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VALENTINA DE' MATHÀ
#INTHESPACE

Macro Asilo-Museo Macro  Museo d’Arte Contemporanea di Roma

01-03 Ottobre 2019


Il progetto #INTHESPACE nasce da una riflessione sulla complessità e sul disordine della realtà narrati ne “Le città invisibili” di Italo Calvino, i cui racconti di luoghi immaginari e paradigmatici si intersecano e si proiettano nella società contemporanea, dove tutto sembra apparentemente “levigato”, ma che in realtà, questa levigatezza, spesso cela disfacimenti senza fine né forma. Altro elemento di riflessione sono i grafi: strutture relazionali e organizzazione dati che troviamo nella vita quotidiana e nella comunicazione virtuale [dal latino communico = mettere in comune, far partecipe]; volgendo, di conseguenza, l’attenzione sul modo di esprimersi della società di oggi, gli scambi culturali, le relazioni interpersonali, il concetto di spazio/luogo e stratificazione degli eventi e della storia. 

L’uomo è sempre stato diviso dal desiderio di stabilirsi e mettere radici, e quello di volgersi altrove per trovare stimoli sempre nuovi.
I Greci dicevano che la città inizia appena fuori dalle mura della nostra casa, dove la nostra vita diventa pubblica. I luoghi sono il punto in cui viviamo e comunichiamo e, al giorno d’oggi, non abbiamo più necessariamente bisogno di uscire fuori: attraverso internet e i social network, possiamo avere costantemente una vita collettiva ovunque ci troviamo; i confini diventano fluidi e relativi più che mai.

I riflessi e la lucentezza dei poliesteri emulsionati utilizzati per questo progetto installativo, sono, appunto, attraverso un’attenta analisi del filosofo coreano Byung-Chul Han sulla società di oggi, un rimando agli schermi lucidi e levigati degli smartphone attraverso i quali siamo abituati a comunicare.
Le intersezioni delle incisioni praticate su queste superfici, stanno a simboleggiare le reti sociali e la frammentazione dell’individuo attraverso le scomposizioni indette da una realtà dei fatti sempre più distorta, e dalla raccolta dati che, volontariamente e involontariamente, forniamo nel quotidiano.Ma queste “città invisibili” come spiega Italo Calvino “ sono anche un’indagine alle ragioni segrete che portano gli uomini a vivere certi luoghi, al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: memoria, desideri, segni di un linguaggio; luoghi di scambio, non soltanto di merci, ma anche di parole, desideri e ricordi”.


Il passo successivo alla realizzazione di queste mappe, “città impossibili”, “nonluoghi”, nell'accezione e nella visione di Marc Augè, pavimentazioni, confini geopolitici, collegamenti neuronali.... è stato quello di renderle tridimensionali avvolgendole su se stesse fino a creare una forma altra: involucri di esperienze vissute, e bocche, simbolo per antonomasia dal quale fuoriesce la comunicazione verbale; ma anche mezzo di apertura attraverso cui ci si può lasciare sorprendere dal suo contenuto guardando all’interno.

Queste bocche/colonne/alberi andranno a formare simbolicamente un bosco, elemento di evidente rimando ad un ritorno alla natura umana più intima, logo dove lo spettatore può esplorare ed esperire l'opera proiettando il suo sguardo all’interno di ogni “cilindro”, anziché rimanere in superficie e vagare nel buio.


L’installazione verrà ospitata nella Black Room del Museo Macro e, questo stato di penombra, porterà il visitatore, in maniera naturale, all’utilizzo della luce del proprio smartphone: estensione fisica ormai inscindibile da noi. A tal proposito, l’ intento è quello di invitare il fruitore a creare una nuova rete sociale, scattando fotografie e video a queste “aperture”, munito di flash e postando le immagini sui vari social network, con l’hashtag #INTHESPACE

Spàzio s. m. [dal lat. spatium, forse der. di patēre «essere aperto»]  


Con testi critici di
Pier Paolo Scelsi - Direttore GAD, Giudecca Art District, Venezia
Ignazio Licata - Fisico teorico presso Isem, Palermo (Italia) e RIIAM, Iran 

01.02 Ottobre 2019 Ore 10:00 - 20:00
03 Ottobre ore 10:00 - 18:00

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Black Room
Via Nizza 138 Roma
Ingresso Libero


Nomadic Roaming – Collectible DRY Magazine Vol.5



Abruzzo is a land rich in traditions, history and authenticity. I discovered it in greater depth only when I moved away from it. When I lived there, in my place of birth, my work was packed with all kinds of things, riotous colors, overlapping materials, dissonance, the restless teenage desire to escape.

When I moved to Rome a whole world opened up for me. Matter became liquid and paper took the place of canvas. I began to work horizontally. When the paper is on the floor there is more contact, you can sense and experience the material more intensely, in a relationship of symbiosis between equals, of give and take, and you can see things from another perspective. Everything changes. I liked to go barefoot, my feet were always stained with ink, it made me feel good. I began to drink tea and lived without a schedule. Rome reflected my way of living, of feeling free. It clung to me and captured me with sunshine, beauty and the music of day and night, until the day returned. Everything became possible in a timeless city, suspended between an always present past and an instant in which anything can happen. In which everything happens.

When I came in Switzerland everything became the opposite of what it was. For almost 10 years I have lived in a non-place where time is stretched and nearly always adds up to the same sum. I work a lot. Always. Often with more patience, which is something I have learned to do by living here. My work speaks of the symbiosis of man, nature and change. It explores places and traditions, the cause and effect of events. Switzerland is at the center of Europe, yet it is outside of it. It is a place apart, near but far from everything, extraneous to the typical things of the south. People don’t sing in the square here; there is lots of silence. My studio is near the border, in a place where there are customs barriers and a forest that expands like a multitude, while paradoxically setting a boundary. I live with two passports in my pocket, always with a book in my hands. I like to watch the helicopters that transport trees in the spring. I still drink tea, and being here I feel increasingly anchored to the traditions of my motherland, the floor of my mother’s house, the sum of the silhouettes of the mountains that always surrounded me and of those that surround me now. In all these years I have taken millions of photos: of myself, my books, my works, my cups of tea, floors, forests, everything that surrounds me. I still do it. Every day.My work has gotten cleaner. The cotton paper has become emulsion paper, and the material has become even more liquefied. Everything has become more linear. I try to organize the material, with the illusion of putting it into some order. This is something new for me. I still work on the floor, in the darkroom, but maybe with a more mature, measured, calculated approach. At times. Maybe. But a passionate character never changes, even after learning that it’s best not to get one’s fingers into everything.
CH – 22nd Aug 2017

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L’Abruzzo è una terra ricca di tradizioni, storia e genuinità. Io l’ho scoperto più da vicino quando mi sono allontanata. Quando vivevo lì, lì dove sono nata, il mio lavoro era carico di tante cose, colori chiassosi, sovrapposizioni di materia, dissonanze, e l’inquieta voglia adolescenziale di fuggire via.
Quando mi sono trasferita a Roma mi si è aperto un mondo. La materia è diventata liquida e la carta ha preso il posto della tela. Ho iniziato a lavorare in modo orizzontale, quando il foglio è sul pavimento c’è più contatto, riesci a sentire e a vivere più intensamente la materia, si instaura un rapporto di simbiosi, alla pari, un dare e ricevere, e riesci a vedere le cose da un’altra prospettiva. Tutto cambia. Mi piaceva camminare scalza, avevo i piedi sempre sporchi di inchiostro, mi faceva star bene. Ho iniziato a bere tè e vivevo senza orari. Roma ha rispecchiato il mio modo di vivere, e sentirmi libera. Mi si è stretta addosso catturandomi con il sole, la bellezza e la musica di giorno e di notte, fino al giorno. Tutto è diventato possibile in una città senza tempo, sospesa tra un passato sempre presente e un attimo in cui tutto può accadere. In cui tutto accade.

Quando sono arrivata in Svizzera tutto è diventato il contrario di ciò che era. Da quasi 10 anni vivo in un luogo non luogo in cui il tempo si è dilatato e si somma quasi sempre uguale. Lavoro tanto. Sempre. Spesso con più pazienza, è una cosa che ho imparato stando qui. Il mio lavoro parla della simbiosi tra uomo, natura e mutamento, esplora luoghi e tradizioni, e la causa effetto degli eventi. La Svizzera è al centro dell’Europa eppure ne è fuori. È un posto a sé, vicino ma lontano da tutto, estraneo a quelle fattezze tipiche del sud. Qui non cantano nelle piazze, c’è molto silenzio. Il mio studio è vicino al confine, in un posto dove ci sono dogane e c’è un bosco che si espande in moltitudine ma che, paradossalmente, traccia un limite. Vivo con due passaporti in tasca e sempre un libro tra le mani. Mi piace vedere gli elicotteri che trasportano gli alberi in primavera. Bevo ancora tè e, stando qui, mi sento sempre più ancorata alle tradizioni della mia terra materna, al pavimento di casa di mia madre, e alla somma dei profili delle montagne che mi hanno sempre circondata, con questi che mi attorniano ora. In tutti questi anni ho scattato milioni di fotografie: a me, ai miei libri, ai miei lavori, alle mie tazze di tè, i pavimenti, i boschi e tutto ciò che mi circonda. Lo faccio ancora. Ogni giorno. Il mio lavoro si è pulito ulteriormente, la carta di cotone è diventata carta emulsionata e la materia si è liquefatta ancora di più. Tutto è diventato più lineare, cerco di organizzare la materia con l’illusione di darle un ordine. È una cosa nuova per me. Lavoro sempre sul pavimento, in camera oscura, ma con un approccio forse più maturo, più misurato e calcolato. A volte. Forse. Ma un passionale rimane pur sempre un passionale, anche se ha imparato a non poter toccare tutto con le dita.

Svizzera. 22 agosto 2017










 

Art on Paper
New York




Art on Paper Art Fair in New York
March 3rd-6th, 2016

RandallScottProjects – Baltimore
Booth 504

VALENTINA DE' MATHÀ
#INTHESPACE

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma

1st - 3rd October 2019 

The #INTHESPACE project arises from a reflection on the complexity and disorder of reality narrated in Italo Calvino’s "Invisible cities" - tales of imaginary and paradigmatic places that intersect and project themselves into contemporary society, where everything is seemingly "smooth”. In reality this smoothness often conceals an endless and shapeless decay. Another element of reflection are the graphs: relational structures and data organization found in everyday life and in virtual communication [from the Latin term communico = to put things in common, to make one feel part of something]; thus, paying attention to how today’s society expresses itself, to cultural exchanges, to interpersonal relationships, to the concept of space/ “place”, and to the stratification of great events and history. 

The human being has always been torn between the desire to settle and put down strong roots, and that of turning elsewhere in a constant search for new motivation. According to the ancient Greeks, a city begins just beyond the walls of our own home, where our lives become accessible to all. Places are where we live and communicate and, today, we do no longer necessarily feel the need to get out of them: through the internet and social networks we can continuously and everywhere have a Community life; borders become fluid and relative more than ever before. 

The reflections and the shine of the emulsified polyesters used for this installation project are, indeed, through a careful analysis by Korean philosopher Byung-Chul Han on today's society, a reference to the glossy and smooth smartphones screens through which we are used to communicate. The intersections of the incisions made on these surfaces symbolize social networks and the fragmentation of the individual through breakdowns proclaimed by an increasingly distorted reality, and from the data collection that, voluntarily and involuntarily, we provide in daily life. But these "invisible cities" as Italo Calvino explains "are also an investigation of the secret reasons that lead humans to live in certain places, beyond all crises. Cities are a collection of many things: remembrance, desires, signs of a language; places of exchange, not only of goods, but also of words, wishes and memories”. 

The next step to the realization of these maps, "impossible cities", "nonplaces", in the sense and vision of Marc Augè, pavements, geopolitical borders, neuronal connections ... is to make them three-dimensional by wrapping them on themselves to create another shape: casings of experiences, and mouths, symbol par-excellence from which emerges verbal communication; but also, the medium through which one can let oneself be surprised by its content by looking inside. 



These mouths / cylinders / trees will symbolically become a forest, element of obvious reference to the return to the most intimate human nature, a place where the viewer can explore and experience the work by projecting its gaze inside each "trunk", instead of remaining on the surface and wander in the dark. 

The installation will be set in the Black Room of Macro museum. The semi darkness of the room will bring visitors to use the light of their smartphone flashlight: the physical extension from which we have become inseparable. In this regard, the intent is to invite the visitor to create a new social network, taking photographs and videos at these "openings", equipped with flash and posting the images on the various social networks, with the hashtag #INTHESPACE. 

Spàzio s. m. [from lat. spatium, perhaps der. of patēre «to be open»] 

Critical essays by
Pier Paolo Scelsi - Director GAD, Giudecca Art District, Venice
Ignazio Licata - Theoretical physicist Isem, Palermo (Italy) e RIIAM, Iran 

1st 2nd October 2019 from 10:00 to 20:00
3rd October from 10:00 to 18:00

Macro Asilo-Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Black Room
Via Nizza 138 Rome
Free admission

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Flashback
intervista a
Valentina De’ Mathà



Flashback è il titolo della nuova personale di Valentina De’ Mathà accolta fino al 14 dicembre negli spazzi della Nellimya: light art exhibition di Lugano. Per l’occasione abbiamo scelto di fare un passo indietro e di affidare all’artista il racconto di questa esperienza.




YOG: Partiamo dal principio, se è il principio. Come maiFlashback?
VDM:Flashback è un’antologica che comprende una selezione di 34 opere “pittoriche/fotografiche” realizzate in camera oscura su carte emulsionate e che evocano paesaggi luminosi, fantastici, epifanie, causati da distorsioni della psiche, déjà vu, visioni oniriche e, appunto, flashback.
Queste tipologia di opere sono una costante nel mio lavoro e per la prima volta ho deciso di focalizzare l’attenzione solo e unicamente su di esse concentrandole in un’unica mostra.






YOG: Uno degli aspetti più potenti dell’arte è forse la capacità di esprimere aspetti dell’animo umano, altrimenti confinati a pure sensazioni. Nel tuo caso, se volessimo indagare i tuoi “grandi temi”, quali potremmo citare? Sei più interessata agli aspetti oggettivi o quelli più ambigui e nascosti, come le sensazioni e le emozioni?
VDM:La mia ricerca si basa sul legame tra l’uomo, la natura e tutto ciò che è in divenire e la causa-effetto degli eventi, lasciando però ampio margine soprattutto a quella percentuale di imprevedibilità che caratterizza e sorprende la vita di ognuno di noi e tutto ciò che ci circonda.



YOG: In ogni mostra proponi un progetto completamente diverso dai precedenti. In questi anni hai lavorato con molti materiali e con altrettante tecniche di lavorazione. Quali ti hanno più affascinato e perché?
VDM:I miei progetti espositivi sono diversi l’uno dall’altro perché comprendono installazioni, scultura, pittura, fotografia e video, ma sono tutti legati tra loro da un unico filo conduttore che è sempre quello su cui è bastata la mia ricerca.
I materiali che utilizzo sono quasi sempre gli stessi, solo lavorati ogni volta in maniera differente.
La carta in primis è per me uno degli elementi più importanti e la maggior parte delle mie opere sono realizzate con questo materiale arcaico e versatile: di cotone, Nepalese, papier-machê, carta emulsionata. Quest’ultima elaborata in camera oscura, incisa, strappata, corrosa, intrecciata…
La cosa che mi affascina maggiormente è la dimensione pittorica che ho introdotto in camera oscura attraverso sostanze chimiche, come nelle opere presenti in Flashback. La pittura impone una maggiore solennità e offre orizzonti più vasti e variegati sempre nuovi.

YOG: Le tue opere come in una fotografia fissano il momento. Quanto del processo tradizionale di sviluppo fotografico rimane in questi lavori?
VDM:In realtà ben poco, se non il concetto base di fissare un processo e l’utilizzo di alcune sostanze chimiche tipiche della fotografia tradizionale, sommate ad altri materiali.

YOG:Dall’organico all’inorganico, dalla deperibilità del cibo (penso alla tua mostra Entropia alla Limonaia di Villa Saroli del Museo d’Arte di Lugano, o Humus Vitae, opera finalista al Premio San Fedele) alla immutabilità del fissaggio fotografico come nelle opere proposte in Flashback: cosa guida le tue scelte artistiche? Da chi e da che cosa trai ispirazione?
Una delle componenti più importanti nei miei lavori è il concetto di mutamento e di imprevedibilità, per questo spesse volte mi avvalgo di materiali deperibili, o materiali non del tutto controllabili nelle fasi di lavorazione.
VDM:La mia ispirazione trae nutrimento dal quotidiano, gli incontri, i tempi della natura, i cambiamenti, la voglia di differenziare un giorno dall’altro, la freschezza, e le letture di testi importanti.
L’idea iniziale di Entropia è nata da un testo di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine, Humus Vitaeha riferimenti biblici, Flashback è collegato a Dostoevskij.

Miriam Sironi
Your own guide 


27 novembre 2014




Macro Asilo-Museo Macro
Museo d’Arte Contemporanea di Roma


#INTHESPACE

di Valentina De’ Mathà


IL SOGNO DI BORGES



Il lavoro di Valentina De’ Mathà è sempre stato caratterizzato da due direttrici complementari che guidano la costruzione delle forme. Da una parte c’è un’attitudine istintuale, la necessità e l’urgenza fisica di avere un rapporto sensibile con superfici e colori attraverso un’immersione gioiosa e caotica, una fase di simbiosi preverbale, quasi selvaggia, con la propria produzione. Sull’altro versante una natura concettuale e sottilmente analitica, attenta alla forma delle idee, ed alla loro universalità. Queste due curve tratteggiano lo spazio dell’opera, sono forze concorrenti che uniscono l’intuizione dell’artista medium con il suo lato sottilmente speculativo. #INTHESPACE, in una galleria ideale della sua storia, è il lavoro che intercetta tutte le esperienze precedenti, le pone in prospettiva, crea attorno a loro un labirinto. È la città invisibile della sua opera, la proiezione del suo metodo in forma d’arte, quasi un paradosso di sapore russelliano sul filo dell’appartenenza.

Si tratta di una riflessione sulla costruzione dei saperi, radicata fin nell' esperienza e nel concetto di “spazio fisico”, quello da noi quasi inconsapevolmente abitato e percorso, con la sua apparente semplicità di contenitore levigato in una tridimensionalità passiva di coordinate. Come sempre, le “semplicità” rivelano ad ogni tentativo d’indagine, una complessità vertiginosa. Dalla disputa tra Newton e Leibniz sullo spazio assoluto contro uno spazio relazionale definito dai rapporti tra le cose materiali, fino alle arditezze delle fisica quantistica, abbiamo imparato che lo spazio è prodotto dalle dinamiche sottili del mondo. Non è un caso se il pensiero di Leibniz è una delle più alte espressioni del Barocco, tutto teso a stipare ogni vuoto possibile di ideogrammi cinesi, monadi, macchine logiche. Ma è forse Cartesio ad aver fatto il passo decisivo con le sue architetture di coordinate. Come dirlo, questo spazio? Mentre pregava la Madonna di dargli segni della sostanza ontologica del mondo, osservando una mosca tra le pareti della stanza, Cartesio ci rivela che ogni conoscenza è costruzione di relazioni. La conoscenza non è mai conoscenza del mondo “in sé e per sé”, ma tessitura di rappresentazioni, reti di relazioni entangled, labirinti, modelli, mappe e dizionari. Ed ogni mappa è una prospettiva dell’osservatore che svela nella misura in cui costruisce. E’ questa la lezione ultima della complessità: non abbiamo l’occhio di Dio, siamo osservatori e costruttori, Il reale ci si rivela facendo resistenza alle nostre rappresentazioni. Diremmo che il reale è questa cosa tra noi e i modelli. Il valore di una rappresentazione o di un modello consiste proprio nel non essere isomorfo al territorio, ma piuttosto nel fornire un territorio. Per i punti del mondo passano infinite mappe.

Non è soltanto lo spazio dei saperi condivisi a scaturire dal rapporto relazionale e dialogico tra noi e l’indefinita ricchezza del mondo. Anche le storie personali passano per stratificazioni di mappe legate a contesti, periodi, scale: giochi di bambini, baci apposti in calce a lettere, tribù musicali, partiti politici, abitudini di consumo, pratiche artigianali, comunicazioni, transazioni finanziarie ad alta frequenza, identità plurali. La mente umana è un groviglio di mappe entangled scritto sui fogli volanti del labirinto neuronale.

Le bocche/colonne/alberi di poliesteri emulsionati di Valentina sono una foresta di mappe, un intrico di segni che vanno illuminati per rivelare parte dei loro tesori. Sempre assolutamente contemporanea, anche quando tratta i temi arcaici del sesso- corpo- sangue, la De’ Mathà si rivela in questo lavoro sempre più vicina alle Lezioni Americane di Calvino. In equilibrio tra fiamma e cristallo, sceglie il tratto più breve per la leggerezza- rapidità-esattezza, visibilità e molteplicità. Riconoscendo all’Arte la sua dimensione relazionale, il suo ruolo di codice per decrittatori delle risonanze estetiche, si può pensare che nell’occhio di una di quelle emulsioni si possa vedere l’intero suo percorso, dalle mappe organiche ai misteriosi legacci della non località. L’artista è un sistema che si auto-osserva.

Ed è sulla “consistenza” incompiuta di Calvino che Valentina De’ Mathà evita la trappola ontologica. Ogni rappresentazione infatti definisce un confine, un luogo altro da sé, un esterno che fissa i limiti di validità di quella specifica descrizione. I confini possono essere chiusi, aperti, più spesso sono porosi. Ci si chiede se questa porosità nella foresta di bocche/colonne/alberi possa essere la chiave per realizzare la mappa delle mappe, quella che le contiene tutte e che si può mettere in corrispondenza 1/1 con il mondo, e dire finalmente: “questo è il mondo, chiuso nei miei modelli”. Il punto d’accesso all’Aleph, il sogno di Borges. Ma l’arte è un fatto creaturale ed umanissimo, la foresta resta foresta, e il mondo inesauribile. La sua unità e consistenza reali risiedono nell’osservatore, nello sforzo certosino del suo essere costruttore e del decifratore. E’ nel gesto dell’arte la verità silenziosa delle cose.

di Ignazio Licata



Intrecci d’artista


Hestetika Magazine n°22 Luglio 2016



L’arte di Valentina De’ Mathà tesse i fili di quei momenti chiamati vita. Un complesso lavoro a confine tra pittura, fotografia e scultura.


Storie di incontri predestinati e poi voluti, come quello tra me e Valentina De’ Mathà davanti a un caffè a Milano un anno esatto di distanza dalla festa di compleanno di un amico comune. Giovane artista italiana, nata ad Avezzano nel 1981, vissuta a Roma e residente in Svizzera dal 2008, Valentina mi racconta come nasce la sua ricerca, quali campi indaga e dove si sta volgendo.

Il tuo più recente lavoro è legato al concetto di non-separabilità (entanglement), fenomeno della fisica quantistica che ha ispirato le tue riflessioni sulle relazioni e interazioni inevitabili tra gli esseri viventi e il mondo. Ce ne parli brevemente?

Attraverso questo lavoro analizzo simbolicamente le capacità reattive degli esseri umani di fronte a eventi inesplicabili che si svolgono nella loro quotidianità e il collegamento con il Tutto. Credo fortemente nel potere decisionale dell’uomo, nella causa-effetto degli eventi, ma è anche vero che esistono dei fenomeni non deterministici che scompongono e sconvolgono i nostri ritmi. Per questo mi avvalgo quasi sempre di materiali che non mi permettono di avere su di essi una padronanza totale. Infatti da un lato c’è la tecnica, la tessitura, la ritualità, l’esecuzione prestabilita, dall’altra una dose di imprevedibilità dovuta alle reazioni chimiche dei materiali impiegati. Queste opere simboleggiano in qualche modo una frammentazione, scomposizione e ricomposizione della natura, appunto, il collegamento con il Tutto. È un lavoro basato sulla simbiosi tra me e la materia, ancestrale, spirituale e pratico.

Sarebbe quindi lecito parlare anche di panteismo?

L’esistenza è perenni dubbi, ricerche, scoperte, incertezze, precarietà, conferme; perenni consapevolezze, fallimenti, messa in discussione di presunte verità che ti portano all’esigenza di altre ricerche e scelte. È un eterno cadere e rialzarsi. Ha un processo circolare, a spirale, e si arricchisce con il movimento, con il fare e con il ripetersi.

Il risultato della tua ultima ricerca ti ha portato a sviluppare un progetto che include l’utilizzo di diverse tecniche tra cui la fotografia e la pittura, intrecciate tra loro (è il caso di dirlo) da un’altra arte che avrebbe il diritto di essere ritenuta “nobile”, la tessitura. Per realizzare ogni singola opera impieghi molto tempo, passando dalla camera oscura alla luce del giorno per dare forma a un vero e proprio arazzo. Puoi illustrarci le fasi principali?
Utilizzo differenti tipologie di carte chimiche e diverse emulsioni. Le carte vengono tagliate e intrecciate rispettando le proporzioni auree, poi assemblate, dipinte in camera oscura attraverso una serie di passaggi e procedimenti chimici, scomposte, fissate e lasciate ad asciugare. In seguito vengono composte nuovamente e infine cucite a mano. Le combinazioni sono infinite, simbolicamente è la materia che si disaggrega e poi diventa una forma altra. Ogni arazzo può richiedere anche mesi di lavoro e più di 200 metri di carta.

Ti immagino nel tuo laboratorio a mischiare componenti chimici. Quanta affinità può esserci tra artista e scienziato?
Moltissima! Entrambi sono dei ricercatori, fondano la loro ricerca sul paradosso, letteralmente “contro” “opinione”, ed entrambi costruiscono e abbattono muri in nome di una più alta consapevolezza dell’Essere. L’opera d’arte vive nel dialogo con chi la contempla, diventa tale solo quando le restituiamo la sua unità, appunto, contemplandola. Secondo la fisica quantistica lo stesso vale anche per il mondo naturale.

Molte figure mitologiche sono abili tessitrici. Ricordiamo ad esempio l’astuta Atena, Anankè e le Parche impegnate a filare vita e conoscenza, la tenace e paziente Penelope, ma anche Calipso e Circe tramatrici di inganni, oppure Aracne attorno a cui si era costituita una piccola comunità di donne. L’arte del tessere può dunque essere considerata come espressione di affermazione e ingegno, ma anche di resistenza e complicità femminile. Quali caratteristiche trovi a te più affini?
Tessere significa creare, generare qualcosa della propria sostanza: intreccio di eredità ancestrali e storia individuale. Un filo sottile si può trasformare in un intero pezzo di stoffa, questa è la magia della vita, del tramandare. Ho letto che in una cerimonia nord-africana le tessitrici tagliano con solennità l’ultimo filo dell’ arazzo recitando la stessa formula di benedizione pronunciata quando viene reciso il cordone ombelicale di un neonato. Tessere è un lavoro molto femminile, ancestrale; è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose, i legami interpersonali, la cultura, gli scambi, gli incontri; è l’intreccio di relazioni e dipendenze. Si tesse l’istruzione e la conoscenza dell’uomo, lo spazio e il tempo in cui si intersecano continuamente mondo invisibile e realtà inevitabile. Tessere è la somma delle nostre scelte. La ritualità, la ripetitività, invece, elavano e perfezionano lo spirito, come lo zen.

I tuoi arazzi oltre a ricordarmi le trame dei tessuti mi fanno pensare agli intrecci dei cesti atti a contenere oggetti, oppure ai nodi che si possono fare con le corde per tenere fermo qualcosa che altrimenti andrebbe perduto. Qual è il tuo rapporto con le cose, i ricordi, il passato?

I cesti accolgono come il ventre materno. Ogni persona che incontriamo fa parte della trama del nostro arazzo, anche se il filo continua a scorrere e tesse altro. Siamo tutti collegati, anche quando poi apparentemente ci perdiamo e non ci incontriamo più. Con le persone, gli eventi, le cose, si fanno dei percorsi. Tutto ha senso in un determinato attimo della nostra vita. Non trovo sia giusto trascinarsi dietro l’idea di qualcosa che era e che ora non è più. Guardo al passato con serenità e al futuro con curiosità, ma ciò che mi interessa davvero è il presente e l’attenzione, e le scelte che decido di compiere adesso. Il presente è la somma del passato e il seme del futuro.

Riflettendo sugli intrecci che si innescano tra persone, tra scienza, arte e filosofia, mi viene in mente Heidegger e il suo “Essere e tempo”. Senza entrare nei dettagli, l’esser-ci viene concepito attraverso l’incontro. Tendiamo cioè a condividere il mondo in atteggiamento di apertura e comprensione, prendendoci cura (nel significato latino di attenzione, premura, partecipazione anche emotiva) degli altri enti. Qual è la tua personale relazione col mondo, considerato anche l’utilizzo dei nuovi social network?

Sono una persona entusiasta e curiosa, mi nutro di incontri, scelgo con premura le persone con cui relazionarmi occhi negli occhi. Mi interessano gli scambi alla pari, la cura reciproca, l’educazione, il rispetto e la parola data. Se ci sono questi elementi posso davvero affermare di esser-ci, se mancano, l’incontro non ha senso di essere. Vivo in un luogo di confine separato da una dogana, un luogo non luogo. La Svizzera è al centro dell’Europa, eppure ne è fuori. La maggior parte del mio tempo lo trascorro in studio a lavorare. I social network sono una piattaforma di scambi, una finestra sul mondo, un modo di uscire fuori e di mantenere un contatto.

Ma ciò che fai ti rappresenta o ti rappresenti attraverso ciò che fai? Quanta consapevolezza ci può essere nell’identificazione dell’artista con la sua opera?

Rappresento me stessa attraverso ciò che faccio, quindi, automaticamente, ciò che faccio mi rappresenta. Per periodi, spesse volte lunghi, si lavora impulsivamente e ossessivamente a un’idea. Poi arrivano quei momenti di forte lucidità in cui metti tutto in discussioni, ti analizzi e raggiungi nuove consapevolezze segnando altri traguardi, scoprendo e riscoprendo te stessa. Le mie opere sono un’estensione di me e, benché riescano a stare in piedi da sole, provengono da me e rappresentano tutta l’autenticità della mia visione sul mondo.

Per concludere, so che sei alle prese con un nuovo progetto che in qualche modo ti riavvicina ancor di più al mezzo fotografico e al gesto pittorico, alla base della tua formazione artistica. Puoi svelarci qualche piccola anteprima?

È un progetto pittorico realizzato sempre in camera oscura e che prende spunto dalle “Quattro stagioni” di Cy Twombly (uno dei miei più grandi punti di riferimento nell’arte), ma con una realizzazione formale ampiamente diversa. È ancora work in progress, ma già i primi risultati mi soddisfano molto e mi entusiasmano. In questo momento della mia vita sento di aver raggiunto una maggiore maturità e consapevolezza sia come donna che come artista. Questo nuovo lavoro è formalmente più “leggero” rispetto a quelli precedenti per via della scelta di supporti trasparenti, e colori più evanescenti. In realtà non parlo di leggerezza, ma di chiarezza, lucidità e consapevolezza. È una necessità di tornare alla pittura senza troppe spiegazioni. La pittura basta a se stessa e, per me, rimane il mezzo espressivo primordiale più efficace. Contemporaneamente continuo a lavorare su nuovi arazzi per la mia prossima personale in autunno in America.









Laura Luppi
Hestetika Magazine N.22
Luglio 2016



Pasinger Fabrik

Mediterran

Das Mittelmeer als Brücke und Kluft zwischen den Kulturen gestern und heute

Ein Ausstellungs- und Diskussionsprojekt

Kuratoren: Luigi Viola und Thomas Linsmayer





Culture and civilization are born of compa- rison, of dialectical visions, of interpersonal exchanges and relationships.

Just from its ancient history Mediterranean Sea linked civilizations and peoples, marking their evolution through the encounter and the contamination between different traditions, religions and cultures that have been enriched and turned into something else.
Everything through interaction and mutual comparison.

The artistic technique I used for this artwork starts from this vision: I took emulsified papers and folded them into spirals to symbolize the DNA structure, then I painted them in the dar- kroom where all the aesthetic effects are reve- aled through the free interactions of chemical processes.

Then I unfolded them, creating another form that would bring with it the signs of the starting structure.
Through the folds of the spiral, the action of chemical agents has given rise to a kaleidosco- pic succession of anthropomorphic, primitive and alien faces, in a dreamlike and ancestral dimension composed of elements that are always new, often completely symmetrical, sometimes the negative of the other, but always generated from the contact and the interaction of two flaps.


Elle Decor
Italia




     

Febbraio 2016



     

     

   

Intrecci e attimi:
Valentina De’ Mathà



     

“La mia ricerca è basata sull’interazione fra uomo, natura e mutamento, nonché sul principio di causa-effetto e sulla dialettica tra la mia azione sulla materia e la reazione della materia ai miei input, lasciando però ampio margine ad una percentuale di meccanismi non deterministici e possibilità tipici della fisica quantistica.

Esamino il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da egli stesso; di conseguenza esploro le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti
e ai mutamenti improvvisi e inevitabili.”

       Valentina De’ Mathà


Ho conosciuto Valentina De’ Mathà per caso, passeggiando in centro ad Avezzano, cittadina abruzzese in cui ho vissuto per diciotto anni, mentre parlavo degli intrecci.
Delle volte sono così puntuali e inequivocabili gli incontri che accadono in un determinato istante, che innescano delle vere e proprie reazioni inspiegabili, come se certe connessioni siano lì ferme e impercettibili in attesa di essere messe in moto.
Io vivo a Roma da dieci anni ormai.
Valentina vive in Svizzera con suo marito da diversi anni.
Entrambe ci siamo incontrate durante il periodo dell’anno in cui, generalmente, si sta con la famiglia e si torna un po’ indietro nel tempo per riscoprire e riassaporare un mondo di origini che hanno contribuito alla costruzione del nostro presente e di quello che comunque sarà un pilastro per il nostro futuro… è come entrare da una porta minuscola in un mondo pieno di ricordi, profumi e suoni che incastrano il presente ad un passato a volte quasi dimenticato.
L’intreccio tra me e Valentina è avvenuto così. E davanti ai nostri caffè abbiamo scoperto tantissimi pensieri e sensazioni reciproche che mi hanno portato a volerne parlare.

E’ proprio l’intreccio il filone centrale di “Entanglement”, la nuova serie di lavori di Valentina De’ Mathà, già esposti a Milano e a Miami, che sarà possibile ammirare a marzo anche a New York.
Entanglement come non-separabilità, come intreccio. Si tratta di un fenomeno della fisica quantistica che coinvolge due o più particelle subatomiche che si condizionano e comunicano a distanza.

Tutto è connesso e inseparabile, tutto è in correlazione come al momento del Big Bang, tutto si sta ancora toccando.
Tutto ciò che esiste è composto da particelle subatomiche e da questo legame con il tutto scaturisce l’entanglement umano che dà luogo alla nostra quotidianità e alle proprie relazioni interpersonali.
Le opere di Valentina De’ Mathà raccontano proprio questa intensità di emozioni e connessioni materiche, da lei definiti come dei “Cordoni ombelicali” creati intrecciando delle carte emulsionate “dipinte” in camera oscura attraverso dei procedimenti chimici. Si tratta di veri e propri tasselli perfettamente combacianti che poi sono stati incastrati e cuciti tra loro per dare luogo a degli arazzi che diventano delle meravigliose opere d’arte in cui sono racchiuse Pittura, Fotografia, Scultura e Tessitura.

– Le tue opere sono un concentrato di emozioni, di conoscenza minuziosa di tecnica e della consistenza materica vera e propria dei materiali che usi per realizzarle. Sono sicuramente frutto di relazioni tra corpo mente e anima. Ma esattamente quando crei la tua opera d’arte? Quando scegli che debba venir fuori con quei determinati colori e che debba dare luogo a quelle determinate forme? Come avviene la creazione di ogni tuo lavoro? Quando inizia e quando finisce, se finisce, la tua creazione?

-Esistono le 4 stagioni:
C’è la stagione delle idee, dell’entusiasmo, delle visioni, quella della progettazione, dell’analisi, del coraggio, delle aspettative, quella del lavoro, della realizzazione, della concretezza, della sorpresa e quella della contemplazione, del riposo, della sedimentazione, della consapevolezza e rigenerazione.
Anche se a volte si confondono e sovrappongono o vengono vissute tutte contemporaneamente in un unico frammento di tempo.
Non c’è un momento giusto per creare, ogni momento è quello giusto.
Io lavoro tutti i giorni, tutto il giorno.
Un’opera è completa quando è lei a dirtelo, uno dei compiti dell’artista è anche quello di saper leggere questo messaggio.
Van Gogh disse: “Le emozioni sono talvolta così forti che le pennellate si susseguono senza fine.”
A volte è necessario sapersi gestire senza però spegnere l’entusiasmo.

-Le tue opere di “EPIPHANY” sono sempre state realizzate in camera oscura. Sono lavori pieni di luci e colori, ricchi di movimenti e sfumature ambivalenti che trovo molto musicali, anche se probabilmente è un termine poco adatto, ma a me danno questo senso di musicalità e sogno insieme. Ma tu in camera oscura, senza luci e senza rumori, che rapporto hai con i tuoi cinque sensi e con la materia con cui stai lavorando in quel momento?

-Sono una persona molto tattile e olfattiva, quando sviluppo pellicole fotografiche ho le mani in una sacca nera, agisco attraverso il tatto, sto attenta a compiere i giusti movimenti.
Lo faccio a occhi chiusi, taglio gli angoli del negativo, lo avvolgo…. mi lascio coinvolgere dall’odore della chimica.
È lo stesso quando “dipingo” con i chimici, ovviamente in questo caso la vista è fondamentale e l’odore delle sostanze chimiche non è molto piacevole, infatti mi proteggo sempre meticolosamente con mascherine e guanti.
In realtà do molta importanza alla musicalità delle cose, crea forme, pesi e proporzioni, dà una metrica alla quotidianità.
Quando lavoro ho sempre musica nelle orecchie, ascolto brani molto variegati che influenzano in qualche modo il mio umore e di conseguenza, probabilmente, la mia visione sul lavoro che sto realizzando in quel momento.
Ogni opera ha una sua “colonna sonora”, così  come ogni libro per me ha un suo odore.
Le “Epiphany” narrano paesaggi fantastici, a volte bruciati dalla luce, déjà vu, visioni oniriche, flashback, appunto epifanie, ma sono anche delle porte aperte su dei cantucci della mente.

– A proposito dei cinque sensi, mi viene in mente il progetto per la tua personale al Museo d’Arte di Lugano, ispirato a “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez e basato sull’Entropia e sul ciclo della vita. Su questa lunghissima tavolata hai posizionato del cibo, dei fiori , delle verdure e frutta e dei piatti pieni di terra e di semi.
L’esposizione consisteva nel permettere al pubblico di osservare per due mesi i mutamenti di ciò che era sulla tavola: mentre il cibo marciva e i fiori appassivano, dalla terra germogliavano i semi. Hai fatto incontrare a tavola la vita e la morte insieme, come in un eterno dialogo silenzioso. Anche l’entropia è un concetto legato alla scienza. Ti ha mai spaventato legare concetti così scientifici all’arte e alle tue emozioni? Questi concetti legati alla meccanica ti hanno mai frenata e/o condizionata pensando a quello che sarebbe stato il risultato finale di un tuo lavoro? Perché?

-Mi avvalgo della scienza come spunto “filosofico”: tutto è materia, tutto è in continua evoluzione, tutto è connesso con il Tutto, la coscienza è immortale, e questa è la quotidianità, è una delle realtà imprescindibili della vita.
Io parlo di ciò che tocca il nostro stare al mondo, lo faccio con gli occhi di un’artista, racconto la mia realtà ricollegando spesse volte eventi della vita a fatti scientifici.


     -Guardando i tuoi profili sui social network non è difficile intuire il forte legame tra la materia e il tuo corpo. Si vede chiaramente dalle tue foto che hai bisogno di sperimentare, di sporcarti con quella stessa materia con cui plasmi i tuoi lavori e di creare un percorso tangibile che probabilmente fa parte anch’esso della stessa opera d’arte nella sua propria forma. Ti capita mai di riguardare queste foto a opera ultimata? Se si cosa provi mentre ti guardi?

-Amo molto la fotografia, è un mezzo fenomenale che mi permette di fermare ciò che reputo importante.
Ho iniziato a scattare all’età di undici anni, affamata di attimi, e da allora vivo in simbiosi con la macchina fotografica, ho cassetti interi di pellicole fotografiche e tera di scatti digitali.
Tra questi ho molte immagini di me mentre lavoro e mi capita di riguardarle nel tempo e riscoprire l’energia e tensione che hanno caratterizzato quel preciso momento.
A volte da lì nascono nuove idee.
Per me sono punti che delineano un racconto.
Sono molto fisica, mi piace sporcarmi le mani, camminare a piedi nudi, annusare le cose.
Eccetto quando cucio, in genere quando lavoro non lo faccio mai seduta o al muro, su un cavalletto, o su un tavolo, ma a terra.
Si ha un impatto più fisico con la materia, c’è una tensione muscolare diversa, posso camminarci intorno ripetutamente, sopra, a piedi nudi, sentirne la consistenza, guardarla da diversi punti di vista, sentirmi più dinamica.
Le immagini che posto sui miei social network parlano spesso di questo.
Non sono semplici ritratti di una ragazza, per me ognuna di esse ha un’importanza che va oltre la “bella foto”.
Anche le immagini che sembrano apparentemente fine a se stesse, in realtà per me hanno un messaggio ben definito, che siano foto di pagine di un libro, tazze di tè, il mio studio, i miei lavori, i miei appunti o i miei piedi macchiati d’ inchiostro, o semplicemente me stessa.
Ogni elemento che mi circonda prende parte, in qualche modo, di un percorso atto alla realizzazione delle mie opere, e io, spesso, ne rendo pubblica una parte attraverso le fotografie.

-C’è sempre un’evoluzione nelle tue opere che restano comunque legate ad un filo conduttore che è un qualcosa che le identifica immediatamente in un’appartenenza alla tua personalità artistica.
Questo cammino rappresentato dalla tua arte in cosa andrà a sfociare nei tuoi prossimi lavori, sempre se possiamo già parlarne?

-Ho lavorato tutto il 2015 quasi solo esclusivamente sugli arazzi (Entanglement) e sicuramente continuerò a dare ancora il giusto tempo all’evoluzione di questa tipologia di lavoro, scoprendo passo passo in che modo continuerà a sorprendermi.
Parallelamente sto lavorando alla realizzazione di nuovi progetti. In questo periodo sto studiando nuovi materiali e ho intenzione di ampliare gli “intrecci” su cui si basa la mia ricerca, coinvolgendo altri artisti non necessariamente visivi.

Mary A. Chiarilli






Entanglement
  Intervista a  
Valentina De’ Mathà



Loom Gallery accoglie – fino al 16 gennaio – la personale di Valentina De’ Mathà, artista di origine italiana che vive e lavora in Svizzera. Entanglement richiama l’attenzione sull’esistenza umana, sulla vita che scorre tra connessioni e incontri; abbiamo scelto di affidare alle parole dell’artista il racconto di questa esposizione.

Photo © Roger Weiss

YOG: Partiamo dal titolo, per la tua ultima mostra accolta alla Loom Gallery di Milano, hai preso in prestito un termine dalla fisica quantistica: Entanglement.
Ci vuoi raccontare come mai?

VDM: Entanglement significa non-separabilità, intreccio, è un fenomeno che coinvolge due o più particelle subatomiche o “entità”, che si condizionano e comunicano a distanza.
Le particelle sono correlate, tutto è connesso e inseparabile, non esistono sistemi isolati.
L’umanità stessa è composta da particelle, quindi l’entanglement umano è naturale e questo legame, scaturisce la nostra quotidianità e le nostre relazioni interpersonali.
Credo nelle connessioni, negli incontri, nell’unione con il Tutto, nella costante trasformazione della materia, nell’immortalità della coscienza e questa consapevolezza mi affascina e stimola moltissimo.
Il progetto è incentrato su degli arazzi in carta emulsionata su cui intervengo pittoricamente in camera oscura attraverso procedimenti chimici e sintetizza il mio percorso artistico degli ultimi 7 anni racchiudendo in ogni singola opera, la pittura, la tessitura, la fotografia e la scultura.
Queste opere simboleggiano in qualche modo una frammentazione, scomposizione e ricomposizione della natura.
Sono sempre stata una persona molto dinamica, veloce, attraverso questo lavoro ho riscoperto l’importanza della ritualità, della dilatazione del tempo, l’importanza di scegliere come impiegarlo. È un lavoro molto femminile, mi riporta a quando ero bambina e cucivo con mia nonna, è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose.
Ogni arazzo richiede anche mesi di lavorazione, e nelle opere di formato medio grande, utilizzo anche fino a 200 metri di carta.
È un lavoro molto lungo, di pazienza, intrecciare e cucire diventa come un mantra, mi apre la mente, mi fa pensare molto, in quei momenti mi passano per la mente immagini molto vivide, costruisco cose, nuove realtà, ho nuove intuizioni.
Prendo in prestito i colori della natura, li frammento, scompongo e ricompongo, alcune parti appaiono come i pixel di un’immagine fotografica ingrandita, un’indagine sul micro cosmo. In realtà parlo di atomi, tasselli, quantum, del legame con il Tutto, della materia che non perisce ma si trasforma in altro.
Negli ultimi 20 giorni prima dell’opening di Entanglementpresso la Loom Gallery di Milano, ho lavorato anche 16 ore al giorno. La notte intrecciavo e il giorno cucivo.
È stato un periodo molto “elettrizzante”.
A volte è capitato che mio marito abbia acceso la luce e mi abbia detto: «Stai cucendo al buio, non te ne sei resa conto».


YOG: La meccanica quantistica è forse la branca, tra quelle sperimentalmente verificate, più bizzarra della fisica. Può essere considerata il corrispettivo nella scienza di Alice nel paese delle meraviglie (tanto da aver ispirato Robert Gilmore con la celebre variazione Alice nel paese dei quantiNdR).
Hai tratto ispirazione da testi, magari fantascientifici, per questo tema?

VDM: In realtà questo progetto è ispirato inizialmente alle teorie di Epicuro, all’atomismo e si ricollega poi alla meccanica quantistica, presa da me come spunto “filosofico”, affascinata da quei sui tipici meccanismi non deterministici: metafore di vita. Attraverso i materiali e la tecnica di realizzazione di queste opere, analizzo simbolicamente le capacità reattive che gli esseri umani mettono in gioco di fronte a eventi inesplicabili e il collegamento con il Tutto. Per me la vita è la somma delle scelte che si fanno quotidianamente, credo fortemente nella facoltà dell’uomo di incanalarla e portarla dove vuole, credo nella determinazione, nei percorsi prestabiliti, nella causa effetto degli eventi, ma è anche vero che esistono gli imprevisti, le ineluttabilità e la rottura di certi schemi che rendono più esaltante, affascinate e a volte anche inquietante il nostro stare sulla terra. Per questo mi avvalgo quasi sempre di materiali che non mi permettono di avere su di essi una padronanza totale.
Questo lavoro è basato sulla simbiosi tra me e la materia, sulla sua risposta ai miei input, lasciando però una percentuale di margine alla sua imprevedibilità e indomabilità.

YOG: Noto che nel tuo percorso artistico il connubio tra arte e scienza è una costante – ricordo ad esempio la tua mostra legata alla teoria dell’Entropia al Museo d’Arte di Lugano – che scaturisce innanzitutto dalla scelta e lavorazione dei materiali e tecniche impiegate. Cosa ti affascina di questo rapporto?

VDM: Nei miei lavori/progetti parlo della quotidianità, di ciò che io reputo importante e questo sta in tutto ciò che in qualche modo “tocchiamo” e che ci “tocca” sotto diversi punti di vista e avendo un corpo materico e una coscienza, la scienza non può esserci estranea.
Il protagonista del progetto al Museo di Lugano era il cibo e la ciclicità, il trasformarsi della materia in altro, il nutrimento primario, posto su una tavolata di 15 metri per due mesi sotto gli occhi di tutti. In Entropiaparlavo di scienza, è vero, di uno dei fenomeni che abbiamo costantemente sotto agli occhi, ma nella realizzazione formale decisi di fare anche un omaggio a Gabriel Garcia Marquez e al suo Cent’anni di solitudine.
Ricordo il capitolo in cui Rebeca mangiava la terra.
Questa immagine non mi fece dormire la notte, rimasi con gli occhi fissi a pensare a Rebeca che mangiava la terra, che cercava di compensare le sue mancanze prendendo nutrimento della Madre Terra. Una persona che mangia la terra! Era diventata un’immagine fissa nella mia mente.
Per questo motivo la misi nei piatti e ci infilai dei semi.




YOG: Si accennava poco fa alla tecnica. Ti va di raccontarci come procedi nella realizzazione di queste tue opere?

VDM: Utilizzo diverse tipologia di carte chimiche e diverse emulsioni. Le carte vengono tagliate e intrecciate, poi dipinte in camera oscura con l’ausilio principale di sostanze chimiche attraverso pennellate, immersioni, sovrapposizioni e variazioni di temperatura delle stesse e dei tempi di esposizione, poi vengono fissate, lavate e lasciate ad asciugare. In fine assemblo nuovamente il tutto come tasselli perfettamente combacianti e li cucio insieme.

YOG: Ultima domanda, la classica, di rito: progetti futuri? Ti va di svelarci qualche notizia in anteprima?

VDM: A questa domanda rispondo sempre che i miei progetti più concreti sono quelli di lavorare a cose nuove, poi il resto viene da se. Comunque a marzo sarò ad Art on Paper di New York con la galleria Randall Scott Projects di Baltimora con la quale ho appena esposto a Miami Project e con cui ho altri progetti in cantiere, nel mentre ricordo che Entanglement, presso la Loom Gallery di Milano, sarà visibile fino al 16 di gennaio ed è assolutamente una mostra imperdibile!

Alessia Ballabio
YOG your own guide

December, 12, 2015


Le foto di
De’ Mathà
Inside Art




A Lugano le sperimentazioni sulla carta sensibile e sulla luce dell’artista abruzzese


Valentina De’ Mathà è la protagonista della nuova mostra Flashback, un viaggio tra colori e luci sempre differenti. Abbiamo scelto di affidare all’artista il racconto di questa esperienza.

Ha inaugurato Flashback, mostra accolta alla Nellimya: light art exhibition di Lugano, spazio espositivo dedicato all’arte di luce. Quanto è importate la luce per questo progetto? Vuoi parlarci un po’ del percorso espositivo?

«Si tratta di un’antologica che racchiude una varietà di 34 opere realizzate in camera oscura prevalentemente attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche e fonti luminose su carte emulsionate. La mia ricerca, benché segua un concetto base definito, spazia dalla scultura, all’installazione, al video, dalla pittura alla fotografia e questa tipologia di opere realizzate in camera oscura, compare quasi sempre in ogni mio progetto espositivo, è una costante. Nellimya: light art exhibition, è una galleria che nel corso degli anni si è specializzata in progetti artistici che avessero come componente principale la luce, attenendomi al concetto su cui si fonda, ho deciso di esporre qualcosa che fosse in qualche modo creata con la luce, ma che non fosse visivamente esplicita».

I lavori in mostra hanno un impatto deciso. Puoi svelarci alcuni retroscena del processo creativo?

«Come accennavo, si tratta di opere create in camera oscura attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche, variazioni di temperatura di quest’ultime, dell’acqua e fonti luminose su carte precedentemente emulsionate. Il processo di realizzazione è spesso lungo e complesso, richiede dinamicità ed immediatezza e la giusta sapienza, i giusti tempi. La tecnica è basata sul concetto di causa-effetto e sulla visione dialettica tra gli input che regalo alla materia e la sua capacità di reazione, lasciando però ampio margine a una percentuale di meccanismi non deterministici e sfumature tipici della fisica quantistica, altro punto cardine della mia ricerca. Narrano paesaggi luminosi, fantastici, distorsioni della psiche, epifanie, déjà vu, visioni oniriche e appunto, flashback».

Le tue opere, soprattutto la serie Rorschach, agiscono in maniera differente su ciascuno spettatore, godendo di una realtà mutevole che vive nella relazione con chi le osserva. Quanto è importante il ruolo del pubblico per te?

«Mi affascina ascoltare le percezioni che hanno i fruitori, spesse volte me le raccontano e da lì nascono nuovi confronti. In genere evito di mettere titoli troppo specifici che indirizzano e condizionano troppo chi guarda l’opera, mi piace lasciare sempre ampi orizzonti, affinché ognuno trovi le sue risposte o si ponga le sue domande. Per quanto riguarda la serie Rorschach, di evidente riferimento alle tavole dell’omonimo psichiatra svizzero, è già intriso in esse il concetto assolutamente soggettivo di ”scoprire cosa ognuno di noi ci vede”, di tirare fuori se stesso, ciò che siamo, attraverso la contemplazione di un’opera d’arte».

Guardiamo avanti, progetti futuri?

«Sto portando avanti da diversi mesi un progetto sulla mia Terra natale, la Marsica, e sulla ricchezza della sua storia. Un lavoro ampio e variegato, in continuo divenire e ciò stimola quotidianamente la mia voglia scoprire e riscoprire le mie origini. Questa per ora è la cosa più importante e necessaria».


Alessia Ballabio
Inside Art
23.11.2014
http://insideart.eu/2014/11/23/le-foto-di-de-matha/


Valentina De’ Mathà
-Entropia-



Museo d’Arte di Lugano, Limonaia di Villa Saroli

Curated by Guido Comis and Cristina Sonderegger

Texts by Ignazio Licata and Maria Savarese, Edizioni Sottoscala











Valentina
De’ Mathà
Corpi Rossi





Maria Savarese: quali sono i nuclei concettuali intorno ai quali ruota la tua ricerca? Perchè hai scelto il corpo come
soggetto per i lavori di questa mostra?

Valentina De’Matha’: la mia ricerca è basata sulla simbiosi tra Uomo, Natura e Mutamento e sulla Causa-Effetto degli
eventi. Mi interessa il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da lu stesso e, di conseguenza, le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi e inevitabili Questa ricerca pittorica è incentrata sulla materia che prende forma da sé, sul dinamismo delle metamorfosi, su processi, sulla nascita e gestazione dei pensieri: metafore dell’Essere e delle relazioni interpersonali. I corpi che si contorcono sono solo la conseguenza di ciò che la mente gestisce.
Queste gestazioni, questi ventri gonfi, sono semplicemente la cristallizzazione di un processo, e dire qualcosa intorno all’anima è dire qualcosa di profondo sul corpo.
Siamo quello che facciamo, processi.
Il mio lavoro è basato sulla simbiosi, lo scambio e il dialogo tra quello che io posso dare alla materia (lo stimolo) e quello che la materia può darmi di risposta. Causa – Effetto. La pittura mi destabilizza e, contemporaneamente, mi rende forte. È la parte più “animale” di me e attraverso la qual mi guardo allo specchio. Il mio esser presente al mio lavoro è il mio sentirmi ancorata alla Terra, alle mie Origini, a Me stessa, in una continua catarsi.
L’Arte è una conseguenza, come l’Amore





 Valentina   De’ Mathà


  Entanglement



Loom Gallery is delighted to announce Entanglement, a solo exhibition of brand new works by Switzerland based artist Valentina De’ Mathà. The opening reception will take place
Thursday, 26 November, from 7 to 9pm, and the artist will be present.
The status of entanglement reflects an actual and impossible separation, an intertwinement.
It’s a physical phenomenon, discovered by quantum physics, where two or more subatomic particles, also known as “entities”, mutually condition themselves, but at the same time communicate among themselves.Consequently, physical systems are strongly connected, they actually resonate with each other.
Subatomic particles are mutually correlated, so reflecting the Big Bang theory, according to which everything was connected at the beginning, but everything is still connected and inseparable now. Humanity consists of subatomic particles, hence the “human” entanglement is a state of nature, our day-to-day behaviour and human relationships actually originate from that connection.
The artist created a structured set of “umbilical cords”, an intertwinement of emulsified papers:
these same papers were then chemically “painted” by means of chemical procedures in the darkroom. Finally “painted” cords have been precisely embedded and sewn into each other, leading to tapestry works where painting, photography, sculpture and weaving are contained altogether.



Valentina De’ Mathà is born 1981 in Avezzano, Italy, she lives in Switzerland.
Her research is based on the interaction among man, nature and mutation, as well as on the causality principle and on the dialectic between her action on matter and its reaction to it. Her peculiar technique also gives vent to a high percentage of non-deterministic mechanisms
and to the typical uncertainty of quantum mechanics. She examines human behaviour
when people are facing the unpredictability of inescapable circumstances or events caused by themselves; consequently, she explores the human emotional instabilities and reactions of people facing the unexpected, inevitable or sudden life-changing experiences.



Loom Gallery è lieta di presentare la prima mostra personale in galleria di Valentina De’
Mathà, artista di origine italiana che vive in Svizzera; il titolo della mostra Entanglement
richiama l’attenzione dell’artista sull’esistenza umana, fila di anime viventi che attraversano
i cammini della terra e si intrecciano tra di loro, in un turbinio di esperienze, emozioni
e sensazioni.
Entanglement identifica la non-separabilità, l’intreccio: un fenomeno scoperto dalla fisica
quantistica che coinvolge due o più particelle subatomiche o “entità”, che si condizionano
e comunicano a distanza. Ciò significa che non esistono sistemi isolati, ogni cosa risuona
con il tutto.
Le particelle sono correlate, così com’era tutto collegato al momento del Big Bang: ciò significa che tutto si sta ancora toccando, tutto è connesso e inseparabile. L’umanità è composta da particelle subatomiche, quindi l’entanglement umano è naturale, un legame con il tutto da cui scaturisce la nostra quotidianità e le nostre relazioni interpersonali.
Partendo da tali assunti l’artista ha dato forma a una struttura che definisce “cordoni ombelicali”, derivante dall’intreccio di carte emulsionate poi “dipinte” in camera oscura attraverso procedimenti chimici. Successivamente le carte emulsionate sono state assemblate come tasselli perfettamente combacianti e cuciti tra di loro realizzando degli arazzi; dando così vita ad opere che racchiudono la pittura, la fotografia, la scultura e la tessitura.



Valentina De’ Mathà nasce nel 1981 ad Avezzano, Italia. Vive e lavora in Svizzera.
La sua ricerca è basata sull’interazione tra uomo, natura e mutamento, nonché sul principio di causa – effetto degli eventi, e sulla visione dialettica tra l’ azione dell’artista sulla materia e la reazione della materia ad essa. Le sue opere hanno fatto parte di numerose esposizioni, tra cui la 54a Mostra Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia Padiglione Italia nel 2011; recentemente ha partecipato al progetto globale non profit di arte contemporanea “Imago Mundi – Luciano Benetton Collection” presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e la Fondazione Giorgio Cini (Venezia).

www.loomgallery.com



Una fisicità
irrinunciabile di
Valentina
De’ Mathà



Nell’ottica del marketing esperienziale, dell’emotional–business, del consumo bulimico di arti visive dell’epoca web, manca la relazione tra il corpo, i sensi, le cose, i materiali e i linguaggi plurimi che danno forma a concetti in bilico tra natura e artificio. Shakespeare osservò che << niente è bello o brutto, ma è il pensiero che lo rende tale>>, tutto nel corso del tempo perpetua la memoria. Valentina De’ Mathà, classe 1981, abruzzese d’origine e nomade per vocazione, dopo un periodo di vita trascorso a Roma dove si è nutrita di classicismi si è trasferita in Svizzera dove vive e lavora. A Milano, dopo la mostra collettiva Fame di Terra tenuta da Amy-d – Arte Spazio, in cui ha presentato un’installazione ecosostenibile dal titolo L’uomo che Piantava gli Alberi, si ripresenta nella stessa galleria con un progetto diverso che ripercorre le tappe più significative della sua ricerca artistica e presenta per lo più opere inedite, scelte con la collaborazione di Annamaria D’Ambrosio, curatrice della mostra, psicologa lacaniana e autentica talent scout di artisti emergenti. Questi lavori dall’identità apparentemente instabile raccolti sotto il titolo emblematico Relationship, condotti nell’ambito della figurazione, dell’astrazione geometrica e del rigore concettuale, all’insegna della libertà esplorativa di sperimentare discipline differenti senza rincorrere uno stile o un codice riconoscibile, qui divengono un’installazione site-specific, altro da sé. Ogni singola opera è un “attore” in cerca di spettatore, che inscena un dialogo surreale sul valore dell’intreccio, della relazione, dello scambio tra l’essere e il nulla e delle dinamiche complesse tra l’io e l’altro, come presupposto per fare arte: una polifonia di linguaggi. La natura proteiforme dell’autrice s’imprime in soluzioni formali e progetti neo-concettuali dai codici diversi: basta un rapido sguardo alla varietà delle opere esposte per capire quanto, ordine e disordine, casualità e costruzione, geometria e istinto, simmetria e instabilità siano gli opposti sui quali verte la sua ricerca artistica, paradossalmente contraddittoria come le sue opere dai diversi codici formali: in talune è figurativa, come in alcuni acquerelli e disegni e in altre risulta più astratta-geometrica.
Tutte le sue opere sono impregnate di vissuti, di relazioni che sono il frutto di repentini cambiamenti e di istintivi approcci ad esperienze molteplici, di approdi a tecniche e linguaggi tradizionali, come il disegno, la pittura e la scultura o immateriali, come la fotografia e il video.



L’autrice in bilico tra organico e virtuale, negli ultimi anni ha concentrato la sua ricerca sulla simbiosi tra natura e movimento, sull’ineluttabilità della trasformazione delle cose e sul processo di cambiamento della materia, anche se in alcune scultore di forme geometriche tende a solidità ancora tutte da esplorare. Di sé dice: << Mi interessa il momento creativo, è uno scambio alla pari, una simbiosi tra quello che la materia può offrirmi e, di ricambio, quello che io posso offrire ad essa>> . Il cambiamento accade perché non può fare altro. E il nodo di tutta la mostra sta qui: nella materia come summa del fare, trama d’incontri e mezzo di scambio e intreccio di relazioni possibili: l’arte è pensiero non didascalia. Attualmente affianca alla pittura di matrice post-espressionista, una ricerca più volumetrica –scultorea, quasi minimalista in seguito al suo trasferimento in Svizzera.




Per De’ Mathà, non c’è un prima o un dopo: tutto accade nell’attimo in cui si guarda le sue opere o le installazioni in cui astrazione e istinto convivono in un alchemico equilibrio da “toccare” con gli occhi. Il fil-rouge in questa personale non cronologica ma tematica è la relazione delle opere con lo spazio e lo spettatore, incentrata sull’importanza delle materia come conduttore di energia vitale. Tra i suoi materiali preferiti c’è la carta, come erano i 308 fragili corpi aggrappati al muro, ispirati alle vittime del terremoto dell’Aquila (2009), realizzati per l’installazione intitolata Silenzio, esposta alla 53° Biennale di Venezia nel Padiglione Italiano. La carta come simbolo di vulnerabilità della vita; carta di cotone bianca o quella Nepalese, con la quale ha dato forma a sinuosità di corpi femminili, simili a drappeggi d’impatto scultoreo che evocano le statue classiche. Ricorrenti nella sua ricerca sono i nodi, i lacci e gli intrecci: tutti simboli in rapporto al gesto dello sciogliere e del legare. Il senso dei suoi lavori sta nell’intreccio di opere diverse che ha sia la funzione di tenere insieme, sia quella di allontanare, mentre nel gesto dello strappo o dello sbriciolamento di materiali cartacei adagiati in ordine sparso sul pavimento, rimanda alla tensione di liberazione dell’istinto, di rompere ciò che prima si è faticosamente costruito.





Sculture di carta e stoffa, protuberanze materiche che sembrano eruttare dal muro bianco, liberando un’energia recondita, sulla natura ambigua ed effimera di noi e delle cose. Materiali solidi o leggeri, trasversali, destinati a molteplici variazioni, quintessenze della sua ricerca artistica, in bilico tra tensione spirituale e desiderio di infinito, mentre nella tensione di liberazione dalle forme chiuse, ci riconduce alla fisicità dell’esserci, ancorandoci ai materiali stessi, come ready- made della realtà.
In questa dialettica degli opposti, la sintesi siamo noi che guardiamo cose fatte “fittiziamente ad arte”, come facticius, (feticcio che in portoghese significa miracolo).
L’io corpo–mente è determinante per “sognare” o tendere ad un modello ideale di smaterializzazione di sé nella pienezza corporea. Organico e inorganico sono inscindibili dall’arte, come la vita intessuta di sentimenti, di scelte, di cose, intrecci che sono una parte integrante dell’individuo e rappresentano il mondo come potenzialità in atto di processi di cambiamento.
De’ Mathà si pone come obiettivo di abitare le opere che produce permeate di sensazioni e dubbi che si fanno corpo- habitus nel senso maussiano e come poi ripreso da Foucault e da Bourdieu .



I sensi sono parametri cognitivi del mondo e ancor più oggi, nell’epoca transgenica, della modernità liquida, diventano l’abito mentale, l’intreccio con la fisicità in cui il corpo si riscopre unità percettiva, mettendosi in relazione con l’ambiente, la società e gli altri. L’oggettivazione di processi di cambiamento, di cose che restano ma che potrebbero cambiare essenza a seconda di dove e come le si inscena, è fondamentale soprattutto nell’epoca del sex- appeal dell’inorganico all’insegna del “timore e tremore” dell’annullamento dell’io fisico nello spazio immateriale, estendibile. Materia e sensi rivendicano fisicità necessarie, rappresentandosi nel sentire il corpo, soggettivamente e sensorialmente nella concretezza di trovarsi e relazionarsi con altri. Le opere di De’ Mathà contestualizzano, localizzano relazioni possibili, ambigue e transitorie come i nostri pensieri tra noi, le cose e le azioni, come cause ed effetto che determinano conseguenze imprevedibili.

Jacqueline Ceresoli



Il corpo solitario.
L’autoscatto nella fotografia contemporanea


di Giorgio Bonomi





L’autoritratto come poetica, oltre che come tecnica: questo libro offre per la prima volta una rassegna amplissima di artisti che usano la fotografia avendo come soggetto il proprio io, il proprio corpo. Vengono esaminati più di 700 artisti di tutto il mondo, dagli anni ’70 ad oggi, da quelli più famosi ed affermati ai più giovani ed esordienti: il libro infatti vuole documentare la diffusione esponenziale di questo fenomeno artistico. Attraverso la ricerca della propria identità, con il travestimento, con la narrazione, la sperimentazione, la denuncia, gli artisti pongono problemi profondi che sono psicologici ed estetici, sociali e politici. L’autore dà conto di tutti con una breve introduzione ad ogni capitolo, con un esame succinto dei singoli autori e con una selezione delle loro opere, in bianco e nero ed a colori. nlettore vedrà che l’autoscatto è una pratica soprattutto degli artisti di genere femminile e che il corpo viene definito “solitario” proprio perché tale tecnica è eseguita in solitudine, da soli o al massimo con l’ausilio di un amico che preme il pulsante della macchina fotografica, così “il corpo solitario” si impone nella società massificata come testimonianza di malessere ma anche come possibilità di evasione e di salvezza.


EditoreRubbettino
CollanaRubbettino Arte Contemporanea
Anno2012
ISBN9788849836165
Pagine422

Elle Decor Italia n°12
Dicembre-Gennaio 2016







Mappe dell’arte nuova





Nel tempo presente delle utopie arenate, degli attacchi al patrimonio culturale, dagli attentati all’immaginazione e alla conoscenza, Imago Mundi propone a Venezia l’arte senza confini che rompe il silenzio, supera le differenze, sospinge in avanti la civiltà.

Imago Mundi/Luciano Benetton Collection

lunedì 31 agosto ore 19:00,

Fondazione Cini, Venezia – Isola di San Giorgio Maggiore

31 agosto/01 novembre 2015




Praestigium  Benetton  Fondazione Sandretto Re Rebaudengo





“Praestigium Contemporary Artist from Italy”
Collezione Imago Mundi/Luciano Benetton a cura di Luca Beatrice
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Lunedì 18 maggio 2015
ore 19:00 – 21:00
Via Modane 16 – 10141 Torino (Italia)


Miami Project




December 1-6 2015

Deauville Beach Resort
6701 Collins Avenue
Miami, FL 33141, USA

RandallScottProjects – Baltimore. Booth R1



FLASHBACK.
A CONVERSATION WITH VALENTINA
DE’ MATHÀ





…pensive twilight of the moonless transparent nights…

Aleksàndr S. Puškin, The Bronze Horseman


PC. What are you trying to achieve through your artistic practice, Valentina?

VDM. A higher awareness of human existence


PC. Your art is imbued with your research on the concept of the simultaneity of cause and effect. How are you narrowing down this theme in the Flashback series? Moreover, as I think that some works from this series evoke essential nocturnal landscapes — topographically ambiguous, yet cinematographically vivid —, I would like to ask you one more thing: which technique do you use in order to let their light emerge and to harness it?

VDM. These works were created in my darkroom through the mixing of chemicals, and through their temperature changes, as well as water and light temperature variations on emulsified paper. It is a long and complex creative process, which has to be realized speedily and dynamically while considering the right amount of chemicals, movements, and time. This technique is based on the concept of cause and effect and on the dialectics between my action on matter and its reaction to it, but I also give vent to a high percentage of non-deterministic mechanisms and to the typical uncertainty of quantum mechanics, which is another cornerstone of my research. These works are narrating bright, fantastic landscapes, psychological  distortions, epiphanies, déjà vu, dreamlike visions, as well as flashbacks, of course. They are undecided, imbued with light, even though they are paradoxically realized in the total absence of light.

PC. Some other works resemble the widely known inkblots that Hermann Rorschach used in the homonymous  psychological tests. I don’t think it’s a coincidence…

VDM. Well, it’s no coincidence, because I dedicated this series to the Rorschach test. But, in this case, the ambiguous pictures are created through chemical processes. I am fascinated by human psyche and psychology in general — even though I don’t believe in psychotherapy. In particular, I developed an interest in some inner workings that are uncontrollably sparked off in the human mind. Some time ago, while interpreting Jacques Lacan’s theory on the lack of being (manque à être) that he called béance, I created an installation and two video art works (Trip and Il godimento è una tensione che non raggiunge mai la sua realizzazione, poiché può avere luogo solo quando non ha luogo) based on mental journeys, on addictions, on loss of mental acuity, on OCD (obsessive-compulsive disorder) and on unresolved desire.

PC. Through your work, and for a long time, you have been analyzing human reactivity that individuals put into play when they are facing inexplicable and apparently inevitable events. Do you think that this series is dealing with this subject?

VDM. Absolutely, both through the technical implementation and the concept on which the whole exhibition project is based. To a certain extent, flashbacks, dreamlike visions, déjà vu, psychological tests represent the manifestation of something that already happened, the consequence of a past event that suddenly, inexplicably, and uncontrollably, comes back to the present.

PC. And to what extent do you think the theme of psychological resilience facing the increase of disorder (entropy) of the social system affects your work?

VDM. Basically, I am not a coherent person and that is one of my greatest strengths. Incoherence gives me an opportunity to put myself out there on a daily basis, and to be dynamic and grow as a person. It nourishes my need for questioning myself when necessary and to adapt to all the events that happen every day. Inevitably, those events affect me, nourish me and get me involved, despite the fact that my path has been set and my nature is well-defined. My work can make progress, enhance and grow when it keeps pace with me; it has to be resilient, as well. I generally create artworks taking into account both the available materials and the environment that surrounds me in a particular moment; never the other way around. I try to indulge myself with nature, its phases, and I try to live, as far as possible, in the present.

PC. At the end of Belye noči, White Nights, Fëdor Dostoevskij’s dreamer sums up his torments of love and gratitude to Nasten’ka with these words: “Good Lord, only a moment of bliss?” Do you think that the creative process and its outcomes could equally lead us to that moment of bliss?

VDM. I am glad that you quoted Dostoevskij’s White Nights, which is in some way related to the nocturnal landscapes featured in Flashback. I am very attached to the Russian masters, particularly Andrej Tarkovskij and Dostoevskij who are so inspirational. Yes, I think that the proper opening of the right cerebral hemisphere during the creative phase, and consequently the contemplative phase, gives us the chance to be projected into a state of bliss and ecstasy, which is only reachable when you feel connected to everything.

PC. What is the ecstasy of art, according to you? Is it leading you to new visions?

VDM. It is a bond between me and everything else. It has to do with feeling real through a sense of identity that is achievable by creating.

PC. I usually find something special in you works, a kind of sacredness or hierophany, i.e. the awareness of the presence of something sacred. Is that so?

VDM. Work is sacred and it should be handled with care. It has a soul. It has its own soul. It needs time and perfect timing; it needs to be contemplated and admired by sincere eyes, respected and preserved above everything else, because it’s the innermost part of yourself. It’s the revelation of your catharsis.


PC. You are always showing the ability to manage your practice according to the well-known motto ne quid nimis, nothing in excess. How do you reach such essentiality?

VDM. Through the rituality of work.




FLASHBACK. UNA CONVERSAZIONE CON VALENTINA DE’ MATHÀ

…crepuscolo pensoso delle notte illuni trasparenti…

Aleksàndr S. Puškin, Il cavaliere di bronzo

PC. Che cosa stai cercando di raggiungere attraverso la tua pratica artistica, Valentina?

VDM. Una più alta consapevolezza dell’esistenza umana.

PC. La tua ricerca sul concetto di simultaneità di causa ed effetto intride la tua arte. Come riesci a circoscrivere questo tema nei lavori della serie presentata in Flashback? Inoltre, poiché credo che alcuni dei lavori della serie richiamino alla mente sintetici paesaggi notturni — topograficamente ambigui ma cinematograficamente vividi —, vorrei chiederti un’altra cosa: attraverso quale tecnica riesci a lasciar emergere e poi imbrigliare la loro luce?

VDM. Si tratta di opere create in camera oscura attraverso sovrapposizioni di sostanze chimiche, variazioni di temperatura di quest’ultime, dell’acqua e fonti luminose su carte emulsionate. Il processo di realizzazione è spesso lungo e complesso, ma va gestito con velocità e dinamicità, tenendo conto delle giuste dosi dei chimici, dei movimenti, dei tempi. La tecnica è basata sul concetto di causa-effetto e sulla visione dialettica tra gli input che io do alla materia e la sua capacità di reazione, lasciando però ampio margine ad una percentuale di meccanismi non deterministici e sfumature tipici della fisica quantistica, altro punto cardine della mia ricerca. Narrano paesaggi luminosi, fantastici, distorsioni della psiche, epifanie, déjà vu, visioni oniriche e, appunto, flashback.  Sono ambivalenti, intrisi di luce e, paradossalmente, vengono realizzati nella quasi totale assenza di essa.

PC. Altri lavori ricordano le largamente note macchie di inchiostro utilizzate da Hermann Rorschach negli omonimi test psicologici proiettivi. Immagino che ciò non rappresenti una coincidenza…

VDM. No, non è una coincidenza; è una serie di lavori dedicati proprio alle tavole di Rorschach, ma in questo caso le figure ambigue sono ottenute grazie a procedimenti chimici. Mi affascinano la psiche umana e la psicologia in generale — anche se non credo nella psicoterapia. In particolare, alcuni meccanismi che si innescano in modo incontrollato nella mente umana catturano il mio interesse. In passato ho creato un’installazione interpretando la teoria di Jacques Lacan sulla “mancanza-ad-essere”, da lui denominata béance, e due video-art (Trip e Il godimento è una tensione che non raggiunge mai la sua realizzazione, poiché può avere luogo solo quando non ha luogo) basati sui viaggi della mente, sulle dipendenza, sulle mancanza di lucidità, sul disturbo ossessivo-compulsivo e sul desiderio irrisolto.

PC. Da tempo, attraverso il tuo lavoro, analizzi le capacità reattive che gli esseri umani mettono in gioco di fronte a eventi inesplicabili e apparentemente inevitabili. Senti che anche in questa serie il tema sia, in qualche modo, trattato?

VDM. Assolutamente, sia attraverso la tecnica di realizzazione sia attraverso il concetto su cui è basato l’intero progetto espositivo. I flashback, le visioni oniriche, i déjà vu, i test psicologici, sono in qualche modo la manifestazione di qualcosa che è già avvenuto, la conseguenza di un evento passato che torna improvvisamente e inspiegabilmente, in modo incontrollato, nel presente.

PC. E quanto il tema della resilienza di fronte all’aumento di disordine (entropia) del sistema sociale pervade il tuo lavoro?

VDM. Sono fondamentalmente una persona incoerente e reputo ciò un pregio. L’incoerenza mi dà modo di mettermi in gioco quotidianamente, di essere dinamica e sentirmi in movimento, in crescita. Alimenta il mio bisogno di rimettermi in discussione quando è necessario e di adattarmi, di plasmarmi in qualche modo rispetto agli eventi che mi circondano nel quotidiano e che inevitabilmente mi nutrono e coinvolgono, nonostante il percorso da seguire sia comunque già indirizzato e la mia indole ben definita. Il mio lavoro per andare avanti, nutrirsi e crescere, ha necessariamente bisogno di adattarsi al mio passo, di essere anch’esso resiliente. Quasi sempre creo delle opere in base ai materiali che ho a disposizione, ai luoghi che mi circondano in quel determinato momento e quasi mai il contrario. Cerco di assecondare quasi sempre i tempi della natura e di vivere, per quanto possa essere possibile, il presente.

PC. Nel finale di Belye noči, Le notti bianche, il sognatore di Fëdor Dostoevskij riassume così il suo tormento d’amore e la sua riconoscenza per Nasten’ka: “Dio mio! Un intero attimo di beatitudine!” Credi che il processo creativo e i suoi risultati possano, parimenti, portarci verso quell’attimo di beatitudine?

VDM. Mi fa piacere che tu abbia citato Dostoevskij e il suo romanzo Le notti bianche, in qualche modo riferibile ai paesaggi notturni presentati in Flashback. Sono molto legata ai grandi maestri russi e, in particolare, Andrej Tarkovskij e Dostoevskij sono annoverabili tra i miei punti cardini fondamentali. Sì, credo che questa totale apertura dell’emisfero destro durante la fase creativa e, successivamente, quella contemplativa, ti porti a toccare determinati punti che ti proiettano in uno stato di totale estasi e beatitudine che si raggiungono quando si entra in contatto con il Tutto.

PC. Che cosa è per te l’estasi artistica? Verso quali visioni ti conduce?

VDM. È un legame tra me e il Tutto. È il sentirsi concreti attraverso il senso di identità che si raggiunge tramite il fare.

PC. Vi è spesso nei tuoi lavori un quid che rimanda, a mio giudizio, a una sorta di sacralità o comunque a una ierofania, cioè alla coscienza della presenza di qualcosa di sacro. È così?

VDM. Il lavoro è sacro e va maneggiato con cura. Ha un’anima. Un’anima propria sommata alla tua. Ha bisogno dei giusti tempi, di essere contemplato e toccato da occhi sinceri e rispettato e difeso sopra ogni cosa perché è la parte più intima di te, è la rivelazione della tua catarsi.

PC. Dimostri sempre la capacità di gestire la tua pratica secondo il motto ne quid nimis, niente di troppo. Come raggiungi questa essenzialità?

VDM. Attraverso la ritualità del lavoro.

Paolo Cappelletti


Valentina
De’ Mathà
Entropia



Curated by Guido Comis and Cristina Sonderegger.
Texts by Ignazio Licata and Maria Savarese
Museo d’Arte di Lugano, Limonaia di Villa Saroli

“Les liaisons”
di Valentina De’ Mathà




La mostra di Valentina De’ Mathà (1981) da Amy-d Arte Spazio è un percorso attento e sostenuto dedicato al tema delle relazioni, focus della ricerca dell’artista che, in una continua sperimentazione di materiali e linguaggi, tuttavia sempre condotta con coerenza e sensibilità, oggi vuole mostrarci una selezionata antologica del suo lavoro.
Ed è qui che i fili rossi si scoprono, stringendo in un’unica trama di senso la ricerca di De’ Mathà, presentata nello spazio milanese di Annamaria D’Ambrosio e introdotta da un denso testo di Jacqueline Ceresoli che, analizzando la metamorfica tensione delle sue opere, sottolinea come «il cambiamento accade perché non può fare altro. E il nodo di tutta la mostra sta qui: nella materia come summa del fare, trama d’incontri e mezzo di scambio e intreccio di relazioni possibili: l’arte è pensiero non didascalia».

Un pensiero che si esprime con la pancia, con il corpo, con una mano stretta in quella della persona amata. Un pensiero che è verifica dei limiti dell’individuo rispetto ai confini dell’umanità. Un pensiero che è atto d’amore verso il mondo e le sue imprevedibili relazioni.
E se è vero che ogni esposizione deve essere il momento in cui l’artista, e le sue opere, si es-pongono al mondo e in esso prendono posto, staccandosi dal cordone ombelicale che al creatore le legava e nutriva, mai come in Relationships di Valentina De’ Mathà questo fatto, puro, vero, crudo, avviene, e la mostra diventa un uscire dalla propria pelle, per scivolare in quella dell’altro, dell’altro come sé: ex-peau-sition, aveva giocato con le parole il filosofo Jean Luc Nancy.



Incontrandosi con l’altro, le sue opere segnano quella struggente ed eterna incompletezza che è necessaria perché esse stesse esistano: una mancanza-ad-essere che De’ Mathà, da sempre sostenuta da una vasta messe di letture e di conoscenze, riconduce a Lacan e mette in campo ora attraverso la visualizzazione della rottura del rapporto tra madre e figlio, necessaria quanto dolorosa; ora traccia in embrioni di inchiostro bitumoso; altrove costruisce, tavola su tavola, riproducendo l’idea di piazza, luogo dell’incontro e dell’addio, dove trovarsi e salutarsi. Entra la sua vita personale, in ogni opera raccontata e fatta a pezzi con la consapevolezza femminile di una donna-artista di trent’anni. E i messaggi d’amore della coppia diventano la maglia frusciante di un arazzo contemporaneo, triturati dal tempo che scorre.
Altrove due ganci si rincorrono a mezz’aria,  danza metaforica che esprime, in un video di 16 minuti, «un moto oscillatorio, un corteggiamento, una proiezione concettuale sulla fatalità di un’apparizione. Un incontro tra la cosa, la natura e l’artista che trasmigra il suo sentire all’estetica casuale – dipinta dal vento – di due ganci danzanti», ha scritto acutamente Valentina Piccinni.
Il video si intitola “Il godimento è una tensione che non raggiunge mai la sua realizzazione, poiché può avere luogo solo quando non ha luogo”.
Tesi l’uno all’altro, i lavori di De’ Mathà tendono a noi con un moto analogo a quello dei due sottili ganci ripresi nel video: ci chiamano a sé, in una danza coinvolgente e liberatoria, segreta e pubblica. La danza dell’arte con la vita.

Ilaria Bignotti
Espoarte
23 ottobre 2013 http://www.espoarte.net/arte/les-liaisons-di-valentina-de-matha/#.VHs-ZWSG8kU



Ground Zero #05
/Frontiere
/ottobre
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The Naked Pact




Our problem is not “eating”. Eating is always here and now, but we are not made for the instant. We need the nourishment which is our relationship with Mother Earth and w