11/23/le-foto-di-de-matha/


Valentina De’ Mathà
-Entropia-



Museo d’Arte di Lugano, Limonaia di Villa Saroli

Curated by Guido Comis and Cristina Sonderegger

Texts by Ignazio Licata and Maria Savarese, Edizioni Sottoscala